Quando l’amministrazione della giustizia diventa arroganza giudiziaria (1′ parte)

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Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio
E’ difficile parlare della amministrazione di un tribunale in una città. E’ difficile criticare i soggetti dai quali ci si aspetta la fonte primaria della giustizia, la garanzia del rispetto della legge, ma soprattutto e difficile criticare coloro i quali, sono stati dotati di un potere immenso: quello di disporre con una buona dose di discrezionalità, della vita e soprattutto della libertà, di noi comuni mortali.
Alla fine posso affermare, per diretta esperienza di vita, che il complesso sistema giudiziario del nostro paese, fatto di pesi e contrappesi, funziona e garantisce di poter raggiungere una verità giudiziaria, abbastanza prossima alla verità sostanziale. Se non sempre purtroppo accade, è perchè la fallibilità è parte dell’essere uomini.
Se ho trovato la forza di affrontare questo tema, è proprio grazie al pensiero di magistrati illuminati, che attraverso le loro sentenze hanno posto delle pietre miliari a segnare il passo di questo cammino. Scrive infatti la Corte Suprema di Cassazione pochissimo tempo fa e in una sentenza rivolta proprio alla procura della repubblica di Arezzo: la critica è l’unico reale ed efficace strumento di controllo democratico dell’esercizio di una rilevante attività istituzionale che viene esercitata – è bene ricordarlo – in nome del popolo italiano, da persone che, a garanzia della fondamentale libertà della decisione, godono giustamente di ampia autonomia e indipendenza. 
Scrive in pratica la nostra suprema corte che i magistrati si trovano a godere di una posizione di assoluto privilegio in forza del ruolo che rivestono – e questi privilegi sono importanti per rendere questo ruolo autonomo e obiettivo – ma.. il diritto di critica dei provvedimenti giudiziari, ma anche del comportamento dei magistrati, deve essere riconosciuto nel modo piu’ ampio possibile, perché la cronaca e la critica possono essere tanto piu’ larghe e penetranti, quanto piu’ alta è la posizione dell’uomo pubblico oggetto di censura e piu’ incisivi i provvedimenti che può adottare. (V sez. 342/2019)
E’ il ruolo della stampa inteso nel suo senso piu’ alto:  la critica come unico reale ed efficace strumento di controllo democratico. 
Sono parole pesanti. Aprono una finestra su un modo nuovo di guadare il palazzo di giustizia. Ciò non significa che si possa diffamare o ingiuriare impunemente, significa però che a fronte di motivati dubbi, se ne possa chieder conto senza rischiare ritorsioni.
Oggi che il ruolo della nostra procura è diventato argomento di pubblico dibattito nazionale, sottoposto alla critica di giornali e telegiornali, limitarsi ad una difesa di ufficio –  difesa che in certi momenti ha assunto la rappresentazione visiva di uno zerbinaggio (nel senso di farsi zerbini) – fa venire meno proprio il ruolo che la giurisprudenza ha assegnato a coloro che devono avere anche il coraggio di scriverne.
Posso affermare che il sistema funziona per diretta esperienza. Dopo aver chiesto, in un clamoroso caso giudiziario, che si facesse chiarezza solo per aver collegato aspetti che stavano generando dubbi, sono stato processato quattro volte per un solo articolo e sempre assolto, tanto da rendermi fiducioso nei successivi gradi di giudizio a cui indiscutibilmente sarò sottoposto. Ne parlerò in seguito, solo per notare che alcuni aspetti di questa vicenda, possano aver contributo a formare il giudizio uscito dalla “Plenaria” del 28 ottobre.
A questo proposito voglio osservare che durante la sessione plenaria del Consiglio Superiore della Magistratura, qualcuno ha celato a fatica il disappunto per la campagna scatenata in città.
Cito testualmente le parole di un consigliere: Assistiamo a questa mobilitazione coram populo degli avvocati. Tu lo sai benissimo [rivolto a Davigo] che rapporto c’ hanno gli avvocati e le camere penali con i magistrati: un rapporto schizofrenico un po’ di amore un po’ di odio. Qui ha funzionato l’amore. Poi abbiamo gli amministrativi. Ma vi sembra normale che gli amministrativi ci dicano cosa dobbiamo fare noi?”.
La stampa nazionale ci ha riferito poi anche della irritazione del ministro della giustizia, sempre per lo stesso motivo.
Onestamente c’è da chiedersi se una difesa tanto chiassosa, sia stata veramente utile o se il tentativo, secondo me decisamente maldestro, di creare un movimento di opinione, si sia rivelato solo capace di risvegliare una “captatio malevolentiae” proprio in direzione opposta a quella desiderata.
Il problema è che realmente qui nessuno conosce le carte. E allora cerchiamo di capirci qualcosa di piu’, seguendo un percorso che secondo me risponde all’unica logica significativa.
Nell’anno 2012, esplode un caso che deflagra all’interno della Procura della Repubblica di Arezzo. E’ forse proprio grazie a quel caso che il sostituto procuratore Rossi diventa procuratore generale.
Alcuni coraggiosi investigatori della squadra mobile aretina, in quei primi mesi del 2012, si trovano al centro di una indagine forse piu’ grande di loro e scoprono in quel momento, che indagare su ciò che avveniva ed avviene nelle sacre stanze del palazzo, è cosa quanto mai pericolosa.
Le testimonianze raccolte dalla Squadra Mobile, conducono le indagini verso frontiere sconosciute, che non riescono a trovare una sponda perché è proprio sulla loro naturale sponda che nascono le difficoltà per gli investigatori di polizia, sottoforma di “minacce tutt’altro che velate e mortificazioni personali per l’eccessivo zelo dimostrato”  (frase riportata integralmente dal rapporto inviato alla direzione centrale anticrimine).
Un fascicolo al cui interno si ritrova un turbinio di reati a carico di soggetti piu’ disparati: dal peculato alla concussione, dalla truffa alla sostituzione di persona, dalla violazione del segreto istruttorio all’abuso d’ufficio, fino alle assoluzioni farlocche. Nei rapporti di polizia qui contenuti, ho trovato nomi impensabili, membri dell’avvocatura aretina, politici locali e nazionali, presidenti ed ex presidenti del consiglio dei ministri, casi giudiziari eclatanti, il fiore fiore dei giornalisti e infine magistrati ai massimi livelli.
Non citerò direttamente alcuno. Non voglio e non posso riaprire un caso giudiziario morto e sepolto.
Il procedimento è stato archiviato  – salvo reati minori – dal tribunale di Genova  (anche se pare, da fonte attendibile, che la procura della Repubblica di Torino competente su Genova, abbia aperto un fascicolo su queste archiviazioni) di fatto rendendo vani i verbali di polizia, le informative dei carabinieri, le notizie di reato, le deposizioni, le testimonianze e infine gli insabbiamenti, anche se esplicitati attraverso eleganti perifrasi, così come letto assieme al mio avvocato sulla copertina del faldone e scritto di propria mano dal PM di Genova: “Archiviare presso questa procura”… “Tombola” esclamò furente il mio vecchio amico e avvocato Chessa (ex commissario di PS).
Mi sia concesso però di dubitare che copia di questa documentazione non sia stata trasmessa integralmente al CSM. Se fossi stato al posto di chi ne ha disposto alla fine la sua archiviazione, lo avrei fatto.
Da questo fascicolo tuttavia alcune parti, a prescindere dai reati in esse contenuti, restano a segnare un momento grave nella storia della giustizia aretina. Per anni mi sono tenuto tutto dentro. Ho letto, studiato, archiviato, raccolto testimonianze. Una mole di documentazione immensa, immaginando che prima o poi qualcosa sarebbe accaduto: vi si racconta la rappresentazione di uno stile, di un metodo, che pur non essendo reato, nè rappresentazione di esso, lascia comunque un cittadino comune amareggiato e perplesso.
D’altra parte, nei lunghi e dettagliati rapporti inviati dalla Mobile di Arezzo alla Procura di Genova, si avverte solo uno stato di profondo malessere, ma alla fine, concordando con il mio avvocato, la pistola fumante o non è mai stata trovata (e qui il mal di stomaco è notevole, ma è sensazione personale ed umana), oppure è rivolta solo a persone che da tempo hanno lasciato ogni incarico. Magari – mi limito ad osservare – per gli assegni allegati in fotocopia, almeno una giustificazione avrebbero dovuto chiederla.
Le testimonianze raccolte, o sono palesemente reticenti, o palesemente logorroiche.
Così resocontano gli investigatori in una lunga serie di rapporti, tutti redatti tra aprile e agosto del 2012, di cui mi riservo forse in futuro, di pubblicare alcuni sinteticissimi estratti, in relazione ai rapporti intercorsi con l’allora procuratore generale (che si mise immediatamente in pensione e da cui le promozioni al seguito)

Quello che lascia invece me un po’ perplesso, è il comportamento della Procura della Repubblica di Genova. Nessuno prende seriamente l’iniziativa, nessuno arriva a guidare le indagini, nessuno si occupa del caso, forse nessuno conduce una inchiesta degna di questo nome.
Perlomeno tra le carte non si trova alcuna traccia di una qualsiasi iniziativa.
Se il fascicolo è stato infine inviato in copia al CSM, questo inizialmente non ha alzato ciglio. Perlomeno fino a quando anche qui lo scandalo non ha travolto tutto come uno tsunami. Coincidenza? Se pensassi alla maniera di Piercamillo Davigo, la risposta sarebbe evidente. Di fatto però, si lasciano gli investigatori locali in balia delle ritorsioni possibili e reali.
Credo che da questa storia dobbiamo trarre urgenti lezioni di procedura, perchè è evidentissimo un vuoto che rischia di trasformarsi in vera e propria impunità di casta.
In realtà la “Mobile” di Arezzo, cerca nonostante tutto, di raccogliere quante piu’ informazioni possibili, sentendosi forse bersaglio dell’attenzione dei cittadini, stretta dal bisogno urgente di far circolare aria fresca e quello di sottomettersi alla volontà della Procura.
Forte è il senso delle istituzioni che si respira in questo gran lavorio, ma che si scontra alla fine con le istituzioni stesse.
Il 7 settembre 2012 infine, il capo della Mobile redige e fa partire un rapporto di oltre 40 pagine, indirizzato alla Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato e alla Procura della repubblica di Genova. Anche questo immagino che è arrivato per conoscenza, al Consiglio Superiore della Magistratura.
Di questo rapporto, proprio seguendo la logica spiegata all’inizio, voglio evidenziare e pubblicare solo il preambolo: già da solo basta e avanza.

 

Immediata la presa di posizione del questore (si metterà in pensione anche lui subito dopo) perché la Mobile “sta mettendo troppo impegno in questa indagine”.
La risposta degli investigatori arriva di nuovo in forma scritta e per giunta sotto forma di atto ufficiale

In pochi mesi un imponente fascicolo comincia a comporsi. Dalle iniziali sommarie informazioni, le indagini diventano piu’ stringenti, ma il corto circuito è inevitabile fin dalle prime battute…

Oggi mi piacerebbe molto poter intervistare le parti, ma ovviamente non è possibile.

Il capo della Mobile, dopo quel rapporto, è colpita da un grave provvedimento disciplinare con trasferimento immediato.
Con grande strepito mediatico.
Solo qualche mese dopo invece… riceverà un encomio solenne dal ministro dell’interno e la promozione a Vice Questore di Bologna.
Questo è ciò che appare dai rapporti ufficiali

Questo è ciò che resoconta il capo della mobile

Questo è ciò che scrivono i giornali

E infine questo è ciò che pensano gli investigatori a proposito dei giornali, dopo ben 11 (undici) notizie di reato sul medesimo argomento inviate alla Procura di Genova, tutte debitamente archiviate

Ho pensato a lungo se scrivere su questo argomento. Se valeva la pena esporsi così tanto. Quanto fosse pericoloso farlo. Il senso della solitudine è infinito.
Se i veri giornalisti aretini, quelli che dovrebbero essere considerati i cani da guardia della libertà e della trasparenza, “unico reale ed efficace strumento di controllo democratico” per usare le parole della suprema corte, sono in realtà troppo presenti in quelle stesse pagine che ho letto con avidità: al centro di rapporti di polizia ripetutamente inviati alla Procura della Repubblica di Genova, oppure di notizie di reeato e di dettagliati resoconti sugli strani movimenti di veline, tutto debitamente inviato alla Direzione Nazionale Anticrimine, non puoi che sentirti solo.

In occasione di un articoletto del Giornale di Sallusti, in cui si citavano alcuni personaggi di questa intricata storia, sono stato descritto dal nostro quotidiano, come l’imbecillotto di turno (forse alla ricerca di notorietà?) facendo “meravigliosamente” esplicito riferimento ad alcuni verbali di interrogatorio da me sostenuti come persona informata sui fatti, davanti al luogotenente Di Palo.
Verbali però, che al momento della loro pubblicazione, avrebbero dovuti essere custoditi a Genova e sopratutto soggetti a segreto istruttorio.
Tutto quanto considerato, posso solo immaginare quale possa essere stata la reazione emotiva dei consiglieri del CSM, alla lettura degli articoli di giornale che invocavano a gran voce la riconferma del loro “capitano”.
Credo non servano altre spiegazioni