LETTERA APERTA ALLA SINDACA CHIASSAI

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Ho trovato questa lettera girellando sui social. Chi l’ha scritta chiede di condividerla e Informarezzo farà la sua parte. E chi ha orecchi per intendere, intenda! 

Buongiorno Sindaca,

scrivo di getto, all’alba, perché se ci mettessi un po’ di tempo in mezzo lascerei perdere, ma lasciar perdere non fa parte di me, come immagino nemmeno di lei.

Sono valdarnese come lei, di San Giovanni, e come lei ho fatto politica nelle istituzioni, anche se ricoprendo cariche molto più umili della sua. Abbiamo la stessa formazione universitaria, e già altre volte mi sono chiesta come il suo percorso di studi, ben più articolato del mio, si coniughi con alcune iniziative politiche che l’ hanno vista protagonista nel corso del suo mandato (mi riferisco, per esempio al caso delle mense scolastiche del 2018) .

Da una Psicoterapeuta della famiglia prestata alla politica, ci sarebbe da aspettarsi un approccio integrato alle questioni sociali, perché non ci si sveste dei panni di ciò che si è, quando se ne indossano altri.Ho lavorato assiduamente, negli anni in cui ho fatto politica, sulla questione del contenimento delle spese pubbliche e del controllo, ed elogio il lavoro che fa in questo senso.

Finché non si tocca il diritto alla dignità della persona.

Mi spiego meglio. Ho letto della sua “amarezza”, come l’ ha definita una testata giornalistica locale, nel rilevare come alcuni fruitori dei buoni spesa, dai solerti controlli effettuati, si siano macchiati di crimini come l’acquisto di gelati, bevande gassate, succhi di frutta, patatine, addirittura prodotti di pulizia e fiori (sigh!) ecc., non considerati beni d prima necessità.

Già. La necessità. Lo stato di necessità. Cosa significa trovarsi in stato di necessità? Io, per la benevola roulette che ha deciso dovessi nascere in questa fetta di mondo, e in una famiglia che non ha fatto mancare nulla a me e a mio fratello, seppur con grande sacrificio, non ho mai provato ad arrivare alla cassa con i buoni spesa, e sostare al controllo da parte delle solerti cassiere, su quello che è consentito e quello che non lo è. Lei ha provato, Sindaca?

Le racconto due aneddoti.

Il primo riguarda la mia infanzia. Domenica, mamma mette in tavola l’arrosto, quei nostri meravigliosi arrosti toscani di cui ancora sento il profumo. Ci sediamo, e suonano alla porta. Mamma si affaccia alla finestra, abitavamo al primo piano, parla con qualcuno, e rientra. Babbo: chi era? E lei: uno a chiedere. Si siede, poi si rialza e torna alla finestra, e la sento gridare: aspetta! Corre svelta in cucina, torna con la stagnola e ci incarta pezzi di arrosto e patate, armeggia nell’ ingresso e corre giù. Torna di li a poco, ma mica si siede, no! Corre di nuovo in cucina e di nuovo incartoccia, poi va in camera mia e via giù di corsa. Noi non capiamo nulla, chiediamo ma lei ci dice di mangiare che poi ci racconta: a suonare era stato un giovane uomo, che le aveva chiesto l’ elemosina, allora capitava e non a tutti si poteva dare. Ma quando gli aveva detto di no, il giovane uomo aveva abbassato lo sguardo e l’aveva ringraziata. E lei allora sentì il puzzo della miseria, ‘ché la mia mamma l’ aveva provato, il morso della miseria. Mica come noi. Ma assieme al puzzo di miseria, aveva sentito qualcos’altro: il profumo della dignità. E non poteva rimanere seduta. Oltre all’arrosto, aveva portato anche qualche soldino. Ma quando era andata giù per portarglielo, aveva visto che con lui c’era una bambina, che forse lui aveva pensato bene di sottrarre all’umiliazione dell’elemosina, e se stesso alla pena di farsi vedere.
E mamma, quando tornò a prendere il rinforzo di arrosto, prese anche un’altra cosa: una delle mie bambole per la bambina. Ecco, io mi arrabbiai e non poco, ‘ché avevo 6 anni, strillando che non è che uno “ha bisogno” della bambola!

Mi ci volle del tempo, ma poi capii e ringrazio ancora quella meravigliosa donna che è mia madre, per avermi impartito una lezione straordinaria: quella bambina non aveva “necessità” della bambola, ma ne aveva “bisogno” per continuare a pensare che il mondo potesse essere un posto dove valesse la pena di vivere.

Altro episodio. Per anni ho lavorato come volontaria a diversi progetti in Burkina Faso.
Ebbene: a Natale, uno dei Natali più belli della mia vita, la responsabile dell’orfanotrofio dove lavoravamo, fece arrivare casse e casse di bibite gassate, che costano una fortuna se paragonate a tutta la farina di miglio (bene di prima necessità) che si sarebbe potuta comprare con quei soldini.
Ma Suor Veronique sapeva che la felicità di quel giorno avrebbe “nutrito” quelle creature con qualcosa di più grande, magari col profumo stesso di un altro futuro.
Non abbiamo mai fatto mancare, ogni volta che siamo andati in Burkina, un giorno di dolci arrangiati, di biscotti, di pane (e quanto costa il pane, laggiù…) con la marmellata…ecc.
Con la benedizione piena, ogni volta, dei nostri finanziatori.
Certo, a discapito di beni di prima “necessità”, ma lei ha mai visto, Sindaca, gli occhi di chi ha nulla illuminarsi per un modesto superfluo? Bastano per nutrire l’anima, e oltre.

Ronald Regan, negli anni Settanta, attribuiva l’arrestarsi del decremento della povertà di quegli anni non ad un mercato del lavoro sempre più feroce, che cominciava già allora a creare i primi working poors, ma alle mancanze quasi antropologiche del povero stesso, incapace e pigro.
Se sei povero, in poche parole, è colpa tua.

Già. Negli anni Settanta. Dovremmo averne fatta di strada, da allora, nel riconoscere i limiti del nostro sistema economico, nei cui ingranaggi malati sempre più persone si trovano ad essere stritolate. E i solerti controlli alla sorgente, nel suo Comune, dovrebbero aver già selezionato gli aventi diritto, no?

Perché accanirsi allora contro il povero se per un giorno vuole allietare e alleviare la pesantezza di quello che gli è toccato? Forse perché il povero, colpevole di essere povero, non abbia a sentirsi uguale a noi?

Vivo in Danimarca da tanti anni, ormai, e siccome a noi italiani piace sempre santificare l’ “estero”, ecco, le assicuro che qui la lotta senza quartiere si fa agli evasori, non ai poveri cristi, e nessuno si sognerebbe mai di controllare gli scontrini per vedere se un povero ha avuto l’ardire di comprarsi un lecca-lecca. E sa perché? Perché si conosce il valore della coesione sociale e della solidarietà che permette di continuare ad alimentare un welfare robusto. A chi giova soffiare, in un momento come quello che stiamo vivendo, sul fuoco del sospetto, sul rancore del pensar male, sulle divisioni già aspre, purtroppo, anche nelle nostre piccole comunità? A nessuno, Sindaca, e nemmeno, e glielo dico col cuore, mi creda, nemmeno a lei. Non credo e non voglio credere ci siano motivi elettorali dietro questa sua posizione, anche perché sarebbero controproducenti.

Sul lungo periodo vince, da sempre, chi sa unire, e non chi crea fratture sociali e alleva tifoserie.

E chi capisce che, per risollevarsi, è “necessario” poter mettere sul tavolo, oltre al pane, anche un fiore, e che una bambola può, forse, cambiare un destino.

Le auguro buon lavoro

Una buona giornata

Adria Gauni