Replica del Presidente Aisa Impianti Spa Giacomo Cherici

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Abbiamo letto sulla stampa le dichiarazioni di un’associazione politica cittadina che ci obbligano ad una risposta in quanto esse sono errate e fuorvianti. Creare allarme fa parte di un modo di fare politica vecchio che non deve riguardare Aisa Impianti Spa, un’azienda pubblica oltre che uno degli impianti strategici nazionali. Respingiamo, quindi, tali dichiarazioni con educata fermezza, ribadendo quanto segue.

L’approvazione del piano industriale, giovedì 20 febbraio scorso, è solo l’ultimo atto di un percorso condiviso con tutti i comuni soci già dal 2017, quando anche allora con voto unanime, dettero mandato all’azienda di predisporre una pianificazione industriale che garantisse l’autosufficienza in tema di rifiuti senza aumentare le tariffe di trattamento, già tra le più basse in Toscana. Tale piano si deve concretizzare prima possibile per armonizzare costi e attività. Nel 2020 ci saranno oltre 6.000 tonnellate di organico che la linea di compostaggio attuale non potrà trattare perché insufficiente, con un costo di circa 600.000 euro. Questa cifra nel 2021 raddoppierà. Oltre a ciò ogni trimestre di ritardo causato nella implementazione della linea di recupero energetico costerà 575.000 euro, questo perché gli scarti del compostaggio e della fabbrica di materia dovranno essere portati altrove. Tutti costi a carico dei cittadini. A supporto ulteriore si ricorda che il piano di Aisa Impianti Spa è già conforme al Piano Regionale Rifiuti e Bonifiche: il compostaggio, il potenziamento della linea di recupero energetico, il digestore anaerobico sono previsti in tale piano, come attestato anche dal contributo emesso dal Settore Servizi Pubblici Regione Toscana.

Continuare a ridurre lo sviluppo di una Centrale di Recupero al solo incremento del forno desidera quindi nascondere che tale intervento è all’interno di un ben più ampio progetto dove tutta l’impiantistica sarà rivolta a tutte le forme di riciclo e recupero, con una raccolta differenziata al 70% e con la linea termica in posizione ancor più sussidiaria rispetto ad oggi ovvero al 34% – anziché al 46% – con un abbattimento di emissioni pari ad un 20% medio.

Questi sviluppi sono indispensabili se vogliamo la raccolta differenziata al 70%. Ma senza adeguare la linea energetica dovremo portare gli scarti dei reparti utili alla raccolta differenziata altrove, ottenendo: maggiore inquinamento e bollette più alte. I denigratori del piano industriale che propongono la migrazione dei rifiuti (a che prezzo lo vorremo proprio capire) se fossero esperti del settore dovrebbero dire ai cittadini che la carenza impiantistica si traduce in più costi e più inquinamento. Che il 44% delle plastiche raccolte in modo differenziato è destinato alla discarica o ai termovalorizzatori. Che oltre 405 mila tonnellate di plastiche, in aumento del 25% negli ultimi 7 anni, sono destinate ad altiforni. Che i compostaggi producono un residuo da smaltire del 35% come le fabbriche di materia che si avvicinano ad un residuo del 40%.

Non occorre immaginare uno scenario senza impianti perché è davanti ai nostri occhi, ovvero quello che avviene a Roma. Ma anche quello della non autosufficienza è ben chiaro ovvero l’aumento delle bollette ai comuni che fanno più raccolta differenziata: un paradosso causato dal mix “carenza impiantistica – traffico di rifiuti”.

Il controllo diretto delle attività di trattamento garantisce sicurezza, contiene le tariffe e permette di abbattere l’impatto ambientale. Per questo motivo tutti i comuni soci, a prescindere dall’orientamento politico, hanno favorevolmente accolto il progetto industriale, archiviando “immobilismo” e “campioni del no”.