Banca Etruria: si avvicina l’ora di conoscere finalmente la verità

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Un articolo della Nazione di oggi, ci introduce nel tortuoso cammino che ci dovrebbe portare a conoscere la verità sugli ultimi 25 anni di Banca Etruria.

E’ la storia del bancarottiere Rigotti e di come fu riammesso al voto in quel maggio del 2009. Una serie di triangolazioni di denaro, partite da dentro la stessa BE, che riportarono in bonis i conti di Rigotti, quanto bastava a farlo votare.

La speranza di molti e solo per amore della verità, è che finalmente qualcuno abbia il coraggio di chiedere ciò che tanti immaginano e nessuno dice di quel pezzo di storia. Ed  è bene che questo racconto  lo si faccia stando seduti sul banco dei testimoni o alla sbarra, secondo i casi, ma in un aula di tribunale, dove non è consentito a nessuno nascondersi dietro ad  un dito.

“Ci sarà pure un giudice a Berlino” per dirla con Bertold Brecht!

E’ il momento che qualcuno finalmente racconti perché si arrivò a prendere certe drammatiche decisioni e cosa i dirigenti della banca già sapevano nel 2009, a proposito della situazione finanziaria e patrimoniale.

I 25 anni che sconvolsero Banca Etruria

Nel 1988, 100 anni dopo la sua nascita, si compie il primo vero passo falso della Banca Mutua Popolare Aretina, con l’acquisto della Banca Popolare dell’Alto Lazio.

All’epoca si fece un gran parlare di questa fusione: si citano ancora oggi, a proposito ed anche a sproposito, le possibili pressioni esercitate dall’allora padre e padrone della politica italiana Giulio Andreotti, per favorirne il passaggio.

I dirigenti di quella travagliata fase storica, ricordano quel periodo come un’epoca di preoccupazioni. Nella banca incorporata molte cose non andavano. I bilanci non davano ragione di perdite attraverso partite irrecuperabili che tolsero il sonno a piu’ di un funzionario. E’ certamente un dato di fatto che la floridezza dei suoi primi 100 anni di vita, non tornerà piu’.

Ma tant’è: il 31 dicembre 1988 nasce la Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio: Obbiettivo (obtorto collo) gettare le basi per un ulteriore sviluppo in Italia Centrale, con un’espansione della rete commerciale in Lazio, Abruzzo, Toscana, Umbria e Marche, fino a Milano.

Nel 1990 avviene l’incorporazione della Banca Cooperativa di Capraia Montelupo e Vitolini.

Il titolo Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio viene quotato alla Borsa Italiana nel 1998.

Nel 2001 viene registrato il marchio commerciale. Il 2 aprile dello stesso anno il titolo entra nell’indice FTSE Italia STAR della Borsa Italiana.

Già qui si potrebbe fare una prima riflessione: come è pensabile che una banca cooperativa, che dovrebbe avere nel rapporto privilegiato con i suoi cooperanti il suo fine ultimo, si quoti in Borsa?  Significa gestire una holding che si estende ormai in sette regioni, attraverso un sistema di votazione per testa e non per azione (manco in un condominio visto che si vota in base alle quote millesimali). Significa consegnare un istituto finanziario nazionale al controllo di gruppi di potere locale, trasversali anche ai partiti (e pure alla massoneria) che fanno quello che vogliono

Ho esultato quando il governo Renzi ha obbligato le popolari a trasformarsi in SPA e diventare finalmente società serie. (UBI Banca è una SPA)

Nel periodo che va dalla incorporazione della Popolare Alto Lazio alla quotazione in borsa, si scatena una guerra interna senza precedenti, culminata con un celebrato “ceffone” (reale e non virtuale) passato alla storia e ancora foriero di ricordi e diatribe. Le divergenze sono ormai insanabili, non ultima quella che vede coloro che già stanno rendendosi conto del mutare delle fortune della Popolare e spingono per una cessione in blocco ad un’allora floridissimo MPS.

Come dice giustamente Rossano Soldini, nessuno può sapere come sarebbe stata la storia fatta con i “se” e con i “ma”. Se per esempio questa acquisizione avesse calmato il desiderio di espansione senese e quindi evitato l’acquisto ad un prezzo folle di Antonveneta, scriveremmo oggi una storia completamente diversa, forse anche per MPS.

Sta di fatto che il vincitore di quella guerra è certamente Faralli, che si oppone sempre e strenuamente, non solo a qualsiasi cessione, ma anche a qualsiasi cambiamento dello stato sociale della banca.

Questa affermazione è importante per chiarire dubbi e posizioni, comprese alcune frasi contenute nel libro di De Bortoli che mi paiono un po’ confuse e poco attendibili. In questo periodo cominciano invece le fortune degli uomini della ex DC, non ultimo Giuseppe Fornasari: certamente il politico di maggior prestigio a cavallo del millennio.

Non scomodiamo invece l’Opus Dei per ogni complotto: la defenstrazione di Faralli è uno spostamento, soprattutto nella persona del presidente, dei suoi riferimenti politici. Salvo poi pagarne giustamente il fio. Va invece notato che, contemporaneamente a questi eventi, cominciano ad acquisire potere consorterie territoriali e assi trasversali al mondo economico.

I due colpi finali alla solidità dell’istituto, arrivano da lì a poco, con le due ultime acquisizioni: nel 2006 la storica banca privata fiorentina, Banca Federico Del Vecchio, pagata almeno il doppio del suo valore (se si prendono come riferimenti importanti perizie di stima dell’epoca) e almeno il quintuplo del valore a cui è stata rivenduta poi, ma la svalutazione successiva fa parte del rischio e anche del gioco.

Nel luglio del 2008 entra nel gruppo anche Banca Lecchese e l’Assemblea straordinaria dei soci approva “Banca Etruria” come nuovo nome commerciale del gruppo.

E’ la goccia che fa forse traboccare il vaso e spinge, attraverso una specie di colpo di mano il CDA nel 2009, a defenestrare Elio Faralli.

Se l’intento dei montagnardi è di aprire la finestra per fare entrare aria fresca in banca, aihmè il risultato non è quello sperato.  Anzi, da quella finestra entra il peggior tanfo circolante nel paese.

Il vecchio Faralli in ultimo ormai considerava Banca Etruria un po’ casa sua e non ammetteva nessuno sulla sua strada. Ci provano in quei giorni convulsi sostituendolo con Fornasari quando ormai è troppo tardi e l’uomo forse non è per giunta all’altezza del ruolo.

Dal 23 maggio 2009, e fino alla sua fine, Banca Etruria è sotto il controllo di un gruppo politico composto da ex democristiani.

Essere stati buoni politici, a seconda dei punti di vista, non garantisce di essere anche buoni banchieri. Anzi tutt’altro e da qual momento si inanellano una serie di errori, uno dopo l’altro.

Ottobre 2009: L’assemblea ordinaria dei soci, presieduta da Giuseppe Fornasari, nomina Faralli presidente onorario dell’istituto. «L’impegno con cui Faralli ha contribuito in maniera significativa all’affermazione del Gruppo Banca Etruria nel panorama creditizio nazionale e le particolari benemerenze ottenute nel movimento delle Banche Popolari, hanno trovato il pieno consenso della compagine sociale alla sua nomina». All’87enne Faralli, «dimessosi da tutte le carica ricoperte, è stato anche riconosciuto un premio alla trentennale carriera ed un emolumento straordinario di complessivi 1,3 milioni di euro». A ciò si aggiunge – spiega ancora la banca – «un corrispettivo annuale di 120.000 euro per patto di non concorrenza della durata di 5 anni».

I soci hanno inoltre provveduto a nominare Felice Emilio Santonastaso nuovo consigliere di amministrazione in sostituzione di Rossano Soldini che accusava i vertici della banca di aver messo a punto una operazione per snaturarne le radici territoriali. Ormai la maggioranza del consiglio di amministrazione, dichiara Soldini, è in mano a consiglieri non provenienti dal territorio.

Marzo 2011: Nella sala del Continentale Rossano Soldini e Alfredo Berni presentano la lista alternativa per il rinnovo del CDA di Banca Etruria. La parola d’ordine è: la banca deve tornare a servizio della città.

Aprile 2011: Con 7704 voti, il CDA uscente viene riconfermato. La lista Berni/Soldini conquista 1964 voti. 76 schede bianche, 24 le nulle. Il consiglio di amministrazione di Banca Etruria conferma Giuseppe Fornasari come presidente. Sarà  affiancato dai due vice presidenti: Giovanni Inghirami e Natalino Guerrini, il primo con la carica di vice vicario. Il nuovo cda dell’istituto è così composto: Giuseppe Fornasari, Giovanni Inghirami, Natalino Guerrini, Alberto Bonaiti, Luigi Bonollo, la new entry Pier Luigi Boschi (mal gliene incolse), Giovan Battista Cirianni, Giampaolo Crenca, Laura Del Tongo, Enrico Fazzini, Augusto Federici, Andrea Orlandi, Lorenzo Rosi, Felice Emilio Santonastaso ed Alfredo Berni (notare quanti tra costoro hanno avuto le loro aziende fallite).

Aprile 2012:  L’assemblea approva il bilancio con il ritorno al dividendo, attraverso l’aumento gratuito di capitale sociale, per un importo di 7.051.957 euro, mediante emissione di 2.350.652 azioni ordinarie, con assegnazione gratuita ai soci nel rapporto di un’azione di nuova emissione ogni trentadue possedute, con godimento dal primo gennaio. Si comincia ad intuire che qualcosa non va.

Giugno 2013: Il Consiglio di Amministrazione di Banca Etruria, dando esecuzione alla delibera dell’Assemblea Straordinaria dei Soci del 11 novembre 2012, definisce le modalità e le caratteristiche dell’Aumento di Capitale da 100 milioni di euro. Difficile capire oggi la posizione di Bankitalia, che già sapeva che avrebbe commissariato l’Etruria, ma ha lasciato che la banca rastrellasse i risparmiatori aretini.

Dicembre 2013, a seguito di numerose ispezioni, Bankitalia impone l’aggregazione con un istituto di elevato lignaggio. Senza questa soluzione, Banca Italia minaccia rapide ritorsioni compreso il probabile commissariamento. Imputato maggiore, come sempre, la cattiva qualità del credito che ha portato a dover spesare circa 800 milioni dal 2009 e che già necessiterebbe di ulteriori rettifiche per 80 milioni oltre che di un’attenta revisione delle posizioni a incaglio e a sofferenza.

I rilievi e le indicazioni contenuti nelle risultanze dell’ispezione di Bankitalia durata ben 9 mesi e conclusasi in settembre e che il Presidente Fornasari ed il Direttore Generale Bronchi riportano alle organizzazioni sindacali aziendali convocate con urgenza, in coda al CdA di venerdì 13 dicembre.

Gennaio 2014: Milano Finanza dichiara essere imminenti dimissioni di presidente e direttore generale. Banca Etruria smentisce e dichiara essere completamente destituita di fondamento la notizia apparsa sul sito milanofinanza.it e ripresa dal sito corrieredellasera.it  avente come oggetto le future ed ipotetiche dimissioni del Presidente e del Direttore Generale di Banca Etruria. Tali notizie – si aggiunge in un comunicato – sono fortemente lesive dell’interesse e dell’immagine della Banca e causa di turbativa del mercato azionario. Banca Etruria si riserva pertanto ogni azione in sede civile e penale tesa alla difesa degli interessi degli azionisti e del proprio management, diffidando chiunque dalla divulgazione delle false notizie riportate”. Il CdA di BANCA ETRURIA nel frattempo,  attiva un processo di vendita gestito da Rothschild e Lazard col fine di trovare un istituto di standing che compri la banca. Sul processo viene data scarsa comunicazione ma si vocifera che i potenziali interessati potrebbero essere la banca popolare dell’Emilia romagna e la banca di Vicenza, a cui viene dato accesso alla data room virtuale per l’approfondimento del dossier.

3 Aprile 2014: lettera pesantissima da parte di Bankitalia. Sostanzialmente si richiedono le dimissioni immediate di tutto il management.

6 aprile 2014: Il presidente Fornasari annuncia le sue dimissioni. Subentra Lorenzo Rosi che era vicepresidente. Se Bankitalia chiede un cambio di passo nella gestione dell’istituto, l’avanzamento da vice a presidente non rappresenta certo una forte discontinuità. Luigi Boschi diventa vicepresidente. I bene informati immaginano già come sarebbe andata a finire…

Lunedì 7 Aprile 2014 il vicedirettore generale di Vicenza, Andrea Piazzetta, dichiara alla stampa a margine di un convegno, che entro il venerdì successivo avrebbero presentato una offerta cash vincolante.

Kairos apre lo short sul titolo, scelta quantomeno dubbia, dal momento che a breve sarebbe arrivata un’offerta vincolante verosimilmente superiore al prezzo di borsa (OPA a premio, come da prassi di mercato).

Venerdì 11 aprile 2014: a mercati chiusi arriva il comunicato del Cda di BANCA ETRURIA in cui si dice che, seppur in mancanza di un’offerta, si concede un periodo di esclusiva a Vicenza per addivenire a un accordo entro fine maggio 2014.

Nessun dettaglio su eventuali altri pretendenti, né sul perché di un’esclusiva dopo mesi di data-room e soprattutto in mancanza di un’offerta e in presenza di un solo acquirente.

Maggio 2014: Popolare Vicenza presenta una proposta vincolante di OPA a € 1 (esattamente quanto valeva BANCA ETRURIA prima della mancata offerta di aprile) condizionata alla trasformazione in SPA (e molte altre cose) In pratica Vicenza dice “Ok, vi do un’euro, ma voi mi fate mettere il naso”.

Maggio 2014: Si alzano le barricate da parte del sindaco di Arezzo, dei politici, sindacati, associazioni. Il centro destra parla della difesa dell’aretinità della banca (un cult). Nella stessa giornata è stato anche annunciato che Luca Bronchi non è più il direttore generale dell’istituto, ma non è stato ancora ufficializzato il nome del successore: per ora le deleghe sono affidate al vice-direttore generale Cuccaro.

Maggio 2014: Il premio offerto è di oltre il 25% rispetto al prezzo di borsa e da Vicenza ci tengono a sottolinearlo nell’offerta. Viene qualche dubbio sulla mancata offerta di aprile e su un periodo di esclusiva per far calmierare il titolo e rendere più appetibile l’offerta. L’offerta ha data di scadenza metà giugno. La dirigenza di Banca Etruria è a colloquio con Bankitalia. Popolare Vicenza nel frattempo rastrella il mercato con un aumento di capitale che tutti immaginano finalizzato a questa OPA. In realtà, le verifiche della BCE riveleranno una situazione pesantissima e l’aumento di capitale sarà appena sufficiente a superare gli stress test. Ma questo nessuno lo immaginava, nemmeno Bankitalia!

Giugno 2014: L’offerta di Vicenza NON è stata ufficialmente rifiutata ma è stato dato mandato al Presidente per negoziare condizioni migliorative, ma queste negoziazioni non avvengono. I dirigenti di BE presentatisi per discutere l’operazione, vengono sostanzialmente messi alla porta da Zonin e alla scadenza dell’offerta Vicenza non rinnova, mostrando da subito il bluff iniziale. Si scoprirà tutto dopo, compreso il fatto che nemmeno il CDA di BPV era stato investito del problema.

Kairos riapre la posizione short e il titolo perde oltre il 50%.

Luglio 2014: viene dato mandato a Mediobanca (consulenti di Vicenza pre-offerta poi scaduta) per la ricerca dell’investitore, sfiduciando Rothschild e Lazard (o sono loro ad aver rinunciato al mandato? Non si sa, i dirigenti Banca Etruria non danno informativa).

Settembre 2014: viene dato mandato a Mediobanca di lavorare sulla trasformazione in SPA di BANCA ETRURIA, col fine di realizzare tale trasformazione in tempi brevi e convocare l’assemblea entro la fine dell’anno.

Ottobre 2014: pioggia di sanzioni sulla dirigenza presente e passata di BANCA ETRURIA su ordine di Bankitalia per violazione delle disposizioni sulla governance, carenze nell’ organizzazione e nei controlli interni, mancata trasparenza e altre. Nel frattempo continuano le ispezioni, che ormai sono permanenti. Bankitalia alcune banche le commissaria mentre per altre consiglia l’aggregazione.

Dicembre 2014: Bankitalia “impone” l’attivazione di un processo a Banca Etruria e organizza un incontro con il CdA post offerta iniziale di Vicenza.

20 Gennaio 2015: il governo vara il decreto sulla trasformazione delle Banche Popolari.

7 febbario 2015: Accordo siglato tra l’azienda e i sindacati: comporta fortissimi sacrifici per i dipendenti, sia in termini salariali che di organizzazione del lavoro.

12 febbraio 2015: i commissari irrompono (letteralmente) durante il cda della banca assumendone il controllo. E’ l’inizio della fine. Fino al collasso finale, di cui nemmeno gli ispettori citati, erano in grado di prevedere gli esiti.

L’applicazione nemmeno richiesta del “bail in“, dopo il famoso decreto del 22 novembre 2015, ha invece mostrato i limiti delle leggi scritte a tavolino da passacarte che non hanno nessuna esperienza sul campo, non comprese da politici che non han capito cosa stavano approvando e applicate da organi di vigilanza che cadevano dal pero dopo ogni contraccolpo sociale.