Intervista al prof. Michele de Angelis, responsabile del sistema robotico “Da Vinci” ora al CCT

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Il Direttore Generale Antonio D’Urso, prendendo la decisione di effettuare lo spostamento di interi reparti dall’ospedale San Donato al Centro Chirurgico Toscano, ha lasciato qualche strascico polemico. C’è chi non ha gradito, chi lo ha considerato un inutile spesa, chi ha malignato oltre il lecito. Ne abbiamo parlato col Prof. Michele De Angelis, che è stato uno degli attori principali di questa operazione.

Professore qual’ è stato l’intento sanitario e quali gli obbiettivi che vi eravate prefissi, per una operazione che non era mai accaduta prima nella storia sanitaria del nostro paese?

Costituire aree e percorsi no – covid, sicuramente libere dal virus che sta imperversando nel nostro paese, per potersi prendere cura di quelle patologie chirurgiche, oncologiche o non differibili, in modo sicuro e sereno. E’ per questo che andavano portate al di fuori del San Donato, ormai destinato nella quasi totalità, al trattamento di ricovero od intensivo delle patologie da coronavirus.

Quali vantaggi ottenibili in questa riorganizzazione, per il personale che sta vivendo giornate campali?

Si è cercato di ridurre al minimo il carico di lavoro del personale di anestesia e rianimazione del San Donato, perchè già disponibile anche nelle strutture  periferiche, personale che è così stato possibile destinare per intero a patologia Covid,  permettendone anche il necessario ricambio.

Possiamo sperare nella continuità operativa della sanità che conoscevamo?

Certamente. Il primo obbiettivo in questa ottica, era tutelare in ogni modo le nuove aree così individuate dal rischio di contagio, al fine di non vanificare lo sforzo. Solo per questo la direzione sanitaria ha dato il via ad una ricollocazione di varie attività, ed in particolare di quelle chirugiche, presso strutture private accreditate convenzionate presenti nel nostro Comune.

Quale è stato il suo ruolo in questo trasloco effettuato a tempo di record?

Come Direttore dell’area funzionale delle chirurgie specialistiche, Direttore del Centro di Chirurgia Robotica – Arezzo e di direttore del dipartimento di Chirurgia generale (di cui svolgo le funzioni pro tempore per malattia del titolare) ho rivestito il ruolo operativo di coordinamento professionale di questa complessa operazione, gestita con grandissima competenza dalla Dr.ssa Monica Calamai, direttrice dei Presidi di Arezzo e Grosseto e della rete ospedaliera Sudest.

Voglio aggiungere che, premesso che io ho ovviamente solo compiti operativi, ho ampiamente apprezzato tutta  la manovra che in estrema sintesi, in soli tre giorni ha permesso di riavere una operatività quasi totale.

Come si è articolata?

Anzitutto sono stati separati i percorsi covid e no-covid, alla luce di quello che è avvenuto in Lombardia, è stata una scelta vincente e lungimirante. Questo ci ha permesso di riprendere immediatamente una attività chirurgica anche di elevata complessità, non differibile, sia programmata che urgente.

E il nostro sistema robotico, che è considerato all’avanguardia?

Il trasfermento ha consentito che il sistema robotico “Da Vinci” si sia fermato per soli 2 giorni evitando perdite sia ovviamente di tipo economico ma soprattutto di prestazioni. Operazione impossibile se non utilizzando strutture come il CCT, che insistono nel nostro territorio a che devono “dare e fare” la loro parte nella risposta sanitaria complessiva.

Questo vi ha permesso di sfruttare a fondo le energie che il territorio vi mette a disposizione…

Soprattutto ci ha permesso di utilizzare le professionalità di queste strutture, come gli anestesisti, di cui eravamo già in grave carenza  prima dello tsunami coronavirus, figurarsi in questa fase storica, anestesisti che ricordo, sono al centro di ogni azione terapeutica per combattere il Covid e salvare vite umane.

Questa operazione è avvenuta in tutta la Toscana?

Si. Ma Arezzo è stata favorita in questo per la presenza di queste strutture private. Si pensi solo che in sedi come Grosseto questo non è stato possibile per la loro assenza è ciò ha portato alla delocalizzazione di molte attività su Orbetello e Massa marittima. Questo come rilevato dalla Dr.ssa Calamai, anche se in un clima di grande collaborazione, ha portato e sta portando maggiori disagi alla popolazione.

Un cambio di prospettive per il futuro?

Io credo proprio di si. E’ chiaro che quanto descritto  rappresenterà un vero e proprio laboratorio per progettare nuovi modelli  di assistenza nella nostra regione.

In che senso?

Il Pubblico dovrà avere la completa gestione e controllo dei bisogni e delle necessità emergenti, integrandosi però con il privato, non più attore separato e con libera scelta di prestazioni – passatemi il termine – economicamente vantaggiose (modello Lombardia), ma coinvolto nella  erogazione di servizi di alto livello qualitativo, sia affrontando casi acuti che nella gestione di quelli cronici.

Un discorso molto complesso e che apre prospettive serie. Il “modello Lombardia” mi pare che in questo momento sia soggetto a molte critiche anche nel mondo dei medici.

Affrontare un tema del genere mentre siamo in piena emergenza, mi sembra fuori luogo. Ma senza dubbio questa tragedia planetaria dovrà porci molti interrogativi. Appena ne saremo fuori, sarà compito di tutti gli attori di questa tragedia, iniziare una profonda riflessione sul futuro della sanità italiana.