Che nulla sia come prima, ma molto meglio di prima

0

Di Paolo Tagliaferri

“Tutto ciò che affonda in noi, come una pietra, finché siamo in guerra, risalirà alle nostre menti a guerra finita, e solo allora comincerà la resa dei conti sulla vita e sulla morte.”

Così lo scrittore tedesco Remarque descriveva quello che avrebbe atteso i reduci dal fronte, i soldati di ritorno dai campi di battaglia in cui si era consumata l’immane carneficina che era stata la grande guerra. La tragedia e il dolore inenarrabile patito per anni nelle trincee e che, una volta tornati alle loro case e alla vita civile, li avrebbe accompagnati per tutta la loro residua esistenza. Convivenza forzata con qualcosa che li aveva segnati così nel profondo e che nulla e nessuno avrebbe potuto cancellare. Anche di mio nonno Benedetto, che aimè non ho mai conosciuto,  mi dicevano che della sua esperienza in trincea non aveva mai più parlato per tutta la sua vita. Nessun racconto nostalgico e affranto di quello che i suoi occhi avevano dovuto vedere e sopportare, nessuna cronaca sulle sofferenze indicibili patite quotidianamente, nessun ricordo dei suoi compagni d’armi trafitti dal filo spinato, dilaniati dalle schegge e dalle granate o più semplicemente morti di stenti, malattia o fame dopo lunghe agonie. Mi restano solo alcuni sui scritti, lettere indirizzate ai sui fratelli in tempo di guerra. Stralci in cui raccontava dettagli magari per noi insignificanti o marginali. Si lamentava, ad esempio, che non c’era mai abbastanza da mangiare soprattutto perché i muli che portavano le provviste venivano uccisi a cannonate prima di arrivare. Lui e i sui compagni contavano i colpi dei cannoni degli austriaci e quando dal numero di colpi sapevano che il cannone si era surriscaldato e sarebbe rimasto inattivo per un po’, uscivano strisciando dalla trincea, raggiungevano un mulo morto, tagliavano i finimenti e trascinavamo le provviste in trincea. Fame che aveva colpito non solo i militari al fronte ma in maniera ancor più cruenta i civili.  Mentre si ritiravano, scriveva mio nonno, incontravano molti civili in fuga dagli austriaci. Erano giorni che non mangiavano, ma ai soldati era stato proibito di condividere con loro il proprio cibo. Dovevano solo indirizzarli verso specifici posti di ristoro dove gli avrebbero dato poco cibo per volta, altrimenti sarebbero morti.

In questi giorni di angoscia per il coronavirus come non ricordare che nel finire del conflitto nell’estate del 1918, anche allora il mondo fu travolto da una spaventosa pandemia, la febbre “spagnola”, che avrebbe causato oltre 50 milioni di morti nel mondo e circa dalle 400.000 alle 600.000 vittime nella sola Italia.

Forse è arrivato anche per noi il momento di tornare alle nostre vite. Non torniamo da una guerra e non siamo stati in trincea. Non siamo affamati e deperiti. Solo chi ha lavorato nei reparti degli ospedali ha negli occhi la morte e il dolore dei giorni più difficili, la disperazione e l’angoscia che andava di pari passo con una conta dei morti irrefrenabile. La maggior parte di noi ha continuato la propria vita, per quanto da recluso forzato nella propria abitazione, lontano da lavoro, amici ed affetti. Il virus è ancora fra noi e ci spaventa. La guerra non è vinta. Non pare che il COVID-19 si sia deciso ad abbandonare la presa per quanto i numeri su nuovi contagi e sulle persone decedute giornalmente sembrano infondere un minimo di ottimismo. Il vaccino è ancora una speranza e nessuno può al momento garantirci quando sarà disponibile e neppure se mai sarà disponibile. Si testano medicinali e metodiche di contenimento. Si spera che il virus perda vigore e che se ne vada definitivamente al diavolo. Si prosegue con il distanziamento sociale e con misure di cautela anti-contagio. Ogni giorno è una notizia; basta solo attendere il prossimo decreto o ordinanza. Nel frattempo, purtroppo, si continuano a contare i morti, a centinaia in Italia e a migliaia nel mondo, uomini e donne che si spengono lontano dai propri affetti, lontano dalla vista dei propri cari, intubati o ventilati, assistiti da personale sanitario. Medici ed infermieri che stanno pagando un conto molto alto in termine di morti, ma proseguono a lavorare senza sosta con l’impegno di quella che è qualcosa di più di una semplice professione. Potevamo fare meglio, potevo essere più incisivi, potevamo prevedere tutto questo. Impossibile dirlo adesso. Mille versioni e mille teorie non mancheranno certamente nei prossimi mesi di essere dibattute. Ci apprestiamo ad affrontare quella che ormai tutti chiamano la fase 2, il lento ritorno ad una normalità forse effimera che sembra ancora un miraggio e che tutti, indistintamente, ci auguriamo che possa arrivare quanto prima. Si pensa addirittura al mare, agli ombrelloni, alla possibilità di fare il bagno in mare. Si sogna di andare a passeggio, a cena con gli amici e di uscire dalle nostre case. Per molti proseguono e si intensificano le preoccupazioni, l’incubo di non sapere se la propria attività imprenditoriale, il proprio negozio o la propria professione avrà un futuro o se sarà invece spazzata via da una crisi economica che incombe sulle nostre teste e che prima o poi presenterà il conto. Non sarà una crisi economica così come siamo stati abituati ad intenderla in passato, ma più probabilmente sarà una maremoto, un evento epocale che ci investirà con una potenza distruttiva ancora inimmaginabile. Ci attendono scelte economiche e sociali imponenti, coraggiose e difficili, ancora tutte o quasi da definire e da valutare nell’efficacia.

Poi, con la graduale ritrovata normalità, ritorneremo a parlare di tutto quanto abbiamo in questi mesi messo da parte.  E torneremo a parlare di immigrazione, in Italia e nel mondo. Torneranno le urla, le imprecazioni, le infinite polemiche, le condanne e le minacce, le prese di posizioni di politici nazionali e locali, di persone in vista, letterati e pensatori, ognuno con in tasca la propria verità assoluta e la soluzione per risolvere definitivamente il problema, condannando con livore, astio e determinazione il comportamento riprovevole degli avversari. E questo non vale solo per l’immigrazione ma per qualsiasi altro problema che l’epidemia del coronavirus ha solo rimandato. Prima o poi dovremo fare i conti con l’irrisolta questione se i paesi più ricchi e più fortunati, come è indubbiamente la nostra Italia per quanto al momento gravemente ferita e claudicante, abbiano o meno il compito se non il dovere di aiutare chi proviene da paesi poveri, chi è colpito dalla fame,  della guerra e dalle persecuzioni o chi più semplicemente è in cerca di una esistenza più degna di essere vissuta. Prima o poi ci dovremo preoccupare per gli italiani che non hanno un regolare accesso al cibo, che non hanno un lavoro decente, che vivono nel degrado. Ci dovremo dedicare con maggiori energie dei disabili e degli anziani che a migliaia sono sempre più relegati ai margini, trattati come un peso da una società cieca e arrogante, a  tratti disumana.

Nel periodo del boom industriale che vide la nostra cara Italia, a partire dagli anni sessanta, passare dalla fame e dall’analfabetismo ad un benessere diffuso e alla portata di molti, migliaia di nostri connazionali si spostarono dalle regioni del meridione per raggiungere le grandi fabbriche del nord, le industrie in piena espansione che avevano un enorme bisogno di mano d’opera. Non fu, neppure allora, un periodo semplice e forse molti hanno dimenticato gli enormi problemi di integrazione che anche allora si crearono. La storia ha dimenticato che probabilmente fu anche una certa parte politica, una ideologia per molti utopistica e da relegare alla storia, che diede un contributo immenso e determinante nel calmare gli animi e nel determinare condizioni di accoglienza che portarono certamente le regioni del nord a prosperare e ad arricchirsi non sono economicamente ma anche umanamente e socialmente. Operai del nord industriale che si erano resi conto che la guerra ai propri simili, agli operai provenienti dal sud, non aveva alcun senso e rischiava addirittura di tradire quegli stessi ideali per cui molti avevano combattuto e perso la vita solo pochi anni prima per restituire la liberta alla nostra cara patria. Oggi e allora non è un problema di accoglienza, ma un problema di umanità. Lo stesso problema che non ci permette di aiutare i nostri simili in maniera razionale, che siano nostri connazionali in difficoltà o immigrati. Il principio non cambia.

Pare che tutte le nostre angosce contemporanee, prima di questa epidemia, dovevano essere considerate e relegate esclusivamente ad un problema di ordine pubblico o di ripartizione di risorse economiche. Questioni di bilancio.

Guardando i dati odierni forniti dal sito worldometers, oggi 26 aprile 2020 sono nati nel mondo circa 330.000 bambini, sono morte 140.000 persone e la popolazione mondiale ha raggiunto il valore considerevole di poco meno di 7,8 miliardi, in costante aumento. In compenso anche oggi si calcola che 26.000 persone, per buona parte bambini, sono morte di fame.

Mi auguro che nulla sarà come prima, ma molto meglio di prima.

(La notte stellata di Vincent Van Gogh – 1889)