Stiamo sciupando Arezzo per correre dietro all’effimero. L’omelia dell’Arcivescovo la notte di Natale

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La società frantumata del nostro tempo ha bisogno di recuperare la vicendevole vicinanza. Occorre uscire dalla contrapposizione, dal senso d’odio che avvelena i rapporti.  Farsi carico della città vuol dire tornare a programmare e valorizzare le persone, che è l’opposto dell’interesse di parte.

Stiamo sciupando Arezzo per correre dietro all’effimero, al denaro, al materialismo. Il Natale è di Gesù. Non perdiamoci di coraggio. La fides arretina è ancora forte. Il recupero è possibile con l’aiuto di Dio e l’impegno di tutti.

Le apparenze talvolta ingannano, come quella volta in cui San Francesco venne al Pionta e vide la città piena di conflitti, infestata dai demoni. Scacciati gli spiriti maligni ad opera del povero Frate Silvestro a porta San Lorentino, egli stesso riuscì a vedere la gioia degli aretini, “che rispettarono i vicendevoli diritti civili con grande tranquillità”. Non ci lasciamo spaventare: si può cambiare registro.

La Chiesa di San Donato non può sottrarsi al compito di pregare e operare perché quel “famoso calice rotto” del Santo Patrono, che è la nostra società, trovi uno stile nuovo dove tutti collaborino. È il nuovo umanesimo che il Papa ci ha raccomandato a Firenze e che abbiamo risentito da grandi pensatori cristiani del nostro tempo. Abbiamo avuto profondi cambiamenti negli anni. Abbiamo fatto un Sinodo per riscoprire la nostra identità comune, chiamando tutti a coinvolgersi. In Arezzo c’è più fede in Dio di quello che appare o che si racconta.

Natale è una proposta di rinascita per ciascuno di noi perché le istituzioni facciano rivivere la loro dimensione di servizio e la profezia del rinnovamento trovi spazio adeguato. Riproviamoci insieme. Andare al presepe di Betlemme vuol dire accettare il nuovo e misurarsi razionalmente con la realtà senza le paure che ci frenano. Dobbiamo misurarci con gli errori, le povertà, i limiti e il male, senza paura.

Se ci rimettiamo in cammino insieme, la priorità del lavoro per tutti, l’impegno all’integrazione dei nuovi arrivati e alla riscoperta dello spirito di collaborazione ci faranno vincenti sui malevoli, pronti sempre a dividere, come all’epoca di San Francesco.

La nostra preghiera quest’oggi è che si promuova un processo di responsabilizzazione. Ognuno faccia la sua parte. A noi tutti tocca interrogarci interiormente, per capire se abbiamo veramente voglia di incontrare il Signore e di ritornare con gioia alle occupazioni quotidiane”.

“Siamo ancora capaci di fare di Arezzo la città del presepe, non nelle statuine inermi, col muschio finto e i fiumi e le stelle immaginari, ma nel rimettere in moto questa città, nel ritrovare, ognuno per la propria strada, la convergenza verso la persona di Gesù, che è il progetto realizzato di Dio, perché ricerchiamo programmi umanizzanti.

Dobbiamo fare in modo, amici miei, di ridare il pane a tutti, cominciando da educare, che è un verbo fondamentale per cambiare il non-senso e mettere in discussione la continua ricerca dell’evasione, che è il male dell’Occidente. Occorre puntare sul lavoro, che è la via onesta per realizzare se stessi e cambiare il mondo.

Gli antichi ideologi protestanti avevano coniato la parola “professione” per dire che, con le tue conoscenze e il tuo impegno, professi la fede che hai. È necessario passare dai gesti esteriori della Religione a recuperare convergenze nuove e spirito di carità, di cui tutti abbiamo bisogno.

Davanti al miracolo di Dio che condivide la natura umana, quanti si fanno pellegrini al presepe di Betlemme sono chiamati a essere uomini di pace, misericordiosi e giusti.   Dall’incontro in questa Notte Santa scaturisce un rifiuto dell’odio, la voglia di contestare le discriminazioni e l’approfittare delle debolezze altrui a proprio vantaggio.