Banca Etruria, nei fatti, non esisteva più come istituto di credito autonomo.

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10/12/2015 Arezzo, banca Popolare dell' Etruria

Chi parla al processo è Giordano Di Veglia, ultimo ispettore di Banca Etruria.

Banca Etruria aveva crediti deteriorati per il 42 per cento dell’attivo, percentuale drammatica.

In più non funzionava neppure la gestione ordinaria, visto che i costi rappresentavano ormai il 97 per cento dei ricavi.

Seguono poi da parte del secondo teste, il tenente colonnello Peppino Abruzzese, coordinatore del gruppo di investigatori della Guardia di Finanza, che ha condotto il primo filone di indagini, l’elenco dei crediti attenzionati: dalla Sacci al famoso yacht. Inutile ripeterli, perché ormai li conosciamo tutti.

Secondario sembra, rispetto alla vicenda, ma è una osservazione personale, l’esistenza di un comitato ristretto che prendeva le decisioni importanti e le sottoponeva all’approvazione del CDA. In una azienda privata, ci sono sempre coloro che provvedono alla gestione, preparano e istruiscono le pratiche che poi vanno agli organi esecutivi. Temo anzi che molto spesso questi comitati (e penso ad altre banche crollate poco dopo) non siano nemmeno collegiali ma si compongano di una sola persona: il padre e padrone del carrozzone. L’esistenza di questo comitato diventa rilevante solo al fine di individuare le responsabilità civili nei confronti degli azionisti e dello stato. Ma è solo un pensiero personale.

La domanda che continua a non trovare risposta, è invece perché, dal momento che Bankitalia era ben cosciente della situazione drammatica in cui la banca versava da anni, sono state autorizzate le sollecitazioni del risparmio, sia tramite aumenti di capitale, sia soprattutto tramite la vendita retail delle obbligazioni subordinate.

In ultimo, visto che durante l’udienza di oggi si è continuato ad insistere sulla mancata aggregazione con BPV ed in particolare sul fatto che non fu mai portata in assemblea, la replica mi sembrerebbe banalotta: convocare una assemblea di 54.000 soci, con i costi e le difficoltà logistiche del caso, senza prima avere perlomeno una “road map” esatta dell’operazione che si intende proporre, è cosa piuttosto assurda.

Per misurare bene il peso della lettera inviata da Zonin a Banca Etruria, vorrei ricordare le parole del capo della vigilanza Barbagallo, davanti alla commissione parlamentare di inchiesta (quella che si occupò solo della Boschi). Nella laboriosa, inconcludente e totalmente inutile commissione, Barbagallo dichiarò come l’adivsor di Etruria Rotschild, avesse individuato… “27 soggetti fra cui anche Vicenza. Alla fine era rimasta solo lei che avanzò un’offerta – contestata dallo stesso ispettore nel rapporto – per via di irregolarità procedurali, ovvero si sarebbe dovuto almeno [sic] avvisare il CDA della banca vicentina”.  

Dopo la prima letterina in cui si manifestava interesse per l’acquisto di BE, presentata il 28 maggio 2014 e in cui si dava tempo fino al 12 giugno per aderire, il giorno stesso della scadenza (pare un ultimatum di guerra) viene ritirata con queste parole:

“La Banca Popolare di Vicenza considera decaduta l’offerta vincolante per l’integrazione con Banca Etruria e ritiene che non vi siano più i presupposti per continuare le trattative.

In una nota, l’istituto vicentino spiega che vista l’assenza di una preliminare valutazione positiva all’Opa da parte del Cda di Banca Etruria lo scorso 11 giugno, [poco piu’ che chiarimenti formali NDR] “l’offerta vincolante è decaduta”.

Pertanto il Cda di Pop Vicenza “ha constatato che non vi sono i presupposti per proseguire la trattativa” e che “eventuali altre ipotesi o proposte diverse dalla ormai decaduta offerta vincolante formulata da Bpvi il 28 maggio 2014, non possono essere prese in considerazione in quanto non rispondenti alla strategia della Banca Popolare di Vicenza”.

Dopo sei mesi scoppia il bubbone in veneto, ma in Banca Etruria non ci sarebbe stato nemmeno il tempo di convocare una assemblea di tali proporzioni. Ma tant’è!

Credere che questa offerta fosse vera e convincente è dichiarazione ingenua. Personalmente non ho mai creduto che fosse tale. Quando si compra una attività, servono procedure, analisi, studi preliminari, verifiche lunghe e laboriose. Questi arrivano, fanno una specie di dictat e dopo due settimane lo ritirano?

Dentro Bankitalia evidentemente ancora credono a Babbo Natale…