James Bradburne: “A Brera una rivoluzione copernicana! La riforma Bonisoli ? Avevo pronte le dimissioni”

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Dopo la riconferma di Schmidt agli Uffizi, anche Bradburne alla pinacoteca di Brera

-Inizierei questa conversazione da una costatazione, cioè che Brera per una precisa strategia da quando lei è insediato ha praticamente rinunciato alle mostre temporanee; non crede che questo vi penalizzi in termini di entrate e numero di visitatori?

R: Dall’inizio del mio primo mandato il mio interesse primario è stato quello di rimettere Brera nel cuore della città, secondo una strategia che ha lo scopo di riportare i cittadini a vivere pienamente il loro più importante museo, a considerarlo come una seconda casa, dopo anni in cui questo sentimento secondo me si era attenuato se non perduto del tutto. Non voglio fare polemiche però è un fatto che tutte le decisioni si prendevano a Roma e questo inevitabilmente ha comportato che i milanesi non sentissero più Brera come parte integrante del tessuto connettivo della città, anche se strutturalmente ne era parte.

-Dunque si può dire che lei è partito da una percezione di lontananza tra la città e il museo, è così?

R: Esattamente, questo era quello che vedevo. Più che una percezione si trattava di un fatto, se guardiamo alle indagini statistiche. A  mio avviso infatti la misura della qualità e del valore di una istituzione museale non è certamente data dal numero di entrate registrate ma dipende da quanto l’offerta è formativa di coscienze civili, da quanto educa, cioè da quello che si dà e da quello che si riceve, il che prescinde in larga misura dai numeri che pure esistono e sono importanti ma che non vanno perseguiti come primario obiettivo. Tutto questo per dire che piuttosto che a esposizioni transitorie che portassero a realizzare grandi numeri, abbiamo puntato sulla valorizzazione della collezione permanente che secondo me, e posso constatarlo sulla base di un’ esperienza ormai trentennale, può dare grandi soddisfazioni, come del resto sta avvenendo. Con questo non voglio certo dire che non si debbano realizzare  esposizioni transitorie: al contrario, anche io ne ho realizzate, con risultati importanti, e che avevano un loro senso, ad esempio a Palazzo Strozzi.

Diciamo quindi che non c’è una posizione aprioristicamente contraria.

R: Ma certo che no, se si rispettano i canoni della scientificità, della qualità, della divulgazione, delle finalità didattiche. In questo si possono coinvolgere più tipologie di pubblico. A Brera tuttavia, almeno inizialmente, ho dovuto rompere con la logica del realizzare più numeri ogni anno, cosa che non trovo degna di un museo il cui scopo invece è trasmettere valori civili, sociali, di crescita e così via. I visitatori ovviamente sono importanti ma devono essere ‘giusti’, non in senso classista ovviamente, ma nel senso che nel museo, ripeto, possano ritrovarsi come a casa loro, con le loro famiglie, le loro abitudini e così via. I numeri che mi interessano non sono quelli delle entrate ma la quantità di informazioni che ci possono aiutare a migliorare l’offerta.

-In effetti lei ha scommesso molto su questo aspetto del rapporto tra città e museo; alla luce di questi anni di esperienza che bilancio può stendere a questo riguardo ?

R: Il bilancio è molto positivo, ci sono stati riscontri da parte del pubblico in termini di accessi certo ma soprattutto di gradimento. Il mio approccio è stato, come dicevo, quello di riproporre Brera come istituzione centrale per la vita della città, richiamandoci ad una idea illuministica che poi, non dimentichiamolo, è quella sulla base della quale il museo nacque in età napoleonica.

Lei avrà pure ragione, Direttore, però non va dimenticato un dato piuttosto disturbante che è stato misurato e che consiste nel fatto che mediamente un visitatore di museo passa davanti ad un’opera non più di 8 secondi, ossia uno sguardo e via; insomma si possono adottare le migliori strategie possibili ma poi i dati non sono confortanti.

R: No, non sono d’accordo. Noi abbiamo dati diversi, anche perché abbiamo adottato delle misure che in buona sostanza costringono, se posso dire così, il visitatore a restare davanti ad un quadro, a riflettere, a porsi delle domande e anche a scrivere cosa se ne pensa … Come abbiamo fatto? Con le didascalie, che ora sono scritte da autori diversi, con punti di vista differenziati. Questo porta a guardare meglio, a pensare più approfonditamente, a un maggiore coinvolgimento. Abbiamo inserito anche didascalie olfattive che aiutano, per fare un esempio, a capire cos’è la mirra, perché non tutti lo sanno; ecco che con queste misure si resta davanti ad un’opera ben più di 8 secondi, e del resto lo abbiamo potuto verificare, osservando le discussioni che avvengono tra gli stessi visitatori, i confronti che si aprono…

Si, so che a Brera avete adottato questa nuova logica per le didascalie che sono affidate a vari studiosi. Ma mi viene da chiederle come si sarebbe comportato se fosse stato di proprietà del museo il noto dipinto raffigurante la Giuditta che decapita Oloferne che fece tanto discutere quando venne presentato a Brera; ovvero, avrebbe fatto scrivere la didascalia a chi sosteneva l’autografia di Caravaggio o a chi la negava? In breve, la domanda è: con quali criteri scegliete chi deve compilare le didascalie?

R: Per la verità anche quella volta abbiamo messo quel quadro a disposizione del pubblico con tutti i testi che lo riguardavano, favorevoli alla autografia o contrari, proprio con l’intenzione di dare a tutti la possibilità di farsi un’idea precisa, dal momento che il dipinto era conosciuto solo attraverso la riproduzione sui giornali. Per quel che riguarda i criteri che adottiamo per scegliere gli autori delle didascalie facciamo in modo che ci siano punti di vista differenti affinché sia poi il pubblico a maturare il suo giudizio. E’ lo stesso criterio con cui ci muovemmo a Palazzo Strozzi per la mostra La Bellezza divina, quando feci deliberatamente mettere in evidenza due didascalie per uno stesso quadro, una scritta da una studiosa protestante, l’altra da una storica dell’arte cattolica; questo credo che sia il metodo giusto nella storia dell’arte, il confronto, la discussione, la promozione del dibattito perché non esiste un punto di vista assoluto che arriva dall’alto. Dobbiamo avere il rispetto per ogni diversità, questo l’arte deve trasmettere: il rispetto, questa è la parola basilare e vale per ogni campo ed è la caratteristica fondamentale che ogni museo dovrebbe trasmettere.

-Mi trova assolutamente d’accordo; le pongo ora un altro tema su cui mi pare le sue speranze non si sono ancora attuate, cioè l’acquisizione di Palazzo Citterio; nell’intervista che ci rilasciò circa due anni or sono ci disse che la cosa era praticamente fatta, ma non è così.

R: E’ vero, abbiamo subito ritardi inaspettati, purtroppo abbiamo constatato che il Palazzo non è ancora strutturalmente adeguato; abbiamo però ora perizie che possono consentire di sbloccare a breve la situazione e ritengo che tar non molto potremmo lavorare per l’allestimento. Ovviamente questo ha comportato anche ritardi nei progetti che avevamo in cantiere contando su questi nuovi spazi, e me ne rammarico. Avevo promesso che entro gli anni del mio mandato Palazzo Citterio sarebbe entrato a far parte di Brera e invece è capitato che la Soprintendenza non aveva tenuto conto del fatto della sua destinazione museale e quindi non è stato ritenuto idoneo. Ma non voglio fare polemiche: constato solo che il tempo si è allungato per ragioni che non dipendono da noi.

-Ma lei ne ha discusso con le istituzioni locali, con il Comune, con la Regione …?

R: Certo, non potevo non farlo, visto che Citterio appartiene alla città …

E i suoi rapporti con queste istituzioni come sono?

R: Molto positivi, specie col Comune con il quale interagiamo spesso, la Regione è meno presente ma per ragioni obiettive di competenze; del resto Brera è decisamente una realtà milanese, fa parte del cuore della città e per questo il rapporto con il comune è molto sviluppato; anche per questo, ritornando all’inizio della nostra conversazione, privilegiamo la valorizzazione della collezione permanente ad iniziative estemporanee che non lasciano un segno preciso nella collettività.

-Alla fine del suo mandato, lei ha potuto affermare che avete realizzato uno degli obiettivi che si era prefisso, cioè il completo riallestimento delle sale; a questo proposito lei stesso ha parla ti una rivoluzione copernicana; ci vuole spiegare che significa?

R: Che abbiamo completamente ribaltato la visione del museo, mettendo al centro non i numeri ma la sua valorizzazione e quindi il visitatore; mi sono spesso chiesto al momento del mio insediamento perché non solo nelle grandi città d’arte, come Roma, Firenze, Venezia, ma anche in altre realtà importanti come Milano, Napoli e così via, le istituzioni museali era come si fossero staccate dai rispettivi cittadini. Era come se queste istituzioni non fossero più in collegamento con le città d’appartenenza vivendo quasi un’esistenza appartata. La mia convinzione è che questo è accaduto da quando è nato il Ministero dei Beni Culturali, staccato dalla Istruzione, con la conseguenza della logica imperante della tutela e della conservazione completamente gestita da Roma. L’allora direttore di Brera Franco Russoli arrivò a chiudere il Museo per protesta per due anni, rifiutando l’idea che si dovesse privilegiare il lato conservativo piuttosto che quello educativo. E’ ovvio che la tutela è importante e che va fatta continuamente, nessuno lo nega, ma il fatto che questo dovesse essere il “sole” intorno a cui girava tutto il sistema museale significava relegare alla marginalità ogni altra logica, mentre invece i musei vanno concepiti come luoghi di divulgazione, di incontro, di dibattito; credo che questo intento sia interno alla riforma Franceschini che certamente include la tutela nella normativa ma introduce e promuove l’idea della valorizzazione, tanto che oggi siamo costretti, noi come direttori, a chiederci: cosa significa valore? E soprattutto valore per chi?

-Lei sarebbe favorevole alla apertura gratuita dei musei?

R: Quando è possibile, si, lo abbiamo fatto, ma non come principio generale.

Lei sa ce c’è chi sostiene possa essere una soluzione per richiamare più visitatori e lei che è anglocanadeese sa anche molto bene che in Inghilterra si entra gratis, alla National, al British …

R: No, attenzione non è mica vero che si entra gratis perché sono istituzioni sostenute e finanziate dallo stato cioè da tutti; quindi se è vero che un cittadino non fa il biglietto al British è altrettanto vero che al British  entrano regolarmente 60 milioni di sterline di finanziamento l’anno dallo stato, come dire che pagano tutti, è un po’ come accade con la BBC finanziata con le tasse della popolazione. Ma per ritornare sul concetto della valorizzazione, che è la chiave della nostra gestione di Brera, vorrei anche sottolineare che ci muoviamo per agevolare in ogni modo le persone svantaggiate e le famiglie. Tanto per farle un esempio abbiamo stipulato convenzioni per fare in modo che le famiglie dei piccoli ricoverati all’ospedale Buzzi o ad altri istituti milanesi possano entrare al museo per godere almeno di qualche momento di sollievo quando è possibile. Questo è un modo concreto per il museo di sostenere la propria comunità e se crescono i visitatori sulla base di questi progetti è un ottimo segnale perché vuol dire che si rafforza l’immagine identitaria del museo stesso; sarei meno soddisfatto se l’incremento dei visitatori fosse effetto di qualche particolare flusso turistico che in quanto tale ha carattere episodico e spesso non lascia tracce.

-Lei dirige anche la Biblioteca Braidense, vale anche in questo caso il punto di vista che ci ha esposto riguardo alla conduzione di Brera?

R: Sicuramente, diciamo pure che personalmente essendo un bibliofilo ho un’attenzione particolare per la Braidense e sottolineo che mai come oggi dobbiamo essere capaci di difendere il libro e la lettura dal digitale; per me Brera e la Braidense sono come due gemelli, due gemelli diversi che sono ben felice di dirigere.

-Direttore ha avuto paura di Bonisoli, della sua riforma, ora congelata?

R: Paura è eccessivo; non ho niente contro Bonisoli come persona, però certo le posso assicurare che avevo pensato di dimettermi dopo aver letto la bozza della sua controriforma: non sarei potuto rimanere in questo posto in quanto la normativa di Bonisoli demoliva completamente la legge Franceschini soprattutto dal punto di vista della autonomia gestionale, mentre questo è un punto determinante per il nostro lavoro perché, sia pur con limiti e cose da rivedere, consente di inserire la gestione del museo nell’ambito del contesto cittadino. I motivi che hanno determinato la controriforma di Bonisoli che ricollocava ogni decisione in capo a Roma forse sono stati di tipo ideologico, in effetti non lo saprei dire … Fatto sta che se fosse arrivata a compimento quella normativa personalmente non sarei potuto rimanere alla testa di Brera, perché non sarei stato il Direttore giusto per gestire un museo dentro un sistema così centralizzato, in quanto le mie competenze non sarebbero state adeguate. Aggiungo poi che il discorso relativo all’autonomia gestionale e finanziaria prevista dalla Franceschini non si può affatto considerare esaurito: ma almeno è iniziato.

Le stavo per chiederle proprio questo, dato che ogni direttore di museo che abbiamo interpellato ci ha fatto notare come sia necessaria un’autonomia più ampia.

R: Non faccio fatica a crederlo, è proprio questo punto che va sviluppato perché riguarda le difficoltà che abbiamo riscontrato tutti, a cominciare dal fatto che lamentiamo carenze di personale, ad esempio, su cui non possiamo intervenire direttamente.

Direttore lei sa bene che in Italia l’accesso ai ruoli dello stato avviene necessariamente per concorso non per chiamata diretta.

R: Certo lo so, ma personalmente non sono d’accordo, non credo che il sistema concorsuale su base nazionale sia adeguato a colmare davvero le carenze di personale competente dentro ad un museo, ma anche in generale nelle attività pubbliche che richiedano capacità e conoscenze specifiche; seppure un funzionario abbia superato il più duro dei concorsi però se finisce a espletare il suo incarico in un contesto inadeguato invece di risolvere un problema se ne crea uno più grande. E’ come se dovendo rappresentare Mozart arrivasse a colmare un vuoto nell’orchestra un suonatore di tiorba, ottimo, vincitore di un duro concorso ma certamente fuori contesto. Ecco perché sono contrario e credo che un giorno si arriverà a ragionare diversamente quando è necessario colmare le lacune che emergono approntando provvedimenti ad hoc.

Franceschini ha firmato col suo omologo francese un provvedimento per lo scambio di opere d’arte che prevede la concessione al Louvre dell‘Uomo vitruviano per la grande mostra parigina in occasione delle manifestazioni per il Centenario leonardesco, mentre arriveranno a Roma due quadri di Raffaello in occasione della mostra alle Scuderie del Quirinale che festeggerà i 500 anni della nascita del grande urbinate; ci sono stati già molte critiche in proposito; lei che ne pensa? E’ favorevole allo scambio di opere d’arte di tanta rilevanza?

R: Si, ma con un certo criterio, perché i capolavori debbono uscire dalle loro sedi solo in circostanze davvero importanti.

Glielo chiedo perché ho notato che la politica seguita da Brera da questo punto di vista mi sembra piuttosto squilibrata, dato che a fronte di una ottantina di opere prestate, se ne sono registrate in entrata solo sette o otto.

R: Allora è il caso di chiarire che ogni prestito, tanto in entrata che in uscita, ha una sua logica; le ottanta opere circa uscite dal museo cui lei fa riferimento sono in realtà per la massima parte uscite dai depositi, e sono molto soddisfatto di questo perché ci ha consentito di renderle pubbliche, di farle conoscere: inoltre ogni volta sono state valorizzate, inserite in un catalogo. Diverso è il discorso sulle opere della collezione permanente  che possiamo pensare di prestare solo se e quando la qualità della esposizione cui vengono destinate ha un richiamo internazionale ed un eccezionale rilievo scientifico, così che le valorizzi ulteriormente, valorizzando anche la stessa Brera. Le faccio un esempio: ci chiedono spesso il prestito della Cena in Emmaus capolavoro di Caravaggio ma per iniziative di incerta caratura per cui ovviamente neghiamo il prestito; al contrario l’abbiamo concesso con piacere per la splendida mostra tenutasi al Museo Jacquemart Andreée “Caravage a Rome” in primo luogo perché abbiamo verificato che il nostro dipinto era indispensabile dal punto di vista sia espositivo che di una adeguata ricostruzione storico artistica, ed inoltre perché la curatela era di assoluto livello. Quando si realizzano queste circostanze il prestito è da prendere in considerazione, anche perché nostro scopo è che Brera sia sullo stesso piano delle altre grandi e prestigiose realtà museali italiane ed europee, perché lo merita mentre ancora sconta un certo sottodimensionamento.

-Lei ha mostrato di essere piuttosto favorevole al rapporto con i privati, considerando che sono entrate nel museo, oltre alla Giuditta già ricordata, altri dipinti di importanti maestri appartenenti a privati, come Hayez; come rientra questo nella sua strategia di valorizzazione del museo tramite la valorizzazione della collezione permanente? Non le sembra in contraddizione?

R: No tutt’altro. Tutte le iniziative che prendiamo sono dentro il percorso che abbiamo intrapreso per ridare Brera alla città e quindi non c’è nulla qui che non risponda a questa strategia. Detto questo, una città si compone anche di privati che amano l’arte, collezionisti, imprenditori, mecenati: come si potrebbe ignorarli o escluderli? D’altra parte non ho mai creduto che si debba innalzare un muro tra pubblico e privato ed anzi sono del parere che il confronto possa essere positivo se gestito bene e possa andare a vantaggio dell’interesse pubblico; quindi inutile rinchiudersi dentro una gabbia di protezione; senza contare che se da un privato mi arriva una richiesta irricevibile – che so? apporre un logo sul muro della Pinacoteca – nulla mi impedisce di dire di no; qualora invece un ministro mi dicesse di prestare ad esempio al Giappone un dipinto di grande importanza che fa parte della collezione permanente e quindi è visibile, avrei molta più difficoltà a negarglielo; questo per dire che a volte il rapporto con il privato è meno pericoloso di quello con una struttura pubblica, perché comunque si può sempre dire di no.

-Rimanendo su questo discorso, lei affitterebbe spazi del museo per iniziative come ad esempio possono essere matrimoni o casi del genere potendo contare su un riscontro economico importante?

R: No, perché iniziative di questo tipo non sosterrebbero in alcun modo la valorizzazione di Brera su cui siamo impegnati; ripeto ancora che il nostro scopo non è aumentare la quantità degli ingressi o delle entrate ricorrendo a qualsiasi iniziativa, non è questo che interessa; abbiamo invece ospitato diverse sfilate di moda ma il caso è completamente diverso; siamo nella città della moda, e un evento del genere dà un segnale positivo di contiguità e vicinanza con la città; la moda e il design sono parte costitutive del tessuto sociale e civile cittadino, sono un brand per Milano e questo dobbiamo tenerlo presente, sarebbe deleterio non farlo, ovviamente facendo in modo che tutto avvenga nella massima sicurezza senza rischio alcuno per le opere; del resto nelle giornate della Milano Fashion Week 2019, la sfilata di Jill Sander ha ottenuto un successo strepitoso, a dimostrazione che occorre inserirsi nel carattere proprio della città di cui Brera fa parte.

Lei è stato recentemente riconfermato dal ministro Franceschini alla testa di questa istituzione; suppongo che intenderà continuare sulla strada che ci ha illustrato.

Fernanda Wittgens e Ettore Modigliani

R: Si, certamente perché adesso posso stare tranquillo. Non avrei potuto dirlo fino a qualche settimana fa quando ero già pronto a dimettermi, poi però tutto è cambiato con il ritorno alla testa del ministero di Franceschini, con il quale mi vedrò prossimamente. Sono certo di poter continuare a portare avanti una strategia condivisa. Certamente i problemi non mancano, come quello cui facevo riferimento e relativo all’autonomia, ma almeno il discorso è avviato e per quanto  mi riguarda posso procedere portando avanti la mia visione del museo come centro di iniziativa sociale e civile oltre che culturale, seguendo il cammino tracciato dai nostri grandi predecessori, Franco Russoli, Fernanda Fernanda Wittgens e Ettore Modigliani.

Ecco ci parli di questi recuperi, per così dire

R: E’ qualcosa cui tengo particolarmente. Recuperare quello spirito, quella visione, farla rivivere nella nostra gestione, questo è il senso di quanto sto cercando di fare; insieme al riallestimento che abbiamo finalmente completato dopo oltre 40 anni, c’era un altro importante progetto da portare avanti, cioè il recupero della lezione di Franco Russoli e Fernanda Wittgens, e lo abbiamo fatto, realizzando 33 pubblicazioni, recuperando tutte le opere di Russoli, commissionando la prima completa biografia della Wittgens, facendo uscire un francobollo rievocativo delle figure di Modigliani e Wittgens; sono veramente soddisfatto di aver fatto riemergere dall’oblio della memoria queste figure che tanto hanno fatto e dato a Brera, ed è stato un lavoro enorme ma fatto con grande impegno e partecipazione perché queste sono le nostre radici, la nostra memoria; io stesso ho voluto intervistare quelli che nel ’43 erano ragazzini e che subirono i bombardamenti di quell’anno: ecco, questo vuol dire ridare Brera alla sua città, farla sentire dai cittadini come fosse una loro parte. E’ strano a dirsi eppure la memoria di personalità di primo piano per questa istituzione e per la città come Russoli, Wittgens, Modigliani si era completamente persa, come cancellata: era perciò necessario farla rivivere perché testimonia quale fosse la vera visione braidense.

Dunque Direttore lei è stato riconfermato e tra poco il ministro dovrà provvedere alla riconferma o meno dei suoi colleghi in scadenza di mandato; c’è però chi sostiene che dovrebbero essere direttori italiani chiamati a dirigere i musei; lo sostenne ad esempio Vittorio Sgarbi in una intervista ad About Art.

R: Eppure, riallacciandomi a quando dicevo poco fa, se non ci fosse stato un direttore anglocanadese, figure della caratura di Franco Russoli e Fernanda Wittgens sarebbero ancora nell’oblio, completamente dimenticate; è strano no? Non si sapeva neppure dove fosse la lapide di Fernanda, che ora abbiamo esposto nel museo. Dunque, non dipende dove è nato il funzionario, quello che conta è se vale, se è competente, se ha una visione delle cose, se ha valore. Ne ho anche parlato con Sgarbi una volta dicendogli che importa se uno sia di Londra, di Pisa o di chissà dove, quello che conta sono i  valori civili e morali che vuole trasmettere. Io sono fiero di aver recuperato la memoria dei grandi predecessori, anche perché sono uno storico e questo è anche il mio compito.

Direttore abbiamo parlato della collezione permanente quasi di sfuggita, eppure certamente è una delle più importanti e prestigiose d’Italia; può dirmi se pensate di ampliarla, se sono alle viste nuove acquisizioni?

R: Certamente è quello che cerchiamo di fare nella consapevolezza però che le nostre disponibilità sono limitate e quindi dobbiamo chiedere il sostegno dello stato che in qualche occasione c’è. Ad esempio abbiamo potuto comprare recentemente un’opera di Carrà grazie al contributo statale; se poi ci sono opere importanti da poter acquisire e per le quali non possiamo impegnare lo stato ci rivolgiamo al sostegno dei privati.

-Ci può dire quindi se ci sono delle nuove acquisizioni in programma.

R: Qualcosa è in vista ma non posso parlarne per ovvi motivi.

Stiamo per concludere questa conversazione Direttore e le chiedo una sorta di bilancio; riguardando indietro, a questi suoi anni di direzione, a quanto è accaduto dal giorno del suo insediamento ad oggi, se dovesse dire quale cosa, quale evento, quale iniziativa le ha dato maggiore soddisfazione personale, cosa indicherebbe; e al contrario, cosa l’ha colpita in modo particolarmente negativo?

R: La cosa positiva è chiara ed è aver trasformato Brera dal punto di vista scientifico, la famosa rivoluzione copernicana cui abbiamo fatto cenno prima, soprattutto grazie al recupero delle sue più importanti memorie grazie alle quali credo di poter dire che abbiamo oggi costituito un modello, al punto che ospitiamo ogni tanto delegazioni che vengono da altre realtà museali a studiare le nostre realizzazioni. Di negativo potrei indicare la delusione per non aver portato a compimento la promessa che feci circa la acquisizione e l’allestimento di Palazzo Citterio, che tra l’altro ci ha fatto ritardare progetti che avevamo già elaborato. Però ora abbiamo davanti il tempo per farlo!

No, però, intendevo proprio sapere se c’è stato un momento, un evento i cui si è sentito particolarmente e personalmente in difficoltà; che so? magari di fronte al rischio di veder deteriorati alcuni capolavori a seguito della infiltrazione di umidità che certamente ricorderà.

R: Certo, ricordo bene cosa accadde allora, però si trattò di un caso particolarmente sfortunato di carenza tecnica che abbiamo brillantemente risolto al punto che ora non ce ne è più la benché minima evidenza. No, se devo citare il momento più difficile per me devo dire che è stato quando lessi la bozza della riforma Bonisoli. Lì entrai veramente in crisi perché io credo fermamente nell’autonomia e quando ho intravisto una minaccia di questa portata ne sono rimasto colpito al punto di pensare a dimettermi; si trattava di un attacco alla mia stessa visione di vita e di lavoro nel museo, una cosa veramente insostenibile che per fortuna riguarda il passato.

Insomma se ho capito bene, quello per cui desidera essere ricordato tra cinquant’anni è aver recuperato memoria e valori dei grandi direttori di Brera del passato, Fernanda Wittgens, Franco Russoli ed Ettore Modigliani, e di aver lavorato in accordo con la loro visione del museo.

R: E’ così, e non mi pare poco!

P d L    Milano   12 ottobre 2019