Bella l’idea di dragare l’Arno. Ma chi dovrebbe attuarla ?

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Come siamo arrivati ad avere fiumi invasi da materiali alluvionali, letti più alti di alcuni metri, isole di ghiaia e grandi quantità di materiali che ormai riducono la portata fino ad ostruire il normale corso dell’acqua ? Leggiamo oggi l’intervento di Fabio Roggiolani che ci spiega quanti e quali vantaggi economici potrebbero derivare dalla dragatura del letto del fiume.

La replica parte da qui. Dato che un bacino idrografico è come una struttura iperstatica dove se agisci in determinato punto i riflessi riguardano un’area più vasta sia a monte che a valle, la base su cui ogni intervento in alveo venga fatto è che questo non possa risultare addirittura peggiorativo nel tempo.

Per fare questo il corso d’acqua va prima studiato e monitorato (cosa che accade raramente o mai), poi si individua il suo profilo di equilibrio naturale e lo si confronta con il profilo che ha, infine si stabiliscono una serie di interventi al fine di raggiungere tramite il profilo di compensazione le condizioni di equilibrio.

Togliere materiale alluvionale dal fondo alveo nelle zone di sovralluvionamento è pericoloso in quanto se si arriva (e spesso ciò accade) al substrato si possono innescare processi di erosione (soprattutto in substrati argillosi) difficilmente controllabili nel tempo. Praticamente si avvia un processo irreversibile.

Negli interventi di sistemazione idraulica non si dovrebbe mai toccare il thalweg del corso d’acqua o se lo si fa va fatto dopo aver calcolato sia il profilo di equilibrio che di compensazione.

In pratica, poiché non sappiamo cosa togliere e quanto togliere, non si toglie nulla. E si spera nella misericordia di Giove Pluvio.

Iniziamo a citare le carte. Con questa interrogazione si è cercato di fare un po’ di luce su una delle più intricate matasse mai realizzate dalla burocrazia del Bel Paese. Siamo nel primo anno del terzo millennio.

Interrogazione ai Ministri dei lavori pubblici e dell’ambiente.

– Per sapere – premesso che: numerose inondazioni verificatesi in questi ultimi anni sono state determinate o quantomeno favorite dall’innalzamento del letto dei fiumi a sua volta causato dalla mancata effettuazione delle operazioni di dragaggio che in passato erano state fatte od autorizzate; tutto ciò sembra essere derivato da una visione restrittiva, rigida e miope di concetti ambientalistici in base ai quali è stata praticamente inibita l’attività di operatori privati che effettuano queste operazioni senza oneri per le finanze pubbliche a condizione, ovviamente, che sia loro consentito di utilizzare il materiale di risulta -: per quali ragioni non si siano consentite, pur sotto i dovuti controlli, le operazioni di dragaggio da parte dei privati e se non si ritenga indispensabile rivedere tale controproducente politica attraverso una regolamentazione equilibrata e rigorosa di tale attività che contemperi l’esigenza di tutela ambientale con quella di mantenere l’alveo dei fiumi in condizioni di efficienza consentendo altresì una attività economica utile per la collettività. (4-23590)  (VIALE, TABORELLI, GAGLIARDI e FRATTA PASINI)

Risposta

– In merito al quesito proposto dall’interrogante appare innanzitutto opportuno precisare che il dragaggio dei corsi d’acqua rappresenta una tipologia di intervento collegata alla navigabilità degli stessi, dunque alla manutenzione delle vie navigabili e non una misura volta alla difesa dalle inondazioni.

L’estrazione di inerti dai corsi d’acqua, quale intervento finalizzato a garantirne il buon andamento idraulico, non è regolata da normative a carattere nazionale di divieto o blocco delle estrazioni stesse e, qualora le autorità idrauliche competenti (Provveditorati alle opere pubbliche, regioni, enti locali) riscontrassero l’opportunità di intervenire sugli alvei con lo strumento dell’estrazione di materiale litoide, nulla osterebbe all’assunzione in sede locale dei relativi provvedimenti di autorizzazione.

Appare peraltro opportuno segnalare che lo sfruttamento, spesso indiscriminato, che nel passato è stato fatto di questa risorsa, ha notevolmente impoverito alcuni fiumi provocando evidenti fenomeni di erosione delle coste e di indebolimento delle opere idrauliche poste a presidio del territorio, considerazioni queste che sono state alla base delle scelte adottate da alcune autorità di bacino che hanno ritenuto di porre severi limiti all’estrazione di inerti nei bacini di propria competenza.

Il Ministro dei lavori pubblici: Nerio Nesi. (Ex PSI poi PRC) 

Adesso sappiamo che gli interventi di dragaggio o drenatura non relativi alla navigabilità dei fiumi, non sono di competenza ministeriale, e perciò i lavori sono di competenza delle autorità idrauliche competenti, che sono infinite nel numero e nella moltiplicazione delle competenze:

  • Provveditorati alle opere pubbliche,
  • enti merenda,
  • enti bonifica,
  • regioni,
  • provincie ed enti locali,
  • a cui vanno aggiunti anche la Polizia Provinciale,
  • la Polizia Idraulica,
  • il Corpo Forestale dello Stato,
  • i Vigili del Fuoco
  • la Protezione civile

Il risultato è che il Ministero non può intervenire sulla questione e le autorità preposte se ne sbattono allegramente del dragaggio e dell’opinione dei cittadini.

«Togliere ghiaia dai fiumi – ha sottolineato Gigi Vecchi, di Legambiente – significherebbe aumentarne la portata. La soluzione per arginare eventuali nuovi alluvioni è quella di cercare la collaborazione degli agricoltori utilizzando i loro campi come nuove aree golenali».

L’ Unione agricoltori appoggia l’ idea di Legambiente: «Siamo disposti a far allagare i campi. In questo caso, però, la Regione dovrà riconoscerci sgravi fiscali, finanziamenti a fondo perduto, rimborsi dei danni e altre agevolazioni». (3 ottobre 2003) – Corriere della Sera

In passato delle attività private provvedevano, per “biechi” interessi di profitto individuale, alla tutela e alla salvaguardia del territorio molto meglio di quanto non siano riuscite a fare, negli anni successivi, tutte le autorità pubbliche preposte. C’era un equilibrio umano, nel senso che era frutto delle attività umane che si erano sviluppate in libertà . Se qualcuno esagerava, sarebbe bastato sanzionarlo (non sembra che in realtà oggi l’attività estrattiva sui terreni limitrofi al letto dei fiumi sia sottoposta a controlli molto efficaci).

Per rendersi conto del perché oggi sia molto difficile tornare indietro, e quanti interessi burocratici e corporativi siano in gioco, basta dare un occhiata alla legge 183 del 1989 e successive modificazioni, ovvero le norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo. A un generico e indefinito elenco di finalità che occupa 2 pagine su 17 (è un florilegio di espressioni come attività conoscitiva, pianificazione, programmazione, disciplina, contenimento, regolamentazione, gestione integrata, e via discorrendo) segue un ben più preciso elenco di nuove autorità pubbliche (e vecchie a cui vengono attribuite nuove funzioni) che vengono istituite e accuratamente finanziate (in questo caso le pagine sono 15 su 17): si parte dal

  • Comitato dei Ministri per i Servizi Tecnici Nazionali, istituito con funzioni di “alta vigilanza” (dall’alto si vede più lontano, forse),
  • segue il Comitato Nazionale per la Difesa del Suolo,
  • i Ministeri dei Lavori Pubblici e dell’Ambiente,
  • la Direzione Generale per la Difesa del Suolo,
  • i Servizi Tecnici Nazionali,
  • il Consiglio dei Direttori,
  • il Genio Civile,
  • la Conferenza Stato-Regioni,
  • le Regioni,
  • le Autorità di Bacino,
  • i Comitati Tecnici di Bacino,
  • i Comuni,
  • le Province,
  • i Consorzi di Bonifica,
  • le Comunità Montane,
  • i Consorzi di Bacino Imbrifero Montano,
  • i Consorzi Obbligatori dei Servizi Pubblici di Acquedotto, Fognatura, Collettamento, e Depurazione delle Acque Usate…

Tutto questo popò di carrozzoni e carrozzine, non sono riusciti a fare sul letto del fiume, quello che in passato facevano due, dico due, piccoli impianti per l’estrazione della breccia di fiume. Tanto tra poco ricomincerà a piovere…governo ladro !