Buoni spesa, l’assessore Tanti: “La fretta non va d’accordo con la dignità e l’equità”

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“Non distribuirò mezzo milione di euro senza aver verificato le domande una ad una. Arrivate 3.296 richieste. 1.143 non avevano diritto di accedere a denari pubblici”

Buoni spesa, l'assessore Tanti: “La fretta non va d'accordo con la dignità e l'equità”

“Faccio una premessa. Se la Città di Arezzo non godesse da anni dei voucher sociali e di un sistema, operativo già dal 5 marzo, che permette di attivare servizi individuali emergenziali dall’oggi al domani legati al COVID 19, avrei sicuramente preso la strada di molti altri: dare i buoni spesa subito, facendo inoltrare la richiesta solo per telefono, fidandomi di una mail e di una chiacchierata. Mi sarei accontentata di verificare il numero di componenti della famiglia richiedente come se una famiglia di tre persone che paga un affitto, che ha un figlio piccolo, che ha entrambi i genitori disoccupati perché partite IVA, avesse gli stessi bisogni di una famiglia di tre persone, che abita in una casa di proprietà, ha un nonno con la minima o percepisce il reddito di cittadinanza. Perché questo sarebbe ovviamente successo.

Arezzo può permettersi di fare diversamente, lo ha fatto e lo farà. E meno male, dico, perché se avessimo fatto “subito” avremmo soddisfatto 3.296 richieste: peccato che di queste, 1.143 non erano “buone” perché magari la stessa famiglia aveva inoltrato due richieste diverse, una del marito e una della moglie; oppure perché la stessa famiglia è passata da avere 3 componenti a 4 nel giro di due giorni; oppure nel giro di tre giorni è passata da avere qualche soldo in banca a non aver nulla. Se avessimo fatto subito, con una semplice telefonata, avremmo fatto questo: avremmo erogato 1.143 buoni di denaro pubblico a chi non ne ha diritto. Ma non solo: anche adesso, nel complesso delle 2.153 domande ci sono 110 domande incomplete. Le scartiamo? Per un errore materiale depenniamo chi ha diritto ad un aiuto? O cerchiamo di fare sì che si possano completare?

E poi: 264 richieste sono di cittadini che ci dicono che nel mese di marzo hanno guadagnato anche più di 2000 euro. Le scartiamo? Se mi limito ad una telefonata ovviamente sì. Che bisogno alimentare ha mai chi ha riscosso a marzo? Ma è giusto? E se siamo davanti a piccoli artigiani, con famiglia numerosa, per i quali quella provvidenza di marzo era magari il frutto di un lavoro fatto a novembre, e pagano un mutuo per la casa, e l’affitto per un capannone e magari pure lo stipendino part-time per un giovane collaboratore? Come facciamo a saperlo se non leggiamo i dati e non li compariamo? E poi: perché non affidare tutto agli assistenti sociali? Per una semplice ragione: perché COVID19 ha messo sulla soglia di povertà persone che hanno sempre fatto da sole, che non hanno mai avuto bisogno di nulla, che lavorano in proprio e che mai, prima di COVID19, avrebbero pensato di andare in Comune a chiedere i soldi per la spesa. Le nuove povertà vanno trattate diversamente e a tutti va data la strada per mantenere dignità e massimo anonimato quando chiedono un aiuto “per mangiare”.

Si poteva fare prima? Sì, certamente prima; si poteva fare come, per esempio, quei due Comuni governati dalla sinistra toscana e che mi sono stati citati a modello: questi Comuni hanno fatto subito. Peccato che il primo ha escluso il 40% di chi ha chiesto il sostegno, “colpevole” a dire di oltre 2000 cittadini di “aver applicato criteri dubbi e motivazioni ingiuste”. E se fai poco più che per telefono è il minimo che ti possa capitare.

Il secondo Comune, invece, ha riaperto il bando perché si era accorto di “non aver finito il lavoro”. Peccato però che la tesi del “chi prima arriva meglio alloggia” non sia un gran modello nelle politiche di coesione sociale.

L’abitudine a considerare i soldi pubblici come se fossero soldi di nessuno è uno dei mali di questo Paese. Io parto dal presupposto che non esistono i soldi pubblici ma esistono i soldi degli italiani e visto che l’emergenza è sotto controllo, mi permetto la possibilità di fare controlli, calcolare coefficienti di disagio, valutare le condizioni reali di chi fa richiesta, confrontare dati e cercare di dare risorse a chi ne ha bisogno davvero, avendo il polso di ogni richiesta.

Se non lo avessimo fatto, avremmo già erogato 1.143 buoni che non avevano diritto di esistere, dando un supporto a chi non ne ha bisogno e soprattutto erogando meno risorse a chi invece ha bisogno. Non è una cosa che si può chiedere a chi, monitorando le emergenze, considera sacri i soldi degli italiani. “Per fare bene le cose, occorre il tempo che occorre”: lo diceva Aldo Moro per distinguere la burocrazia dall’equità”.