Contrordine compagni, silenzio sul virus.

5
Il sensazionalismo becero di stampa e istituzioni, condito di incapace silenzio.

Mentre in città si moltiplicano le voci sulla presenza del corona virus, i media locali hanno messo la sordina. Obbediscono alla velina che raccomanda toni pacati, nei telegiornali locali siamo passati da edizioni interamente dedicate alla epidemia e sue conseguenze alla mancanza totale di notizie. Figura di merda.
Non più servizi davanti ai supermercati chiedendo alla signora se aveva fatto incetta di prodotti di 1ª necessità, non più estemporanee interviste al medico ospedaliero che poi finisce per dire cose che non deve dire, non più interviste a personaggetti circa i loro viaggi in Cina, oblio su tutto il fronte.
Non è che ci volesse tanto a capirlo, occorreva dare notizie sicure in maniera uniforme: invece troppi operatori dell’informazione (del pettegolezzo in verità) avevano preferito correre dietro al sensazionalismo becero stupendosi poi se la gente affollava i supermercati. Forse ricevevano una percentuale sugli incassi; a proposito mia moglie mi ha detto che all’Esselunga sono esaurite le amarene Fabbri, difficile considerarle beni di 1ª necessità.
Ma non è che questi professionisti del nulla fossero soli, basta pensare al sindaco di Arezzo Ghinelli che aveva annunciato che avrebbe proposto la chiusura delle scuole al vertice che i sindaci toscani avevano in programma a Firenze.
Perfetta e plastica rappresentazione di come siamo messi male: parole inopportune da parte del delegato alla Protezione civile per i comuni toscani perché gettavano benzina sul fuoco. Perché è comprensibile attendersi un confronto su posizioni diverse in un vertice di questo tipo, coinvolgendo rappresentanti di realtà estremamente diverse come grandi comuni ad altissimo richiamo turistico o piccole comunità abituate all’isolamento geografico, ma la linea che deve uscire da questi incontri deve essere condivisa e non deve essere incrinata da anticipazioni di interventi drastici che non trovano poi applicazione.
Col dubbio della ricerca di visibilità in sintonia con una certa parte politica quale strumento per ottenere una candidatura forte.
Non l’interesse della collettività, bensì l’interesse di uno schieramento politico. Squallore.
Un po’ come la raccomandazione “Dio gliene renda merito” riferita al pronto soccorso utilizzata da una assessora aretina: non era estesa a tutti gli operatori della sanità, era proprio focalizzata solo su pochi individui. Tristezza.
Comunque evidente che le nozioni normalmente utilizzate male si adattano a quanto sta accadendo in questi giorni in Italia, direi proprio che ci troviamo dinanzi ad una patologia che condivide assai poco con le precedenti, la normale quarantena di 14 giorni può apparire inadeguata, il virus pare colpire in misura assai minore categorie sociali normalmente molto esposte come i minorenni, al punto che strategie e tattiche paiono fluttuare e si richiede il paragone con quello stato militarizzato che è la Cina con la sua capacità di imporre una quarantena militare a 60.000.000 di persone -a costo di soffocare ulteriormente talune libertà civili-.
Perché naturalmente gli effetti economici sulla chiusura di alcune attività -se non di tutte- sono solo misurabili ex post, ma è facile porre come riferimento la diminuzione media del 2% del Pil per ogni settimana di arresto del paese.
Scelta certamente non facile, tuttavia ritengo che la salute pubblica conti più dell’economia anche se chiusura delle scuole è un termine che mi convince poco: da un lato riguarda una fascia sociale che pare non essere così fortemente minacciata dal virus, dall’altro sappiamo che l’insegnamento in molti casi può essere sostituito da lezioni a distanza. Quindi si potrebbero chiudere molte scuole senza fermare l’insegnamento, il problema si pone per asili nido e scuole materne ed in questo caso la chiusura selettiva mi sembra auspicabile. Molto più complesso il tema delle aziende di produzione, degli istituti di credito, di altre attività dove la scelta della quarantena impatterebbe sui ricavi delle aziende e sulla mancanza di alcuni servizi. Ma visto che alcune categorie hanno già sfacciatamente chiesto aiuti e sovvenzioni, forse il problema non è tanto quanto lo stop toglierebbe alla collettività, ma quanto si toglierebbe a qualcuno per dare ad altri. Non capisco perché in una tale situazione -che coinvolge l’intero territorio nazionale-, alcune categorie dovrebbero uscire indenni mentre altre avere le ossa fracassate. Purtroppo risulta evidente che l’andamento dei mercati di sbocco tipico delle lavorazioni toscane sarà fortemente penalizzato a prescindere dalle scelte italiane: il progressivo impatto sul turismo che viene a visitare l’Italia è ovviamente evidente, il calo dell’economia cinese si rifletterà sui prodotti che là esportiamo, persino su una parte di quelli che importiamo, i brand più affermati soffriranno la diminuzione di ricavi, si viaggerà  di meno e le automobili verranno sostituite più lentamente con diminuzione delle vendite. Tante sgradevoli conseguenze, ma che purtroppo si sono già avviate.
Almeno salviamo gli italiani. E lasciamo la propaganda a certe teste vuote.

ps: qualcuno avverta i ns amministratori locali che in Arezzo non si deve comporre il 112 quale numero per questa emergenza. In Toscana il centralino 112 si attiverà fra qualche settimana, ma a Palazzo Cavallo qualcuna non lo sa. Non che vada meglio col numero verde, forse dovrebbero segnalare che è attivo dalle 9 alle 15. Magari queste sono cose di risolvere, invece di farsi belli o dire che si è stritolati dalle riunioni. Sì, a Roma per ottenere la candidatura.