Il Partito Repubblicano Italiano si ricostituisce ad Arezzo

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Per iniziativa dell’avvocato Luciano Spigliantini, che sta tessendo la tela di questa rinascita, a breve il congresso fondativo.

Il PRI è stato un partito che in città ha fatto sentire la sua voce forte e chiara. Non sarà facile ricostituirne la struttura e ridare voce alle sue istanze.

Un glorioso passato

E’ uno dei partiti piu’ antichi della storia italiana. Discende dalla Giovane Italia di Giuseppe Mazzini del 1832, dal Partito d’Azione fondato da Mazzini durante le guerre risorgimentali e dall’Alleanza repubblicana, nata nel 1874 per coordinare l’attività dei circoli repubblicani. Nell’aprile 1895 – tre anni dopo la nascita del PSI – a Milano nacque il PRI

All’indomani del delitto Matteotti il PRI aderì all’Aventino e intensificò la lotta contro il regime.

“La Voce Repubblicana”, il quotidiano ufficiale del PRI, per la sua dura opposizione al regime subì più di un sequestro e numerose sospensioni temporanee delle pubblicazioni.

All’indomani del XVII congresso (1925) decise di abbandonare l’Aventino e il PRI, diretto dal nuovo segretario Mario Bergamo, si oppose al regime per tutto il 1926 e per questo fu sciolto nel novembre.

Il nucleo principale della direzione andò in esilio in Francia dove il PRI fu ricostituito, anche se un forte gruppo si organizzò in Svizzera.

Dopo il 25 luglio 1943 Giovanni Conti, anche a nome degli esponenti storici Cipriano Facchinetti, Oliviero Zuccarini e Cino Macrelli, riprese le pubblicazioni de La Voce Repubblicana, proclamando a Roma la ricostituzione del Partito Repubblicano Italiano.

Presentatosi all’elezione della Costituente nel 1946, il PRI ottenne il 4,4% e si confermò forte nelle regioni dove tradizionalmente già lo era e di scarso seguito dove erano forti la Democrazia Cristiana e i partiti marxisti.

Il PRI entrò nel II governo De Gasperi, insieme a DC, PCI e PSI, con i ministri Macrelli e Facchinetti.

Negli anni ottanta Spadolini e il figlio di Ugo, Giorgio La Malfa, legarono il PRI al Pentapartito, alleanza formata da DC, PSI, PSDI e PLI.

Il PRI ruppe con la maggioranza solo nel 1991 a causa delle reazioni scaturite dall’approvazione della legge Mammì.

Nel giugno del 1981 Spadolini fu nominato presidente del Consiglio dei ministri, il primo non democristiano della storia dell’Italia repubblicana.

Dopo la fine della prima repubblica, il declino. Alle elezioni europee del 2019 il PRI presenta alcuni candidati, tra cui il vice segretario Fusignani, nella lista di +Europa

Le prospettive

Dal voto in Emilia Romagna e in Calabria è facile rilevare un forte disagio degli elettori in relazione all’azione del Governo nazionale:  per le fallimentari politiche meridionaliste; per la mancanza di politiche d’investimento, di cui tutto il Paese ha una urgente necessità; per la mancanza di revisione dell’ingente spesa pubblica improduttiva.

Il Movimento 5 Stelle, al Governo da dopo le elezioni politiche del 2018, crolla nei consensi elettorali sia in Calabria che in Emilia Romagna.

Nel centro destra diventa irrilevante la componente liberale ed europeista e la coalizione si caratterizza sempre più  per essere a tradizione salviniana.

Il PD non creda di aver risolto la sua crisi di identità grazie alla vittoria di Bonaccini, che ha condotto una campagna elettorale con spirito e grafica di grande indipendenza.

All’Italia manca una forza politica Liberal Democratica, o se si preferisce Liberal Keynesiana, che affondi le radici nella storia d’Italia, che sia europeista e filo atlantica e che sappia dare soluzioni ai problemi con la luce della ragione e non con la necessità di guadagnare nell’immediato una manciata di voti in più.

Le nostre grandi aziende hanno difficoltà ogni giorno di più a operare nel bacino del Mediterraneo, dove una politica estera ondivaga ci rende nel migliore dei casi ininfluenti. Né può essere diversamente. Le grandi operazioni e il rafforzamento delle aziende che rappresentano il sistema  Paese spesso non risultano affidabili perché non lo è l’Italia.

Gli Stati valutano la partecipazioni delle aziende alle grandi operazioni sulla scorta di parametri di affidabilità, di titoli acquisiti. Così come accade per i concorsi il possesso da parte dei concorrenti della laurea o di un master dà punteggio, nelle operazioni internazionali le aziende italiane venivano valutate al massimo livello, come fossero in possesso di laurea e master rispetto ai titoli di aziende di altri stati meno solidi, perché era l’Italia a offrire garantire.

Oggi il titolo che viene attribuito all’Italia e alle sue aziende è davvero basso.

Lo stesso ragionamento vale sul territorio nazionale, dove ogni operazione di investimento continua a scontrarsi con una burocrazia che scoraggia, che riempie il percorso imprenditoriale di trappole e di ostacoli.

La linea ondivaga del governo sullo scenario internazionale è tale anche a livello nazionale, in particolare nel Mezzogiorno.

Negli ultimi mesi del 2019  molti imprenditori non hanno potuto beneficiare del bonus occupazionale che prevedeva l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali, per le assunzioni di under 35 a tempo indeterminato nel Sud, per mancanza di risorse finanziarie che coprissero quella misura prevista dalla Legge di Bilancio dello Stato.

Le domande presentate nel gennaio 2020, con riferimento alla stessa norma ma per assunzioni effettuate negli ultimi mesi del 2019, sono state respinte, perché ora i soldi ci sono ma le domande andavano presentata entro 30 giorni dall’assunzione, quando non vi era copertura.

Il reddito di cittadinanza, d’altro canto, è una misura utile per accompagnare e aiutare i cittadini in momentanea difficoltà, ma ha dimostrato la sua incapacità nel dare risposte a chi davvero cerca lavoro e nel venire incontro alle esigenze delle imprese.

La semplificazione amministrativa tanto sbandierata e garantita con le Zes è rimasta sulla carta. Tant’è che ogni impresa che voglia investire deve munirsi di 32 tra autorizzazioni e visti di varie amministrazioni prima di ottenere il via libera. Certo, così il Sud non crescerà. E neppure l’Italia.

Ecco la necessità di una forza politica liberal keynesiana capace di programmare e spingere gli investimenti pubblici, di ridefinire e semplificare il percorso di chi vuole investire, di redistribuire con equità la ricchezza prodotta. Il Pri in un futuro così fatto ci crede e vuole dare il suo contributo.

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