Gabriele Basilico e Gian Lorenzo Bernini, i nudi, i simboli e il mistero dei “ventiquattro troni, e … ventiquattro anziani vestiti di bianche vesti”; saggio inedito di Marcello Fagiolo.

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Questa la scritta apparsa su un famoso social network alla pubblicazione di un "culo" di Bernini

Ho conosciuto Gabriele Basilico (Milano, 1944 – 2013) in una Mostra collettiva al CIAC di Foligno nel 2012, rimanendo folgorato dalla visione del suo Contact (l’opera, del 1984, era stata presentata a Milano da Alessandro Mendini). La sera stessa scrissi la seguente notarella semiseria, che poi – non avendo l’indirizzo di Basilico – inviai al Direttore del CIAC, Italo Tomassoni. Ho saputo poi che il grande architetto-fotografo (mi disse che aveva frequentato qualche mia lezione nel Politecnico di Milano) aveva vivamente apprezzato il mio testo e si riprometteva di incontrarmi, ma la malattia non glielo avrebbe consentito (la sua luce si è spenta nel febbraio 2013, e il mio testo rimase inedito).

A parte il dialogo che propongo fra Basilico e Bernini, bisogna dire che – in un orizzonte più generale – la sua opera si inserisce evidentemente nel filone che oggi diremmo di esaltazione del lato B, che ha il suo più celebrato archetipo nella Afrodite Callipigia /copia romana da originale greco del III sec. a.C., Museo Nazionale di Napoli) la maliziosa dea che scruta le sue forme, sollevando il peplo come un sipario che inquadra scenicamente l’armonia delle sfere. Altre opere dell’antichità costituirono modelli di erotismo da imitare o reinterpretare, come l’Ermafrodito dormiente già in collezione Borghese (copia romana da originale bronzeo del II sec. a.C., oggi al Louvre) che fu completato da Bernini con un sensualissimo materasso trapuntato.

Senza parlare di celebri visioni a posteriori rinascimentali e barocche (Tiziano, Rubens, Velazquez…) o di maliziose scene rococò, bisognerebbe concentrare la nostra attenzione sull’età delle avanguardie novecentesche e in particolare sulle ironiche reinterpretazioni Dada. Basti pensare allo humour della Gioconda coi baffi di Marcel Duchamp (fotografia ritoccata nel 1919 e sottotitolata con la scritta “L.H.O.O.Q.” da leggere “Elle a chaud au cul”, secondo la scansione francese delle cinque lettere) fino all’ineffabile Violon d’Ingres di Man Ray (fotografia ritoccata con l’aggiunta delle fessure di violino, 1924) in cui la perfetta schiena della modella Kiki de Montparnasse riconduce a perfezione musicale la posa della suonatrice nuda nel Bagno turco di Ingres (1862, Parigi, Louvre).

    

Contact. Ho rivisto oggi lo spettacoloso polittico di Gabriele Basilico (che forse allude anche, ironicamente, alla prassi dei provini a contatto), nei giorni successivi a una delle mie varie reimmersioni nel mistero della Cattedra berniniana di S. Pietro. Socchiudendo gli occhi, la luce della Cattedra di Giovan Lorenzo si sovrapponeva in modo semiserio a ogni Sedia di Gabriele.

Chiudendo del tutto gli occhi, la passerella delle dodici sedie, tutte diverse e tutte ugualmente fotografate dall’alto, mi faceva pensare alla sconcertante coreografia della Cattedra coi suoi Padri sostenitori: soltanto in anni recenti Vittorio Casale – riprendendo l’illuminante studio di Roberto Battaglia (1943) – ci ha ricordato che la Cattedra non è assolutamente sorretta dai quattro Padri della Chiesa, ma invece sta sfuggendo alle loro mani librandosi verso il cielo.

Riaprivo gli occhi e rimuginavo esperienze “verbali”, forse influenzato dal Verbo da cui discendeva ogni cattedra di vicario di Pietro (a sua volta vicario di Cristo). E allora coniugavo il verbo, come in una sciarada. La “seduta” di ogni sedia era il participio passato, e il “partecipare” slittava dal “passato” al futuro coi suoi effetti apparentemente indelebili e si imprimeva sull’infinito del verbo, cioè il “sedere”. No, non si trattava affatto, come voleva farci credere Gabriele, di una semplice ed esilarante “sequenza di marcature, accostando in modo seriale sedie e sederi…”.

Per dare un senso più alto o almeno più giusto al Contact (come accade di norma per ogni capolavoro) dovevo provare a mettere a contatto il positivo di Gabriele con altre impronte archetipiche. Poteva davvero servire il confronto con la Cathedra Petri? E a quel punto rievocavo le mie antiche congetture sulla Cattedra in quanto possente scrittura-di-luce, foto-grafia della gloria. “Nella girandola di luce la Cattedra sembra emettere lampi e voci e tuoni come il trono divino dell’Apocalisse. La luce, protagonista assoluta della recita divina, si manifesta in tutte le forme possibili. Nasce reale dalla finestra, diventa calda e afosa al contatto con la vetrata, e poi si materializza nel bronzo dei raggi. Di luce sono intrise le nubi dorate, la luce è la forza immateriale che provoca l’esplosione degli angeli. Personificata dalla divina colomba, la luce viene elargita come Pentecoste a tutti i fedeli del mondo…” (Bernini – una introduzione al Gran Teatro del Barocco, 1966).

Non so se corrisponde a verità che Gabriele fosse partito dalla semplice esigenza di rappresentare una serie di elementi di arredo, e cioè dodici sedie vuote con le loro “conseguenze”. Dunque una esperienza quanto mai lontana dalla visionaria gloria berniniana, ma forse non senza una ironica sintonia col tema teologico di fondo della messinscena operata da Gianlorenzo, e cioè l’etimasia, l’antico rituale dell’adorazione del trono vuoto, interpretato dalla Chiesa orientale come simbolo e sostegno della Sapienza Divina.

Contact. Il contatto con la Sedia si traduce in impressione-espressione. La seduta si infuoca, diventa griglia che trasforma la carne passiva in geometria visionaria, in disegno che si materializza e poi progressivamente si affievolisce fino a scomparire. Fino a desiderare un nuovo contatto con un nuovo trono di fuoco. Il rito della marchiatura, del battesimo di fuoco, si ripete una, due, dodici volte col ritmo cosmico delle ore e dei mesi.

Dodici+dodici. L’ultima referenza ironicamente apocalittica è quella dei dodici participi passati (“sedute”) che sommati ai dodici infiniti del verbo (“sedere”) riconducono al mistico numero 24 che coincide coi ventiquattro Seniori dell’Apocalisse.

Chiudevo gli occhi, mentre dall’aldilà mi sorrideva Giovan Lorenzo, gran regista del Teatro del Mondo, e mi sembrava che a sua volta dialogasse con lui il nostro Basilico, architetto, artista e arcangelo annunziante la luce. Riaprivo gli occhi, tornando a fissarli sulle sue sedie silenziose e inquietanti, alternate nel gioco di scacchi con l’eterno mutevole femminino. Sì, mi sembrava infine certo che Gabriele attraverso il principio dell’ordine (griglie più o meno ortogonali delle sedute) esercitava come un demiurgo la sua foto-grafia. La sua scrittura-di-luce imprimeva sul corpo l’esprit de géométrie, ma le stimmate della illusione trascoloravano l’una nell’altra, disperdendosi come lacrime nella pioggia. La Donna recuperava infine la sua perfetta, divina armonia delle sfere: ma gli scatti della emozione avevano immortalato i dodici attimi fuggenti, mentre le Sedie vuote sembravano negare l’evento sadico della stigmatizzazione.

Marcello FAGIOLO   Roma  23 dicembre 2019