L’ ARETINO PIETRO, REGISTA DEL RINASCIMENTO, PROTAGONISTA AGLI UFFIZI

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Nell’aula magliabechiana della Galleria degli Uffizi 100 opere narrano la figura e l’opera di uno dei più importanti intellettuali del Rinascimento.
“… Il ruscello che bagna una parte della mia casa è denominato l’Aretino. Le mie donne vogliono esser chiamate Aretine. Infine si dice stile aretino. I pedanti possono morir  di rabbia prima di giungere a tanto onore”
Pietro Aretino (Arezzo, 1492 – Venezia, 1556), oggi noto principalmente per i suoi celeberrimi quanto scandalosi Sonetti lussuriosi, composti nel 1526 (in mostra sono esposte le pagine dell’edizione originale, miracolosamente scampata ai roghi dell’Inquisizione) i cui contenuti esplicitamente pornografici lo resero immediatamente famoso tra i suoi contemporanei, tanto famoso quanto vituperato: Anton Francesco Doni lo definì “l’Infame mostro Aretino, che sempre conculcò il glorioso regno della Chiesa … ”, invitando esplicitamente il papa Paolo IV Carafa ( che certo non aveva bisogno di sollecitazioni in questo senso) a punirlo
Aretino in ogni caso è stato una delle voci più autorevoli del mondo intellettuale e culturale del XVI secolo, su cui esercitò una grande influenza, tanto nella Roma dei papi Medici, che nella Mantova dei Gonzaga e poi nella Venezia del doge Gritti, come pure nella Firenze dei duchi Alessandro e Cosimo I, ma anche ad Urbino, Perugia, Arezzo, Milano.
La mostra presenta un numero considerevole di capolavori artistici, non solo dipinti, ma anche grafica, libri a stampa, scultura, arti decorative che si snodano per un percorso di oltre 100 opere, alcune provenienti da importanti musei internazionali. Sono le preziose testimonianze dei momenti peculiari della sua vita, dagli esordi tra Arezzo e Perugia, all’approdo alla corte pontificia a Roma, dove strinse un forte legame con Raffaello (in esposizione il Ritratto femminile prestato dal Museo di Strasburgo e un arazzo dei Musei Vaticani), fino al trasferimento nel nord Italia, a Mantova prima, infine a Venezia, rappresentata soprattutto da altre opere di Tiziano, tra le quali lo Stendardo della Resurrezione, prestito speciale della Galleria delle Marche di Urbino.
Notevole anche la rassegna dei ritratti dei potenti con i quali Aretino fu in contatto (tra questi, anche un busto in bronzo di Carlo V opera di Leone Leoni dal Louvre), e infine va segnalata la sezione finale della mostra, intitolata “Imago Petri” e focalizzata sulla efficace promozione visiva che Aretino seppe fare della sua figura, con una attenta strategia di marketing comunicativo: dipinti, medaglie, stampe, libri  oggetti di uso ‘griffati’ con il suo nome ed il suo volto, quasi una sorta di ‘linea’, grazie alla quale il sagace intellettuale toscano riuscì far conoscere se stesso e la propria immagine.
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Abbiamo posto ad uno dei curatori, Matteo Ceriana, già Direttore dell’ Accademia Palatina, alcune domande a cominciare dai motivi per cui è nata la mostra.
R: La mostra nasce soprattutto da due motivazione, la prima idea è sorta a seguito del restauro del dipinto di Tiziano  che risale al periodo in cui dirigevo la Galleria Palatina e poi si può dire come continuazione di alcune iniziative espositive dedicate a letterati ed intellettuali del Rinascimento che hanno avuto stretti rapporti con le arti figurative come Pietro Bembo, di cui si è tenuta la mostra a Padova, la mostra di Aldo Manuzio alle Galleria dell’Accademia di Venezia, e quella di Ariosto a Ferrara; naturalmente Aretino si prestava in modo perfetto alla ulteriore messa a fuoco del rapporto tra Lettere ed Arti nel Rinascimento, perché questo è stato proprio uno dei fulcri della sua attività; Aretino è critico militante d’arte nonché, in un certo senso, anche –detto molto tra virgolette- gallerista, nel senso che promuove i suoi artisti presso i committenti e si sa che importantissimo in questo senso furono il suo rapporto con i papi, con Cosimo I e così via, presso cui promuove le opere, le fa vedere, le presenta e addirittura alcuni suoi giudizi critici sono risultati validi praticamente fino ad oggi.
-Per esempio?
R: Pensiamo ad esempio alla chiave di lettura di Tintoretto, alla lettera in cui parla del dipinto raffigurante la Liberazione dello schiavo, dove usa concetti che a ben vedere sono poi gli stessi della critica contemporanea, in particolare riguardo all’idea dello spazio teatrale, ossia della rappresentazione della scena dentro uno spazio teatrale…
-Sappiamo anche che in una lettera molto nota Aretino prende la distanze da Michelangelo, prima nel 1545 poi nel 1550; nel frattempo è stato sconfitto dentro la chiesa il tentativo da parte del cosiddetto circolo di Viterbo di Reginald Pole di imporre una scelta dialogante con i riformatori d’oltraple; un circolo cui Michelangelo era tutt’altro che estraneo; ecco, possiamo dire che questo attacco dell’Aretino parte ad motivazioni religiose? Quanto pesa lo sviluppo di questi eventi nel giudizio dell’Aretino?
R:  Come vedrà nel catalogo abbiamo affrontato anche le questioni religiose e come Aretino affrontò il tema religioso che effettivamente riveste una notevole importanza come del resto lo fu per tutti glia ltri artisti del tempo, da Serlio a Lotto  a Tiziano a Sansovino, e così via, peraltro tutti amici di Aretino. Certamente come lei dice e com’è noto a d un certo punto ci fu una dura polemica nei confronti di Michelangelo, ma se si guarda complessivamente anche dal punto di vista estetico Aretino si allontana dall’ideale del Buonarroti negli anni ’40. E tuttavia a ben vedere, a mio avviso un passo della lettera relativa agli affreschi della Sistina possa avere anche un significato religioso, quasi erasmiano se posso dire la mia idea, quando cioè afferma che è più importante un’opera devota che un’opera di bel segno; ecco mi pare di vederci una posizione piuttosto sbilanciata verso Erasmo. Diciamo che se è vero che Aretino  non affronta mai direttamente questo tema religioso e tuttavia vivendo un momento nel quale il problema si presenta come centrale egli lo assorbe, per così dire, e quindi in una qualche misura poi viene fuori. D’altra parte in varie lettere parla in modo molto positivo, quasi entusiasta del riformatore olandese, senza tralasciare che è amico di Bernardino Ochino, come pure di Pier Paolo Vergerio.
-Beh, la crema degli eretici possiamo dire
R: E’ vero, ma per tornare a Michelangelo non possiamo dimenticare che in ogni caso lo considera sempre un sommo scultore, un sommo artista.
-E’ vero, però si deve dire che nonostante l’attrazione erasmiana, diciamo così, non si può dire che abbia percorso strade autonome e differenti rispetto a quella controriformista che a partire dalla fine degli anni ’40, sconfitto Pole, prevale nella curia romana.
R: Vero, però occorre riconoscere che i suoi detti religiosi almeno a mio avviso sono le cose più significative –insieme alle lettere naturalmente- e più belle che ha prodotto, con quella scrittura così appassionante, di matrice classica, e che definirei quasi figurativa, laddove emerge questo rapporto con il Cristo che appare quasi una presenza, attiva, vicina, diretta, al punto da dover credere che questo rapporto fosse un elemento caratterizzante; questo fa pensare che se non fosse attivo né interno allo schieramento dei riformati tuttavia quanto meno lo percepì molto fortemente anche se poi – è vero- non si è mai professato apertamente.
-Le chiedo allora se fu forse anche questo uno dei motivi per i quali le sue opere vennero messe all’Indice oltre che per le valenze erotiche al limite della pornografia dei suo Ragionamenti.
R: Non c’è dubbio che tra i motivi della messa all’Indice dei suoi scritti ci fossero le sue posizioni in qualche modo eterodosse che furono alla fine probabilmente prevalenti; del resto la letteratura erotica anche spinta a quei tempi non era certo una novità né menava particolare scandalo; in effetti secondo me i motivi della messa all’Indice delle sue opere furono essenzialmente proprio di carattere religioso.
-Torniamo sul terreno artistico; mi pare che una delle cose su cui insistiate molto e tra le più significative ed più importanti che vi ripromettete con questa iniziativa sia quella di esaltare il ruolo dell’Aretino come ambasciatore delle arti, ossia come promotore, se posso dire così, della scuola tosco romana a Venezia.
R: Esattamente; Aretino ovviamente rimane un toscano, lo afferma sempre nonostante il suo grande amore per Venezia, tanto che si spinse a dichiarare che non avrebbe scelto nessun’altra patria all’infuori della laguna, e però è toscano, resta tale e certamente è un punto di riferimento per quanti artisti toscani arrivano in laguna, pensiamo Tribolo, a Salviati, a Vasari  e così via.

-Dunque dobbiamo credere che l’esperienza della scuola centro italiana, incentrata sul ruolo preminente del disegno, entri in rapporto assai più stretto di quanto non si pensi e segni strettamente gli sviluppi dell’arte veneziana?
R: Ma è certo che la sua stessa esperienza negli straordinari anni di Leone X –che per certi versi saranno irripetibili per quanto concerne le arti figurative- lo hanno segnato profondamente e definitivamente, non c’è dubbio su questo; Aretino sa leggere tutte le novità che si presentano sul palcoscenico artistico romano, e le saprà recepire sempre riuscendo in qualche modo a spiegarle a parlarne, a divulgarle; c’è una lettera che scrive a Tiziano assai significativa sotto questo aspetto, peraltro molto bella, dove gli dà consigli su cosa deve vedere a Roma su come deve portarsi a Roma; Tiziano, come del resto Tintoretto, si deve dire che hanno legami artistici molto stretti con la pittura centro italiana, tanto che possiamo osservare momenti molto michelangioleschi nell’uno e nell’altro, per non parlare di un grande artista come Pordenone. Insomma mi pare di poter dire che la mostra è affascinante anche per questo.