La vigliacca con la falce fienaia non si ferma da sola.

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Riflessioni sulla movida aretina e sulla salute.

Io sono certamente stupito dall’approccio poliziesco che ha caratterizzato la prima fase dell’emergenza sanitaria e la rilassatezza che ci sta accompagnando in questa seconda fase “avanzata”.
Non butto la croce addosso agli esercizi pubblici, non credo abbiano responsabilità soggettive nell’affollamento che anche ad Arezzo pare aver superato i limiti del buon senso inteso quale precauzione sanitaria. Pregustavo con dispiacere come una popolazione -anche a causa della comunicazione imperante- avesse visto queste giornate di maggio come il “tana liberi tutti”. Perché il cipiglio poliziesco che certe amministrazioni locali avevano scelto quale linea di condotta nelle prime settimane non aveva mai lasciato spazio al coinvolgimento e alla consapevolezza che questa epidemia non è passata, che ai contagi continuano a seguire purtroppo decessi, della necessità di tutelare se stessi per tutelare gli altri.
Il sindaco di Arezzo ha confuso 100 like alla sua pagina Facebook con la realtà.
La tutela di quella masnada di diciottenni, ma anche di quarantenni che sabato sera ha trascurato distanze di sicurezza, bere dallo stesso bicchiere e mascherine è imperativ. Perché noi che abbiamo qualche anno in più piangiamo la perdita di così tanti anziani e non vogliamo che la nostra tristezza si punti su una fascia anagrafica più giovane. Mi dispiace che qualcuno abbia detto che io ce l’ho con il sindaco e con i commercianti: niente di più sbagliato, i miei rapporti con entrambi sono (spero, per quanto mi riguarda) corretti, certo ognuno di noi ritiene che la propria visione sia quella migliore. Ma qui non si parla di un gioco politico elettorale, parliamo di salvaguardare un gruppo sociale importantissimo dal virus e dalle sue conseguenze.
Già negli ultimi giorni -per accaduti o anniversari- ci siamo trovati davanti a casi in cui la morte è arrivata in maniera prematura: uno storico locale, un bimbo, un giovane motociclista, ci siamo trovati a ricordare quella tragedia che ha portato via due uomini che erano andati a lavorare. Elaborare questi lutti è straziante per le persone a loro vicine, lasciatemi dire da uomo che vive in questa città che già questi casi uniti ai numerosi decessi che il coronavirus ha portato nel nostro territorio, alla percezione che l’impatto che la malattia ha provocato su persone sane e robuste bastano e avanzano.
Non è una diatriba, qui conta il risultato. Che le famiglie e gli amici dei frequentatori della movida usino ogni mezzo per fargli comprendere che possono divertirsi riducendo il rischio: e ben vengano anche i volontari civili, non vedo come il richiamo alcuni che  hanno fatto alla polizia fascista non ci faccia ricorrere ad ogni mezzo per evitare ogni pericolo. È un rischio che corro volentieri.
Spacchiamogli i coglioni, lo farò anch’io per quanto mi è possibile: si può uscire, stare in compagnia, bere con gli amici tenendo presenti stupide ma efficaci forme di tutela.
Credo che sia semplice, anche senza ricorrere a quelle minacciate sanzioni che darebbero il colpo di grazia alle piccole imprese, lo dobbiamo a questi giovani, le loro famiglie, al mondo del commercio.
Però bisogna che qualcuno cambi strada, riconoscendo di avere sbagliato, perché le azioni che dalla amministrazione possono venire sono fra le più importanti e significative. E anche chi ha spinto per far ripartire le attività di quegli esercizi senza aver inculcato nei consumatori le norme di cautela cambi strada: altrimenti la sconteranno tutti gli altri commercianti e artigiani e professionisti che in questo momento stanno soltanto galleggiando.