Le mafie nigeriane pagano il pizzo alle mafie italiane, ma sono nate nei campus universitari di Abuja

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Chi coordina e guida le mafie nigeriane in Italia, non è arrivato sui barconi ma comodamente seduto su un Boeing.

Serve piu’ intelligence che muscoli

Informativa trasmessa dall’ambasciata nigeriana al ministro degli interni Roberto Maroni nel 2011: “Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali”, 

“ll radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato” (relazione della Direzione Investigativa Antimafia del secondo semestre 2016).

I magistrati spiegano, inchiesta per inchiesta, come i nigeriani siano ormai primari protagonisti non solo del traffico di esseri umani, ma anche della droga, delle truffe online e nello sfruttamento della prostituzione. Un ventaglio di attività al quale gli affiliati alle varie bande provenienti dal Paese centroafricano si applicano con spietata efficienza: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villaggi dell’Africa equatoriale. si tratta spesso di laureati o comunque di persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla stessa storia della mafia nigeriana.

Il 24 ottobre 2016 la Polizia di Catania, con l’operazione “Skin Trade”, arresta 15 persone per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone e sfruttamento della prostituzione. Idem per le indagini sui gruppi attivi nella zona di Castel Volturno (CE) che sarebbero riusciti “a organizzare importanti traffici di droga e immigrati clandestini, operando altresì nello sfruttamento della prostituzione”.

Nel marzo 2017 la Procura di torino ha chiuso un’inchiesta a carico di diciotto persone contestando loro numerosi reati tra i quali l’associazione di stampo mafioso. La sua articolazione italiana, secondo il pm Stefano Castellani, si fa chiamare: “Famiglia Vaticana” ed è suddivisa in “forum” e “famiglie”.  Si occupa di importazione di droga, di sfruttamento della prostituzione e di immigrazione clandestina: i suoi adepti “mantengono contatti con soggetti nigeriani residenti in Libia”. Nell’indagine sono coinvolti anche elementi di un gruppo mafioso rivale, gli “Eyie”, con i quali i “Maphite” si sono scontrati più volte nel corso degli anni.

“Tra le attività criminali dei gruppi nigeriani, si conferma la tratta di donne di origine nigeriana e sub sahariana, avviate poi alla prostituzione”, si legge nella relazione della DIA, che ricorda come le ragazze erano reclutate in Togo, da dove venivano “importate” in Italia attraverso il Benin. Una volta sbarcate, si ritrovavano un debito per il viaggio – in media tra i 40 ai 70 mila euro – e per saldarlo erano costrette a prostituirsi sotto gli ordini di una Maman. Il pericolo della denuncia era scongiurato perché assoggettate psicologicamente attraverso pratiche esoteriche. Si tratta del rito “Juju”, una credenza religiosa praticata nella regione del Sud-Ovest della Nigeria, convincendole che lo spirito racchiuso in piccoli feticci possa causare enormi sciagure a loro e alla loro famiglia in caso di disobbedienza. Un rito che non nasce in Africa, ma è stato importato qui nell’800 dai bianchi colonizzatori europei, che lo hanno usato a loro volta per scopi analoghi, tanto che mutua il nome dal termine francese “Joujou”, e che proprio grazie alle radici nella cultura dei bianchi dominatori, è quanto mai temuto.

Secondo la Dia, le mafie nostrane appaltano il lavoro sporco ai nigeriani e questi pagano il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Quando i nigeriani si ribellano, si fanno parlare le armi. E’ questo il motivo per cui i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

In Giappone, nel 2014 fece scalpore l’arresto di un nigeriano gestore di un locale notturno del quartiere a luci rosse di Kabukicho, che costringeva le sue hostess filippine a drogare i clienti svuotandone poi le carte di credito. Le indagini svelarono anche la diretta partecipazione dei nigeriani nei locali a luci rosse di Kabukicho, nonché i loro legami con la Yacuza nella vendita di eroina, nei furti d’auto, nel riciclaggio di denaro e nell’organizzazione di matrimoni finti.

Nell’aprile 2016, la polizia canadese ha portato a termine un’operazione che ha scardinato un’organizzazione di ladri d’auto (anche lì tutti Black Axe) la quale avrebbe trafugato veicoli di lusso per oltre 30 milioni di dollari. Sulla nave diretta in Africa bloccata dalla polizia, sono stati ritrovati suv provenienti anche da Spagna e Belgio. In manette sono finiti, oltre ai ladri, anche rivenditori di parti d’auto, camionisti, impiegati delle compagnie di navigazione e portuali: tutti canadesi doc.