Arezzo città della cultura? Prima occorre valorizzarla, la cultura. La soprintendenza fantasma? Non pervenuta!

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“Non vi stupirò con effetti speciali”, recitava una vecchia pubblicità di tv color.

Infatti è facile immaginare che nemmeno gli effetti speciali riusciremo ad organizzare. Ma se questi possono essere piu’ o meno utili in vista della prossima campagna elettorale, il problema della gestione, valorizzazione e promozione del nostro patrimonio culturale resta. Ancora troppi dubbi e incertezze sulla gestione della cultura da parte della fondazione creata allo scopo, ma dobbiamo ammettere che il problema è di ben piu’ vasta portata.

L’argomento è così bruciante, che non dovrebbe essere affidato all’estemporanea iniziativa della maggioranza pro tempore che occupa il palazzo. Il rischio che si corre, è che l’unica idea a passare, sia quella che ha in testa chi si trova nella stanza dei bottoni, con risultati ondivaghi, incoerenti ma soprattutto incostanti. Uno spreco di soldi senza alcun ritorno.

Manca il coordinamento e la presenza organica dello stato. Il problema della Soprintendenza che è stata unificata con Siena e Grosseto e la cui sede è stata portata a Siena, non è dunque solo una questione territoriale. In realtà a Siena è stata portata la sede del soprintendente. Ciò che invece urge sottoporre a giudizio politico, è il ruolo che le soprintendenze hanno nel nostro paese.

La riforma Franceschini ha dimostrato che è possibile gestire con criteri di economicità, competenza e produttività i musei, che in mano a direttori appassionati e con buona autonomia, hanno conosciuto uno sviluppo inimmaginabile.

Perché non è possibile desiderare qualcosa di analogo anche per le soprintendenze?

Perché queste istituzioni devono limitarsi al ruolo di gendarmi del patrimonio e non anche promotori di sviluppo?

Perché dobbiamo mantenere il piu’ grande patrimonio artistico del mondo perennemente ingessato in mano a istituzioni che diventano spesso solo fattori di conservazione e protezionismo in senso stretto: cioè un freno e un ostacolo allo sviluppo, alla crescita del turismo e dell’economia? (In qualche caso, anche centri di potere personale)

Scrisse Matteo Renzi ancora sindaco di Firenze: «Abbiamo dato la cultura in mano a una struttura ottocentesca, non può più basarsi sul sistema delle soprintendenze ».

Se l’Italia è piena purtroppo di sfregi alla sua bellezza, al suo patrimonio e al suo paesaggio, segno che in questo ruolo di gendarmi qualcosa non ha funzionato, è altrettanto vero che è anche piena di opere bloccate o incompiute, a causa di ritardi, pastoie e lungaggini burocratiche.

I plenipotenziari del Mibac, sono una categoria di funzionari dello Stato fortemente politicizzata, composta generalmente da persone anziane, quasi sempre a fine carriera e quindi demotivate.

Sono anche una struttura capillare, articolata su base provinciale in tutto il territorio nazionale, come le prefetture. Equiparati a ufficiali di Pubblica sicurezza, nell’esercizio delle loro funzioni i soprintendenti hanno anche potere sul piano penale.

Tra di loro 24 dirigenti di prima fascia, suddivisi in 12 direttori regionali periferici e 12 addetti al ministero (guadagnano circa 6.000 euro al mese).

Quindi i soprintendenti che (tra gli ultimi dati disponibili) erano 157 dirigenti di seconda fascia (stipendio tra i 3.000 e i 4.000 euro mensili) a cui si aggiungono 28 amministrativi, 17 archeologi, 38 architetti, 31 archivisti, 18 bibliotecari, 25 storici dell’arte. Il taglio delle soprintendenze è intervenuto su questa categoria: rarefacendo le sedi, si è posta l’obbiettivo di ridurne il numero.

Infine troviamo i funzionari in numero non conosciuto (1.500-1.800 euro al mese) che esprimono i loro pareri sui vari progetti e di fatto esercitano un potere di veto, bloccando i lavori che a loro insindacabile e personale giudizio, possono compromettere la tutela dei beni artistici o del paesaggio.

Ma sommessamente utilizzando la parabola biblica dei talenti, non possiamo considerare buona gestione quella che si occupa unicamente di sotterrare i grandi talenti ricevuti, sotto forma di patrimonio artistico, in nome della loro conservazione: “Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ne ha dieci. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

La questione non è priva naturalmente di un riflesso economico, anzi ruota proprio attorno a questo.

Artribune, rivista di arte e cultura contemporanea, valuta nell’1,5 per cento del Pil il vantaggio che si potrebbe ricavare da una gestione più aperta e moderna del nostro patrimonio.  Attenzione, non sto dicendo di massacrarlo il patrimonio artistico, al contrario: di valorizzarlo, di renderlo fruibile, motore di sviluppo e di crescita culturale. È necessario evitare la paralisi generata della conservazione a prescindere. Il blocco preventivo, la cautela della tutela.

Con le migliori intenzioni contenute nei “pareri” e nelle “prescrizioni”, a volte per prudenza e a volte per paura di complicazioni giudiziarie, la burocrazia delle soprintendenze artistiche e archeologiche imbriglia il recupero e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, contribuendo così a congelare la modernizzazione; a paralizzare l’assetto urbanistico delle città; a bloccare anche i progetti più innovativi e rispettosi dell’ambiente o del paesaggio, insomma a «incatenare» il Belpaese.

Come se ne esce? Stabilendo dei budget di produttività e perché no, di redditività.

Ai soprintendenti dunque non solo il compito di gendarmeria della cultura – non devono sentirsi copie del nucleo speciale di tutela artistica dei carabinieri: bastano loro per questo scopo – devono diventare motori di sviluppo culturale e sociale. Devono essere in grado di organizzare mostre, eventi, appuntamenti pubblici, promuovendo il territorio affidatogli in stretta collaborazione con le amministrazioni locali. Chi non riesce in questo obbiettivo, va a fare altro. Va a smistare la posta al ministero delle carte bollate.

Franceschini ha messo mano al primo step di questa grande generale riforma del settore. Il piu’ resta ancora da fare: fermare il declino, anzi il disastro, artistico e culturale del Paese, per riscoprire e valorizzare la nostra Grande Bellezza. Speriamo in una prossima visita del ministro, per potergli sottoporre questi dubbi e queste riflessioni.