Le consulenze di Banca Etruria: cerchiamo di capire perché sono state pagate

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Dal 2012 sappiamo che Bankitalia aveva dato un ordine perentorio al CDA di Banca Etruria: fatevi comprare!

Non conosco a fondo i meccanismi che regolano il mercato delle compravendita delle banche, ma non è difficile immaginare che sia qualcosa di molto simile a ciò che accade quando si vende un appartamento o meglio ancora una attività: solo molto piu’ in grande, come si direbbe per il sugo Star!

Se si osserva l’attività del CDA della banca attraverso questa particolare lente, molte cose diventano piu’ chiare e assumono un senso anche le decisioni che sono state prese. Compreso quella di prima attrarre e poi sospingere, il padre della ministra.

Si sperava evidentemente in un sostegno politico che invece non è arrivato e questo mancato sostegno alla fine è costato carissimo, politicamente parlando. Il pizzino di Bologna, in cui si dice nero su bianco di battere ancora su Banca Etruria, ne è la conferma.

D’altra parte, sempre osservando dall’esterno la vicenda, dubito molto che Renzi e la sua squadra sarebbero stati in grado di offrire alcun tipo di appoggio richiesto. Per giunta gli ultimi ministri dell’economia, sono stati tutti prelevati dall’ambiente universitario, gente preparata in teoria, ma totalmente digiuna di relazioni. E sono sempre stati cambiati non appena svezzati al loro ruolo.

Questo tipo di interventi, che nella prima repubblica erano la norma, prevedono un tessuto di relazioni tra finanza e potere, che si è sbriciolato negli anni. Sono due mondi oggi entrambi enormemente piu’ deboli di un tempo, che viaggiano però su piani che difficilmente si toccano.

Solo per citare i nomi che emergono dalle consulenze sotto inchiesta: Mediobanca e Franzo Grande Stevens.

Enrico Cuccia, l’ultimo grande vecchio che per anni ha retto le sorti della finanza se n’è andato da tempo e chi ha raccolto l’eredità del suo personale salotto, non aveva né il carisma, né le capacità di colui che ha reso potente Mediobanca.

Fu lui a dare all’istituto di via Filodrammatici, il carattere di unica banca d’affari italiana. Fra le prime operazioni ci fu il salvataggio della Montecatini che terminerà con la costituzione della Montedison nel 1966, ma fu anche l’artefice dell’accordo della Fiat con la Libyan Arab Foreign Bank  nel 1977 e l’uscita nel 1986 della finanziaria libica dal capitale del gruppo automobilistico torinese. Così come è stata Mediobanca a curare il trasferimento della SNIA dalla Montedison alla FIAT nel 1980.

La morte di Enrico Cuccia, nel giugno 2000, ha invece fatto acuire le tensioni con i soci bancari per la competizione diretta sugli stessi mercati e per l’ostilità della banca centrale verso la direzione di Mediobanca. Nell’ottobre 2017 Pirelli apre le danze ed esce dal patto di sindacato, cedendo il suo 1,79% per 153 milioni di euro. Poco dopo, nel settembre 2018 esce anticipatamente dal patto Italmobiliare, la holding della famiglia Pesenti, svincolando lo 0,98%. Sempre nel settembre 2018 esce anticipatamente dal patto di sindacato anche il finanziere Vincent Bolloré, con il 7,86% (secondo azionista dopo Unicredit). Questi abbandoni hanno fatto decadere l’intero patto parasociale a partire dal 1º gennaio 2019 decretando la fine di una lunga storia durata 60 anni e basata sull’accordo tra i soci maggiori.

Franzo Grande Stevens ha seguito le vicende societarie dei gruppi industriali più importanti del Paese, ricoprendo spesso cariche dirigenziali al loro interno. È stato Presidente della Toro Assicurazioni, della Ciga Hotels. È stato vicepresidente della FIAT. Ha ricoperto la presidenza della Compagnia di San Paolo (che ha dato vita a Banca Intesa) e siede nei consigli di amministrazione di IFIL e RCS. Tra i suoi clienti ci sono stati Carlo De Benedetti, Luigi Giribaldi, l’Aga Khan, Adriana Volpe, i Ferrero che gli hanno affidato la holding di famiglia, i Pininfarina e i Lavazza. Inoltre è stato presidente della squadra di calcio Juventus, dal 2 agosto 2003, succedendo al defunto Vittorio Caissotti di Chiusano, fino allo scoppio di Calciopoli nel 2006, sostituito da Giovanni Cobolli Gigli; da allora è presidente onorario della società, assieme a Giampiero Boniperti. Ma anche lui è una classe 1928!

Anche solo con la fantasia, visto che i personaggi piu’ in vista ormai han lasciato questo mondo o sono ormai fuori dai giochi del potere, proviamo a immaginarci come sarebbe potuto nascere un dialogo tra Renzi o la Boschi, con Enrico Cuccia o Franzo Grande Stevens.

In realtà nessun presidente da molto tempo, sarebbe mai stato neppure degnato di una risposta. I misteri d’Italia racchiusi nelle loro storie, difficilmente riescono a confrontarsi con arrembanti, quanto sprovveduti politici. E questo vale per tutti, da Berlusconi I (era nota l’antipatia che provasse Cuccia) a Conte II, passando per Renzi, Salvini, Letta o Gentiloni, forse, ma non ne sono certo, con l’esclusione di Monti.

I salotti buoni della finanza italiana, quelli che pittorescamente sono definiti “poteri forti” sono nati  dall’incontro/scontro con calibri politici del livello di Colombo, Tanassi, Visentini, Andreotti, Craxi, Fanfani… come avrebbero potuto interloquire con i politici della seconda repubblica?

Eppure da almeno 2 anni prima del drammatico finale, Bankitalia scriveva nei suoi memorandum, che era necessario essere assorbiti da un istituto di “elevato stending”. Questa ricerca ad un certo momento deve essere diventata spasmodica.

Si è provato di tutto: da strani rapporti maldestri ed ingenui, con faccendieri che millantavano contatti galattici, ai grandi istituti di mediazione bancaria. Dagli studi legali ben introdotti nei salotti dell’alta finanza, alle società di consulenza e mediazione.  Non sapremo mai se fu la stessa banca centrale a consigliare certi avvicinamenti. Forse no. Anzi se devo essere sincero ho sempre immaginato che Bankitalia fosse molto piu’ presente di quanto in realtà non sia, nella gestione della finanza italiana. Mi sbagliavo. E’ quasi del tutto assente! Ed in effetti la nostra banca centrale, si limitava a ripetere ossessivamente il nome di Popolare Vicenza. Mai dimostrazione poteva essere piu’ evidente, di quanto anche in via Nazionale fossero avulsi dalla reale situazione bancaria italiana.

In questa drammatica vicenda è difficile non notare una certa ingenuità negli stessi amministratori. Così come è difficile non vedere rappresentato in questa parte del mondo degli affari, uno stormo di avvoltoi pronti a drenare gli ultimi istanti di vita delle loro prede, succhiando le poche risorse rimaste in cambio di contatti che in realtà non sono mai stati tanto inconcludenti: millantando forse, o semplicemente vendendo a peso d’oro, una storia che però non torna indietro e la capacità di influire sulle decisioni altrui.

Manovre che, è possibile intuire, non sono piaciute alla guida di Bankitalia, che in quei giorni tormentati di novembre, ha fatto presentare il conto allo stesso governo, che ha a sua volta ha abboccato, mangiando esca, amo e persino il galleggiante! Agnello sacrificale evidentemente Banca Etruria e le sue sorelle nella cattiva sorte.

A fare le spese giudiziarie di quest’ultimo filone di indagine, nuovamente chi si è prestato al ricatto della malagestione che incombeva.

Ma tutto questo gli amministratori di Banca Etruria non lo sapevano ancora. Speravano invece di poter trovare nei santuari della mediazione, una soluzione finale che non è arrivata. E’ arrivato solo il conto da pagare!

Come finirà? Posso solo immaginarlo, ma posso dire che difficilmente si individuano responsabili sparando nel mucchio…