L’incubo dell’eroe qualunque di Clint Eastwood

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Dal 16 gennaio nei cinema italiani viene proiettato il nuovo film del regista americano Clint Eastwood, ormai alle soglie delle novanta primavere (nato a San Francisco, 31/05/1930). Alla sua veneranda età se ne va ancora in giro, indomito e instancabile, a girare film e a raccontare le gesta dei suoi eroi. Ispirato all’articolo del Vanity Fair del febbraio 1997 “American nightmare: the Ballad of Richard Jewell”, il film narra della storia vera della guardia privata di sicurezza Richard Jewell che, in servizio la sera del 27 luglio 1996 al Centennial Park durante le olimpiadi di Atlanta del 1996, si accorge della presenza di uno zaino sospetto nei pressi di una panchina e, avvertite le autorità, aiutò ad evacuare l’area prima che le tre bombe rudimentali al suo interno esplodessero provocando comunque due morti (Alice Hawthorne, spettatrice di Albany, morta nell’esplosione e Melih Uzunyol, un cameraman turco, morto poco dopo per un infarto) ed oltre 100 feriti. Senza l’intervento di Richard Jewell sarebbe stata una strage ben più tragica considerato che all’ora dell’esplosione erano presenti all’interno del parco migliaia di persone. Il trentenne Richard Jewell divenne immediatamente l’eroe del giorno, acclamato dai vicini e dalla stampa. Il suo momento di gloria durò però pochi giorni perchè in breve diverrà il sospettato numero uno da parte dell’FBI, a cui farà seguito un articolo uscito il 30 luglio sul quotidiano cittadino di Atlanta che recitava in prima pagina e a caratteri cubitali che “L’FBI sospetta che la guardia eroe possa aver piazzato la bomba”. Per quanto non vennero mai formulate accuse ufficiali, Richard venne sospettato di aver architettato tutto in maniera premeditata in quello che, secondo le prime valutazione degli inquirenti, rispecchiava il profilo dell’attentatore solitario, un uomo frustrato ed eccessivamente zelante, un aspirante poliziotto che si doveva accontentare suo malgrado di lavoretti di vigilanza privata non riuscendo talvolta neppure a mantenerli. Gli agenti dell’FBI piomberanno improvvisamente nella sua vita perlustrando senza riguardi nella casa che divideva con la madre e sottoponendolo a interrogatori insistenti ed accusatori. I media punteranno il dito su di lui, rovistando nel suo passato e nelle sue abitudini, piazzando quattro stazioni per le trasmissioni televisive di fronte alla sua casa e sostenendo che era un amante delle armi. Insinueranno che possedesse uno zaino simile e che i funzionari di una scuola in cui aveva lavorato in passato ricordassero del suo atteggiamento eccessivamente zelante e paranoico. Solo tre mesi dopo il Dipartimento di Giustizia rese ufficiale che Richard Jewell non era l’uomo che stavano cercando e solo molti anni dopo, nel maggio del 2003, fu arrestato il vero colpevole, un certo Eric Robert Rudolph, un militante primatista che poi confesserà anche di essere stato l’autore di altri attentati e che sarà condannato a quattro ergastoli. Richard Jewell, ormai definitivamente scagionato e riabilitato, morirà qualche anno dopo a 44 anni nel 2007 nella sua casa in Georgia, dopo mesi di gravi problemi medici a seguito delle complicanze dovute al diabete.Eastwood, in questa sua terza o quarta giovinezza artistica (ha espresso il desiderio di continuare a girare film fino a 100 anni), prosegue dunque nel raccontare fatti realmente accaduti e che collocano al centro delle storie persone che con le loro gesta prodigiose, di coraggio o abnegazione, possono essere considerati degli eroi. Eroi individuali, eroi loro malgrado o malgrado tutto e che hanno in comune il dover comunque dar conto delle proprie gesta, sia ad un sistema talvolta ostile e spietato ma soprattutto alla propria coscienza, qualsiasi sia stato il contesto e la situazione affrontata. Ma i gesti eroici di Richard Jewell si allontanano definitivamente dalla semplice celebrazione di grandezza vista nel passato recente, in particolare nei film “Sully” e “American Sniper” per non dimenticare di “15:17 – Attacco al treno”.  Nel film del 2016, uno straordinario Tom Hanks interpretava il comandante Chesley Sullenberger (Sully) che, la mattina del 15 gennaio 2009 e cinque minuti dopo il decollo dall’aeroporto La Guardia di New York, a seguito dell’impatto con uccelli (bird strike) e l’immediato spegnimento di entrambi i motori, effettua un ammaraggio di emergenza sul fiume Hudson, riuscendo a mettere in salvo tutti i 150 passeggeri e i 5 membri dell’equipaggio. Nel film l’eroe e le sue gesta non sono mai messe in discussione; Sully è una persona per bene, integerrima, un professionista esperto e preparato, un marito e padre affettuoso. Per quanto il sistema metterà in dubbio le sue gesta accusandolo di aver sconsideratamente effettuato un ammaraggio quando avrebbe potuto tentare il rientro in aeroporto, la figura dell’eroe ne esce indenne. Nel film del 2014 “American Snipers”, basato sull’autobiografia del cecchino dei Navy SEAL Chris Kyle, film campione di incassi, viene invece celebrato l’eroe di guerra nella sua più semplice e crudele rappresentazione, colui che come  cecchino protegge dalle retroguardie le operazioni dei soldati dell’esercito americano nelle complicate operazioni che in Iraq seguirono la caduta del regime di Saddam. Il prototipo del patriota americano, del Dio, patria e famiglia come unico credo, motto tanto caro ad una certa retorica militarista e nazionalista. Anche in questo caso il film non mette mai in discussione le gesta dell’eroe che sacrifica la propria famiglia e per ultimo la propria vita per difendere il paese che ama ma soprattutto i propri compagni d’armi per quanto le sue gesta si traducano nell’uccisione sistematica di suoi simili e che il risultato sia l’eliminazione di 160 nemici. Un mors tua vita mea inesorabile e crudele, purtroppo comune in qualsiasi scenario di guerra. Ma l’eroe non è mai in discussione e ne è la riprova anche il finale del film, dove il corteo funebre viene salutato da una folla immensa ai margine delle strade, nel percorso che lo condurrà allo stadio dei Dallas Cowboys, luogo prescelto per il rito di commiato. Nel nuovo film, Eastwood celebra invece l’eroe qualunque, l’uomo qualunque senza particolari pregi e talento, con i suoi evidenti difetti e le sue debolezze umane che si è trovato semplicemente nel luogo giusto al momento giusto.

Il luogo sono le olimpiadi di Atlanta del 1996, le olimpiadi del centenario, che si svolsero esattamente un secolo dopo la prima pionieristica manifestazione dell’era moderna, tenutasi per una manciata di giorni ad Atene nell’aprile del 1896. Furono le olimpiadi in cui il progetto economico e dei grandi sponsor, prima fra tutti la padrona di casa Coca Cola ma anche la catena televisiva CBS che aveva garantito un’ingente copertura finanziaria alla manifestazione, si sostituivano alla tradizione. Il movimento sportivo mondiale si arrendeva definitivamente e suo malgrado al mercantilismo e allo sport professionistico. Olimpiadi ritenute, a torto o a ragione, scippate alla capitale greca, una scelta che sarebbe apparsa la più naturale, ma che nulla aveva potuto di fronte al potere e alle aspirazioni statunitensi. Fu la manifestazione dei grandi risultati, del predominio americano che raccolse oltre cento medaglie e della fiaccola accesa dalla mano tremante dell’ultimo tedoforo, quel Muhammad Ali nato Cassius Clay, ormai minato dal morbo di Parkinson ma che ancora una volta era riuscito a catalizzare su di se l’attenzione mondiale. Ma furono anche le olimpiadi della disorganizzazione, dei volontari non adeguatamente preparati, dell’inevitabile condizionamento commerciale e del gesto di un folle attentatore primatista che seminò il panico in un parco cittadino, il Centennial Park, causando la morte di due persone e il ferimento di oltre 100 ma che sarebbe potuta essere una strage se non vi fosse stato l’intervento provvidenziale dell’eroe Richard Jewell.

Tentare di raccontare il film o di farne un riassunto a sommi capi, sarebbe inutile e riduttivo e non darebbe certamente giustizia a quello che è probabilmente il più bel film di Clint Eastwood degli ultimi 15 anni. Molti in America hanno considerato la storia raccontata da Clint Eastwood il mezzo con cui l’anziano regista ha voluto denunciare l’ingiustizia di un sistema corrotto e ormai fuori controllo e a cui non crede più neppure lui : la vile spietatezza di “due delle forze più potenti del mondo odierno, il governo degli Stati Uniti e i media”, che possono impunemente accusare un innocente arrivando a rovinargli la vita. L’FBI appare impreparata e negligente nell’affrontare una situazione quasi inedita di terrorismo interno e che vede in Richard Jewell la soluzione più semplice e più naturale su cui concentrare le proprie indagini. I media rappresentati come belve assetate e invadenti, in particolare nella figura della giornalista spietata e senza scrupoli che usa qualsiasi mezzo per potersi accaparrare la notizia che tanto sta cercando, non esitando a trasformare l’eroe nel vero colpevole. Ma per quanto Eastwood condanni duramente e senza esitazione l’operato di entrambi, FBI e media, sembra comunque tentare di circoscriverne per entrambi i confini. Richard Jewell, che anche se è accusato ingiustamente e che vede l’amata madre soffrire e disperarsi, non perde mai la fiducia nelle forze dell’ordine, istituzione che rispetta profondamente e a cui ambisce comunque far parte. Arriva addirittura ad offrire il proprio aiuto agli agenti federali durante la perquisizione minuziosa della propria casa, giustificandoli dato che comunque stanno facendo solo il loro dovere. Richard, il ragazzone goffo e un po’ tonto, facile bersaglio della derisione di chiunque, ma che prima dell’interrogatorio finale negli uffici dell’FBI ribadisce che i federali meritano rispetto perché rappresentano comunque il governo degli Stati Uniti. E qui Eastwood pare desideri sgombrare definitivamente ogni dubbio sul suo pensiero facendo sottolineare all’avvocato che non si tratta del governo degli Stati Uniti che sta sbagliando ma semplicemente di tre stronzi che lavorano per il governo degli Stati Uniti. Non proprio la stessa cosa. Eastwood non è neppure tenero con la giornalista, forse addirittura esagerando nel mostrarla eccessiva e caricaturale nei suoi atteggiamenti spregiudicati (l’Atlanta Journal ha minacciato lo scorso dicembre una causa legale contro la Warner Bros che distribuisce il film, in quanto la propria giornalista Kathy Scruggs viene mostrata di vendersi a livello sessuale per ottenere lo scoop, fatto che non è mai stato appurato). Ma Eastwood non vuole eccessivamente infierire neppure sul suo operato non esitando a mostrarla provata e pentita una volta accortasi del grave errore commesso e dell’innocenza di Richard, inquadrandola in lacrime durante la conferenza stampa dell’avvocato e della madre.

Non si tratta in fondo di un film che narra banalmente di un eroe ma è forse più semplicemente la storia di un uomo imperfetto e qualsiasi che, per quanto sopraffatto dall’ingiustizia, a suo modo resiste e non si scoraggia non avendo alcuna intenzione di tradire gli ideali in cui crede. A lui interessa solo far bene il proprio lavoro avendo la possibilità di proteggere gli altri.  Più che nei precedenti eroi narrati nei film di Eastwood, il perfetto comandante Sully e l’infallibile cecchino Chris Kyle, forse è proprio l’eroe qualsiasi rappresentato da Richard Jewell per cui viene naturale parteggiare e provare profondo rispetto.

E’ di questi giorni la notizia che l’attrice  Kathy Bates, che nel film interpreta in maniera straordinaria la mamma di Richard Jewell, è candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista. Riguardo all’accoglienza ricevuta dal film da critica e pubblico, va segnalato quanto decretato dal National Board of Review, che fin dal 1929 sceglie ogni anno i migliori film in lingua inglese. “Richard Jewell” è stato inserito tra i primi dieci migliori film del 2019 e l’attore Paul Walter Hauser, che interpreta magistralmente Richard Jewell, è giudicato la rivelazione dell’anno. Al botteghino il film è stato però ritenuto oltreoceano un flop, almeno rispetto ai risultati registrati in passato. Negli Stati Uniti e in Canada, secondo i dati aggiornati all’11 gennaio 2020 (4 settimane di proiezione), “Richard Jewell” ha incassato 22 milioni di dollari. Nell’ugual periodo il film “Sully” incassò 108 milioni di dollari, con due settimane al primo posto in classifica e “American Sniper” addirittura 287 milioni di dollari, con tre settimane al primo posto. Ma tali dati deludenti non tolgono nulla alla straordinarietà dell’ultima magistrale opera di Clint Eastwood.

PAOLO TAGLIAFERRI