Intervista a Santiago Calatrava, mentre Napoli rende omaggio al suo genio con 400 opere a Capodimonte

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-Professor Calatrava, a Napoli lei presenta quello che possiamo definire un sunto della sua straordinaria produzione; le chiedo, tra l’architettura, la scultura e la pittura quale arte preferisce o le è maggiormente congeniale?

R: No, non posso fare graduatorie perché sono tutte insieme componenti della mia vita, perché l’arte è il modo di vedere e vivere la vita e soprattutto è il modo per capire gli uomini, senza contare che è anche un modo per lasciare una traccia come persona: è così che concepisco la mia attività del resto. Devo dire che questa idea di misurarmi in ognuna delle arti è frutto di una mia personale precisa volontà, nel senso che emerge precisamente dal desiderio di lasciare un segno, per quanto piccolo possa essere ma che certamente è un riflesso dell’ammirazione per il lavoro millenario dell’essere umano.

-Perché questo evento proprio a Napoli? C’è qualcosa che la lega in particolar modo a questa città?

R: Perchè Napoli ? Perché credo che Napoli rappresenti come nessun’altra città questa ansia di misurarsi in modo così unico e straordinario col nuovo senza dimenticare il passato, perché è la città delle mille sfaccettature che aprono continuamente la porta verso il domani; inoltre la mia origine latina -sapete che sono di Valencia- probabilmente mi lega a Napoli più che ad altre città che conosco e che pure amo molto, e devo riconoscere che aver realizzato proprio qui a Capodimonte, grazie alla grande volontà espressa dall’amico Bellenger e al lavoro di tutti, questa mostra mi rende particolarmente felice.

-Al Cellaio vengono esposte le sue creazioni in ceramica risalenti a qualche anno fa; a cosa è dovuta la sua attrazione per questa materia ?

R: La ceramica mi ha attratto sempre, devo riconoscerlo, e i primi passi li ho fatti proprio in Italia, a Montelupo, quando ho visto una fabbrica di ceramiche che si chiama Flavia, che mi pare esista ancora; ne sono rimasto affascinato ed è lì che ho cercato di capire come si svolgesse il lavoro; è stato una sorta di apprendistato che mi ha dato il coraggio, una volta tornato a Valencia e poi a Moustiers -che tra l’altro è gemellata con Montelupo- di mettermi all’opera sfruttando tutto il tempo libero che mi rimaneva dai numerosi incarichi e sacrificando anche le vacanze con la mia famiglia, ed entro sette anni ho realizzato quelle opere.

Pare che ne sia molto soddisfatto …

R: Certamente, ha ragione, ne sono particolarmente soddisfatto perchè al contrario di quello che ancora in molti si ostinano a pensare, non si tratta affatto di un’arte minore, al contrario la lavorazione della ceramica è arte vera, ed è straordinario – se ci pensa- constatare quanto sia collegata al vissuto degli uomini sia nel lato pratico che in quello ideale, a cominciare dalla sua origine che ci richiama agli elementi basilari della nostra vita, la terra, l’acqua, il fuoco; inoltre, come dicevo prima, è motivo di collgamento tra passato e presente, anche perchè è tuttora un’attività viva, che illumina ancora le nostre vite, come capita di vedere nella costiera amalfitana, per non dire in Umbria o in Toscana, solo per stare qui in Italia; posso dire insomma che dove c’è stata e c’è civilità c’è stata e c’è la ceramica, così ieri come oggi come pure nel futuro.

-Quindi oltre ai grandi progetti architettonici che la vdono impegnata dobbiamo credere che troverà ancora il tempo per creare altri lavori del genere?

R: Dipende; come ogni attività artistica oltre che di tempo c’è bisogno di idee, di motivazioni; tuttavia penso proprio che ci saranno nuove occasioni anche perchè questa è una attività che dev’essere anche spiegata e propagandata meglio; guardi che se tutti sapessero quali conoscenze occorrono per realizzare un’opera d’arte lavorando la ceramica sono certo che l’idea di un’arte minore sparirebbe subito; forse non si è sottolineato abbastanza questo aspetto ma sono anche certo che iniziative come questa in atto al Cellaio di Capodimonte potranno favorire una maggiore attenzione.

-Le faccio per finire una domanda come architetto che poi è l’attività che lo ha reso famoso nel mondo; in particolare per quanto riguarda l’Italia, si sa che lei ha realizzato il ponte della Costituzione a Venezia, un’opera costata 11 milioni e 600 mila euro di fronte ai 7 milioni previsti, per la quale ha subito una condanna per danno erariale; può dirci la sua su questa vicenda?

R: Non è questa la sede, è una storia di avvocati e io sono architetto

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Santiago Calatrava è nato nel 1951 a Benimànet, poco distante dalla città di Valencia, in Spagna, e all’età di soli otto anni ha iniziato gli studi di disegno e pittura presso la Scuola delle Arti e dei Mestieri della sua città. Nel 1979 consegue il dottorato di ricerca in ingegneria civile presso l’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo, dove conosce la futura moglie Robertina, madre dei suoi quattro figli; tra i suoi numerosi progetti si devono citare almeno la stazione francese di Lyon-Saint-Exupéry (1989-1994), la Città delle Arti e delle Scienze di Valencia, l’acclamata espansione del Milwaukee Art Museum (MAM) di Wisconsin, negli Stati Uniti d’America (2001), e il grattacielo residenziale Turning Torso di Malmö, in Svezia (2005).

In Italia, Calatrava ha realizzato il porto di Marina d’Arechi a Salerno (2012), il Ponte della Costituzione, il quarto che attraversa il Canal Grande di Venezia (1999-2008), la stazione di Reggio Emilia Mediopadana (2002-2014), i cosiddetti “Tre Ponti” di Reggio Emilia (2002-2007), e il Ponte San Francesco di Paola nella città di Cosenza (2002-2018). Nel 2011 Papa Benedetto XVI lo nomina consultore del Pontificio Consiglio della Cultura e nel 2019 diventa membro della Pontificia Accademia dei Virtuosi del Pantheon su nomina di Papa Francesco.

P d L  Napoli   dicembre 2019