Pistola Taser alla Polizia Locale. Il comandante mi sembra individui male il suo possibile uso…

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Dice il comandante Cecchini, felice per la nuova arma in dotazione: “Gli agenti della polizia locale, sono esecutori dei trattamenti sanitari obbligatori che riguardano persone difficilmente gestibili, hanno a che fare con soggetti alterati dall’uso di sostanze stupefacenti, dunque emerge il problema di garantire l’incolumità degli operatori in divisa”.

Ebbene in entrambi i casi citati, l’uso della pistola Taser può essere mortale. Ufficialmente qualificato come dispositivo non letale, si rivela invece mortale in più di un’occasione difficilmente prevedibile in anticipo. Tra le altre cose, ad esempio, è banalmente mortale per un feto custodito dal grembo materno, anche nelle prime fasi della gravidanza quando quest’ultima non è ancora immediatamente identificabile.

Lo è inoltre – come certificato da vari studi scientifici – per persone che presentano precedenti problemi di tipo neurologico o cardiaco. La maggior percentuale di rischi è proprio durante l’esecuzione dei TSO (trattamento sanitario obbligatorio).

Un anno fa a Genova, la morte di un ventenne ucciso da un poliziotto durante l’esecuzione di un tso, ha riacceso il dibattito sull’adozione del taser in Italia. Il poliziotto è stato iscritto nel registro degli indagati per eccesso colposo di legittima difesa. Dalla sua parte si è schierato il capo della polizia Franco Gabrielli, ma intanto il ragazzo è morto e il poliziotto sotto processo.

La combinazione dell’adrenalina, che raggiunge punte estreme durante una fase psicotica da parte di soggetti con problemi mentali, unita alla micidiale scarica elettrica, può provocare infatti la morte istantanea. Si fa presto a mettere questi strumenti in mano ai nostri tutori dell’ordine senza approfondita conoscenza dei suoi possibili esiti: quando poi succede la tragedia, un po’ di solidarietà e via. Tanto sotto processo rischiano loro!

La scarica prodotta dal taser crea un’interferenza elettrica nel sistema nervoso centrale del soggetto colpito. L’individuo cade a terra e se ancora cosciente avverte un forte dolore ai muscoli. Di solito invece e per alcuni secondi, il cervello va in black out e non è più in grado di reagire. Per questo i soggetti con turbe mentali, (o con il cervello già in sofferenza per una tossicodipendenza) sono considerati ad altissimo rischio. Non è necessario che i dardi della pistola si aggrappino alla pelle del bersaglio per ottenere questi effetti. Anche nel caso in cui gli aghi non riuscissero a bucare i vestiti si otterrebbero gli stessi risultati. L’alto voltaggio di cui è dotata, infatti, permette alla scarica di diffondersi in profondità. L’apparecchio, stando a quanto dichiarato dall’azienda produttrice, potrebbe immobilizzare persino un bisonte di 800 chili.

Le Nazioni Unite considerano i taser degli strumenti di tortura per l’intenso dolore che sono in grado di provocare. Più volte l’Organizzazione ha contestato gli usi impropri dello strumento che si sono verificati, e continuano a verificarsi, nel corso del tempo.

Ad aprire il dibattito fra gli studiosi, tra i tanti, fu il caso di Natasha McKenna. Una 37enne che nel 2015 era detenuta nel carcere della contea di Fairfax in Virginia. La donna, affetta fin da piccola da schizofrenia, oppose resistenza al momento del suo trasferimento nel penitenziario di Alexandria. Dopo averle ammanettato mani e piedi, gli agenti la fecero sedere su una sedia. In preda ad una acuta crisi della sua malattia, continuava a ribellarsi, così un ufficiale decise di colpirla col taser. Smise di respirare. Morì dopo tre giorni di agonia in ospedale.

È ancora la Reuters a raccontarci come ben un quarto delle persone colpite nel mondo da elettroshock da taser, soffrisse di disturbi psichici o neurologici.

Il taser sembra dunque venir utilizzato con leggerezza nei confronti di persone difficili, agitate, irrequiete, che certo avrebbero bisogno di un altro tipo di approccio da parte di persone competenti e capaci. Per non dire – e da qui molte cose si comprendono – che ben nove su dieci delle persone verso le quali il taser è stato rivolto lungo i quasi 17 anni coperti dall’indagine USA, erano disarmate. Vale a dire: là dove prima si sparava si continuerà a sparare. Il taser non è un’alternativa innocua alla pistola a proiettile, bensì un’alternativa potenzialmente letale alle mani o agli strumenti di immobilizzazione quali le manette.

Per il rapinatore armato, si continuerà ad usare giustamente la pistola vera e non certo il taser, che servirà invece per risolvere rapidamente i problemi legati a persone con disturbi mentali che danno in escandescenze o peggio, al ragazzo che manifesta in piazza, giusto per fare degli esempi.

Infine consiglio la lettura di un recente studio (2019) dei criminologi della università di Cambridge: gli agenti di polizia di Londra armati visibilmente di elettroshock “Taser” usavano la forza il 48% più spesso, ma contemporaneamente avevano maggiori probabilità di essere aggrediti rispetto a quelli su turni disarmati.

I criminologi dell’Università di Cambridge affermano che i risultati suggeriscono che i Taser possono innescare l’effetto “armi”: un fenomeno psicologico in cui la vista di un’arma aumenta il comportamento aggressivo.

L’effetto della vista delle armi fu mostrato per la prima volta dallo psicologo Leonard Berkowitz nel 1967, in un esperimento di laboratorio che prevedeva la somministrazione di scosse elettriche in presenza di un fucile: un esperimento che è stato replicato 78 volte, sempre con i medesimi risultati. (On the formation and regulation of anger and aggression: A cognitive-neoassociationistic analysis)

Se posso dare un consiglio ai nostri amati vigili urbani, studiate bene cosa è e come funziona questo strumento: leggete articoli, studi, relazioni, cause ed effetti. Sarete piu’ cauti ed attenti, perché se succede qualcosa, a rischiare dopo sarete solo voi, mentre con la solidarietà dei politici che si son fatti belli mostrando i muscoli, potrete farci una cosa sola.  E non vi sto a spiegare cosa!