Un viaggio a Dresda… prima della caduta del muro!

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In questi giorni tutti i media sono pieni di celebrazioni della caduta del muro. In contemporanea mi ha colpito un’altra notizia: Dresda, una delle più importanti città della ex DDR, città distrutta dai bombardamenti nell’ultima guerra, è diventata il centro dei neonazisti che sembrano prolificare in maniere e forme preoccupanti.

Ho ripensato in questo frangente ad un mio viaggio a Dresda, mi sembra nel 1988, Ero allora Assessore alla cultura della Provincia di Arezzo e fui invitato per una iniziativa culturale alla Buchmesse di Francoforte, che quell’anno aveva come ospite di onore Umberto Eco con il suo Il nome della rosa

Con l’occasione che mi trovavo in Germania un mio carissimo amico, animatore della Associazione di amicizia Itala- DDR mi invitò a Dresda per un incontro con rappresentanti locali della associazione per progettare iniziative culturali comuni.

Un viaggio, fatto assieme a mia moglie, che ho ancora impresso nella memoria.

Viaggiammo in treno da Francoforte a Lipsia, poi cambio verso Dresda

Lasciammo la stazione di Francoforte, un clima di festa, di grande mercato, piena di bancherelle e di negozi con ogni ben di dio. Il primo shock lo avemmo alla frontiera, quando ci fu il cambio del personale ed entrò in servizio quello della DDR. Subito vennero a chiederci passaporti, E qui il primo problema Volevano sapere perché andavamo là, se ci andavamo per turismo o altro. Avendo difficoltà a comunicare causa lingua, pensando di sbrigarmi dissi di andare per turismo. Accanto a me c’era un signore che parlava italiano e tedesco e mi fece subito capire che non dovevo dire di essere turista. Grazie all’improvvisato interprete cercai di spiegare che ero invitato dalla Associazione di amicizia Italia- DDR e che facevo parte della delegazione ufficiale. Poco convinto l’addetto si è allontanato,con i nostri passaporti, credo per chiedere informazioni. Poi è tornato e ci ha autorizzato il proseguimento del viaggio.

Dopo altre ore di treno, un po’ affamati, arriviamo a Lipsia, già DDR. Pensiamo di fare una sosta al bar, prima di ripartire. Avevamo ancora davanti i colori, i sapori, la vitalità della stazione di Francoforte. Scesi dal treno, ci troviamo in una stazione, molto bella architettonicamente, ma buia, sembrava disabitata. Solo in fondo ai binari si intravedeva una piccola luce. Abbiamo scoperto che era l’unico bar, con già una lunga fila per entrare. Rinunciamo al panino e caffè e saliamo sul treno per Dresda, dove ci aspettavano gli  amici e compagni dell’associazione,

Arrivati a Dresda non riusciamo ad incontrarci con quelli che avrebbero dovuto aspettarci. Non sapendo dove andare, individuiamo alcuni hotel lungo la strada che portava alla stazione. Decidiamo di andare in un hotel, poi, ci siamo detti, se non troviamo i nostri ospiti, ripartiamo per l’Italia l’indomani. Ma anche qui un’altra sorpresa. Il primo hotel ci dice che non hanno posto.  Nel secondo ci guardano perplessi, stupiti, quasi a dire: ma questi come sono arrivati qui? Insomma per loro era inconcepibile che qualcuno potesse arrivare liberamente in un albergo senza preventiva autorizzazione (politica). Alla fine, con un po’ di francese masticato da me e da un addetto alla reception ripetiamo la storia della associazione che ci doveva aspettare alla stazione ma che non avevamo incontrato. Dopo un po’ di conciliaboli ci hanno concesso una stanza per la notte-

La mattina dopo contatto la mia segreteria della provincia d Arezzo per comunicare che non avevo trovato ad attendermi nessuno e quindi sarei tornato,

In realtà loro erano venuti ad accoglierci alla stazione, ma non ci eravamo incontrati e avevano telefonato in provincia per poter ricontattarci. Così, tramite Arezzo, siamo riusciti a ritrovarci e poco dopo è arrivato un pulmino con autista ed interprete che doveva prenderci in carico ufficialmente.

Da quel momento tutto è cambiato, Non eravamo più due pellegrini capitati per caso evadendo le maglie della sicurezza, ma eravamo ospiti ufficiali!

L’autista che ci era stato assegnato aveva un po’ l’aspetto di un “aguzzino”. Ci guardava con fare militaresco e brusco, sempre attento che non deragliassimo dai percorsi ufficiali autorizzati.

L’interprete era una gentile signora di origini italiane e, più precisamente, emiliane. Gentile, con un’aria un po’ triste, malinconica. La sorpresa è stata quando le ho detto che venivo da Bibbiena. La conosco, mi ha detto, ci sono stata durante la guerra. Conoscevo Marino (il titolare del ristorante che c’è ancora). Non siamo riusciti ad avere molte altre informazioni. Ma l’impressione è stata che la signora fin da allora facesse parte di qualche servizio segreto.

Passammo alcuni giorni tra diversi incontri ufficiali, con rappresentanti di partito e amministratori. Quello che ci colpiva era che in ogni luogo in cui arrivavamo c’era la tavola imbandita di ogni ben di dio, a qualsiasi ora del giorno, Quasi a voler esibire una abbondanza, un benessere che obbiettivamente non si poteva rilevare girando per le strade e per i locali aperti al pubblico locale.

Ma la vicenda che più ci colpì fu un’altra. Un giorno dovevamo avere un incontro con i capi del Partito. Erano i tempi in cui il capo a Dresda era Modrov, uno dei pochi dirigenti ancora popolare, e che sembrava muoversi un po’ dietro le linee innovative di Gorbaciov.

In attesa dell’incontro, alcuni del nostro gruppo decisero di fare un giro al Zentrum, una specie di centro commerciale, accompagnati dalla nostra guida/interprete. Capitò che arrivarono al punto di ritrovo con il pulmino che doveva portarci all’incontro con un leggero ritardo.

Dovemmo subire le ire e gli insulti contro soliti italiani da parte del nostro autista-controllore. Era per lui inaccettabile un ritardo, sia pur lieve, per un incontro con i capi del partito.

La nostra guida-interprete era annichilita, terrorizzata. Per tutta la giornata ha continuato a ripetere: ho sbagliato, ora mi puniranno!

Ho ancora davanti a me il terrore che ho letto in quegli occhi. E questo più di ogni altro ragionamento, ci descrive un clima, un regime, un tipo di società poliziesca per noi inconcepibile e intollerabile, sia allora che ora.

Oggi leggo che a Dresda stanno prolificando i neonazisti. E mi domando: siamo stanchi di democrazia? O è nostalgia di Stasi, da parte di chi non ha vissuto sotto il suo controllo? O da parte di qualcuno che con la caduta del muro ha perso il suo ruolo? O c’è qualcosa di più profondo da analizzare?

Sento in questi giorni molte analisi sul perché nelle nazioni dell’ex sistema sovietico stiano prolificando e rafforzandosi i movimenti neonazisti e neofascisti. Al di là di astratte contrapposizioni ideologiche analisti più attenti cominciano a mettere gli occhi su certe conseguenze della riunificazione germanica, su come il crollo del muro abbia comportato arrivo di disuguaglianze, disoccupazione, impoverimento produttivo e il mantenimento di una differenziazione anche tra i tedeschi dell’ovest e quelli dell’est, tutto sommato sempre considerati figli di un dio minore. Fino al punto che c’è chi pensa che sia meglio rinunciare ad un po’ di libertà, per riconquistare una propria dignità ed una maggiore giustizia. Tema pericoloso, che è sempre all’origine delle dittature, ma che deve farci riflettere in modo serio.

Proprio riflettendo su queste considerazioni mi è venuto in mente un altro incontro.

Alcuni anni dopo, mentre seguivo dei corsi di formazione, ho conosciuto una signora russa che viveva nella nostra provincia arrangiandosi un po’ a lavorare nelle palestre. Un giorno si sfogò e mi disse: io vivevo in Russia. Avevamo tutto, scuola e sanità gratis, tutti studiavamo e lavoravamo. Poi è arrivato questo “cazzo” di perestrojka e tutto è finito!

Già !Questo “cazzo” di perestrojka…altro argomento di riflessione!

Giorgio Renzi