Il colore dell’acqua

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Di Alessandro Artini

Parliamo di Silvia Romano, la cooperante recentemente rilasciata dal gruppo terroristico Al Shabaab.

Ma escludiamo, preliminarmente, ciò di cui non parleremo.

  • Non discuteremo dell’odio sui social, che si è scatenato contro di lei. Gli hater non meritano commenti.
  • Non affronteremo la questione del riscatto, che questa volta neppure si è tentato di negare, una parte del quale, come è stato francamente ammesso da un portavoce, servirà ad acquistare armi per uccidere altre persone. Fanno bene i nostri Servizi (e i governanti), diversamente da quelli di altri paesi, a pagare? Il valore degli Italiani sale nel mercato del terrore.
  • Non cercheremo, neppure, di comprendere la psicologia della ragazza, né perché, mal consigliata, si presti a rispondere alle domande (necessariamente malevoli) dei giornalisti.

Parleremo delle sue scelte, ma in termini antropologici, o, se si vuole, politici.

Il filosofo tedesco Sloterdijk, in una delle sue più belle e ponderose opere, ci parla dell’ira. Narra la sua storia, nei secoli, e descrive i valori e i disvalori che essa ha incarnato. Racconta come essa sia stata “gestita” nelle varie epoche e che senso essa abbia trovato nel paradigma metafisico della cristianità e poi in quello rivoluzionario del marxismo.

Nella società attuale, essa non trova riconoscimento, né si evolve nei sentimenti virili del coraggio civico. L’ira non è elaborata in senso educativo nelle scuole, per questo si scatena in quelle forme di aggressività che Bauman definirebbe autoteliche, cioè fini a se stesse. Vandalismo, teppismo, fanatismo calcistico, aggressioni distruttive … sono i modi in cui l’ira “non domesticata” si esprime. Questi sono tipicamente maschili, ma ve ne sono anche di femminili. Per esempio, i disturbi alimentari nei quali si intravedono forme di rabbia autopersecutoria. Talvolta mortali.

L’ira, poi, si scatena quando non trova riconoscimento. L’identità, suggerisce Fukuyama, si nutre di rabbia, se disconosciuta. È l’identità che alimenta le scelte della nostra vita, compreso quelle politiche. Certamente una parte consistente della popolazione americana, quando ha votato Trump, ne aveva abbastanza della politically correctness, del velo democratico che ha nascosto l’arricchimento di pochi e i poteri monopolistici delle élite. E ha scelto se stessa e la propria rabbia incolta, che Trump rappresentava.

Come ha potuto Silvia Romano gettarsi in un’avventura così rischiosa in un’area geografica dove i terroristi operano in un clima egemonico? La risposta, anche in questo caso, risiede nell’identità, che non si è piegata ad alcuna ragionevolezza.

Una ragazza che ha studiato e che è dotata, almeno apparentemente, di raziocinio, non può non aver compreso le possibile conseguenze delle sue scelte. A meno che esse non siano passate in subordine, per esaltazione identitaria. Si obietterà che è stato l’amore per l’Africa o semplicemente l’amore per il prossimo. Certamente l’identità irrisolta e la rabbia si addobbano delle retoriche più nobili. Ma solo un’identità, esaltata e inasprita (dal disconoscimento?), può averla spinta a una tale scelta. Solo la rabbia può averla portata a trascurare gli esiti mortali che il soggiorno somalo potenzialmente implicava. Diversamente, perché esporre se stessa a un possibile esito terribile, che inevitabilmente avrebbe ingenerato dolore in tutte le persone che l’amavano. Perché esporre i suoi familiari e la comunità di appartenenza alla sofferenza?

Identità e rabbia sono termini esplicativi.

Come è stata possibile, poi, la sua conversione?

Sunstein racconta la storiella dei pesci che si incontrano. Uno di questi, il più anziano, incrociandone altri due, giovani, li saluta educatamente chiedendo loro se l’acqua, quel giorno, sia di loro gradimento. Uno dei pesciolini si rivolge all’altro e chiede. “Cos’è l’acqua?”.

La cornice, ecco! La cornice.

La Romano sembra ignorare il contesto in cui ha vissuto. L’acqua. Trascura il fatto che la sua conversione è avvenuta in una situazione in cui lei stessa, convertita, si sarebbe potuta sentire più vicina ai suoi potenziali assassini. Una vicinanza che forse è stata protettiva. Ed efficace.

Ma lei ha affermato di aver scelto “liberamente” l’Islam, dimenticando l’acqua.

Di nuovo il focus sull’identità, che tralascia il contesto. Seppur prigioniera, mero ostaggio recluso, corpo dal valore di un tanto al chilo, lei non poteva che sentirsi libera…

Un’identità indefettibile. Egotistica.