Accademia Petrarca: le controverse vicende intorno ai resti mortali di Francesco Petrarca

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Cicero Moraes (Arc-Team) Ricostruzione digitale del viso di Petrarca, 2015 Computer graphic Museo di Antropologia Università degli Studi di Padova

Venerdì 17 gennaio alle ore 17,30 presso la sede dell’Accademia Petrarca di Arezzo

Francesco Petrarca morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1374 all’età di 70 anni ad Arquà, paese dei Colli Euganei in provincia di Padova che ha tuttora il nome di Arquà Petrarca in suo onore. Rispettando le sue volontà, fu seppellito nella chiesa parrocchiale. Qualche anno dopo, nel 1380, le sue spoglie furono trasferite all’interno di un sarcofago in marmo collocato davanti alla chiesa, grazie all’interessamento del genero Francesco da Brossano.

Il 27 maggio 1630, il sarcofago fu violato dal frate domenicano Tommaso Martinelli. Secondo quanto riportato da Giovanni Canestrini (1874), il frate fu incaricato dai Fiorentini di sottrarre alcune ossa del Petrarca. Martinelli ruppe una parte del sarcofago e rubò le ossa del braccio destro: i resti sottratti non furono mai recuperati. Nel 1813 il conte Carlo Leoni – storico ed epigrafista – decise di restaurare il sarcofago danneggiato. Il giorno 24 maggio di quello stesso anno il sarcofago fu riaperto e così il Leoni descrive quei momenti, evidenziando come il cranio del poeta fu ritrovato integro.

Terminato il restauro, prima della chiusura, Leoni prese per sé una costola e un frammento della tunica. Il 10 luglio 1855, per ordine delle autorità asburgiche che vedevano nella celebrazione del Petrarca il desiderio dell’unità nazionale italiana contro gli invasori stranieri, il Leoni fu obbligato a riporre nuovamente all’interno del sarcofago i resti trattenuti.

In occasione del quinto centenario dalla morte, il 6 dicembre 1873, fu autorizzata una nuova apertura del monumento funebre e indagini sui resti del poeta.

Il prof. Giovanni Canestrini (1835-1900), allora docente di Zoologia, Anatomia comparata e Fisiologia generale all’Università di Padova, fu incaricato della direzione di tutte le operazioni. Un anno dopo lo stesso Canestrini pubblica un dettagliato resoconto del lavoro nell’opera “Le ossa di Francesco Petrarca: studio antropologico”.

A quell’epoca l’Antropologia muoveva i primi passi come nuova disciplina e Canestrini fu, indubbiamente, uno dei precursori. Dichiarò così il suo approccio metodologico allo studio dello scheletro: «Era mio progetto prendere sul cranio tutte quelle misure che oggi l’antropologia considera come interessanti, illustrare il cranio con figure fotografiche e con disegni, e farne eseguire il modello in gesso».

I piani dello studioso trentino vennero però disattesi.

«Il cranio, che per cinque secoli avea resistito all’azione demolitrice del tempo, fra il 1855 ed il 1873, si era reso talmente debole, che il 6 dicembre 1873, esposto all’aria, spontaneamente si disaggregava. Quel cranio, che all’aprirsi della tomba io vidi integro, dopo pochi minuti era ridotto in una moltitudine di frammenti maggiori e minori che offrivano ben poca messe all’esame antropologico. In tali condizioni fui costretto ad abbandonare l’idea di far eseguire la fotografia ed il modello in gesso del cranio, e mi limitai a prendere su di esso quelle misure che si potevano. Dapprima si ruppe l’osso occipitale in direzione trasversale al disotto del tubercolo occipitale esterno e dietro i condili; poi si staccarono dal cranio il temporale sinistro, il parietale sinistro ed il frontale, scomponendosi essi pure in più pezzi. Anche le ossa della faccia si disaggregarono in parte, e la mandibola si divise in due metà in corrispondenza della sua sinfisi. L’impressione che gli astanti riportarono di questa disaggregazione può essere espressa colle parole che da alcuni udii: Sembrava che il cranio fosse composto di calce viva, e gli venisse gettata sopra dell’acqua». «Nonostante la decomposizione del cranio, che rapidamente si compiva, potei prendere le misure che darò in appresso, validamente aiutato dal dott. Filippo Fanzago e dal dott. Ferdinando Moroni. In pari tempo l’ingegnere dott. B. Belzoni eseguiva alcuni disegni, che mi furono poi utilissimi nei tentativi di ricostruzione scientifica del teschio».

Nel 1943, durante la II Guerra Mondiale, le ossa del Petrarca furono traslate e conservate nei sotterranei del Palazzo Ducale di Venezia (sotto pesanti lastre di marmo), per proteggerle dai bombardamenti. Solo al termine delle vicende belliche le ossa furono ricollocate nel sarcofago di Arquà.

Il 18 novembre 2003, in occasione dei 700 anni dalla sua nascita, il sarcofago fu di nuovo aperto e investigato da un team di ricercatori dell’Università di Padova, diretti dal prof. Vito Terribile Wiel Marin. Uno degli scopi del lavoro era quello di ricostruire le fattezze del poeta con le tecniche più avanzate del tempo. All’apertura del sarcofago, il cranio ritrovato parve subito sospetto. Dopo l’analisi antropologica condotta dalla prof.ssa Maria Antonia Capitanio, la determinazione del sesso era femminile. Al contrario, lo scheletro post-craniale era riconducile al sesso maschile. Inoltre, lo scheletro post­craniale mostrava i segni dei traumi che il Petrarca subì durante la sua vita a seguito di una caduta da cavallo. Un campione del cranio fu datato con il radiocarbonio dall’Università di Tucson in Arizona fissando l’anno di morte del soggetto al 1207, con un intervallo di confidenza tra il 1134 e il 1280 (Povolo, 2014). Il cranio apparteneva dunque ad un individuo più antico, vissuto più o meno un secolo prima di Petrarca (1304­ – 1374).

Nel 2004 fu condotta dal prof. David Caramelli (Università di Firenze) l’analisi genetica: il DNA del cranio era femminile, mentre quello dello scheletro post-craniale maschile (Caramelli et al., 2007). L’analisi del DNA chiuse definitivamente la questione sul cranio ritrovato all’interno del sarcofago di Arquà: il cranio non apparteneva a Francesco Petrarca. Allo stesso tempo emergeva una nuova domanda: cos’era successo al cranio del poeta?

(All content this page was uploaded by Luca Bezzi on 17 October 2018)

Venerdì 17 gennaio alle ore 17,30 presso la sede dell’Accademia Petrarca di Arezzo, il prof. Lucio Milani, direttore del Centro Studi sul Quaternario e docente dell’ITIS Galileo Galilei, presenterà i risultati degli studi genetici svolti sulle spoglie mortali di Francesco Petrarca. Si tratta di uno studio concluso alcuni anni fa con una pubblicazione sulla prestigiosa rivista Forensic Science International, ma mai presentata nella sede dell’Accademia (via dell’Orto 28), nonché casa natale del poeta.

La ricerca, iniziata nel 2004 dall’Università di Padova per celebrare i 700 anni dalla nascita dello scrittore, ha portato a conclusioni molto controverse sull’originalità di alcuni distretti ossei rinvenuti nel sarcofago di Arquà in provincia di Padova, dove il poeta è sepolto.

Nel corso della conferenza saranno mostrate le immagini delle ricognizioni avvenute sulle spoglie e verranno illustrati i risultati delle analisi genetiche condotte da un team dell’Università di Firenze, di cui il prof. Milani ha fatto parte.

Si tratta, com’è evidente, di un argomento di estremo interesse, per i molteplici risvolti che lo caratterizzano.

L’ingresso, come al solito, è aperto a tutti.