Banca Etruria: il grande bluff delle consulenze d’oro

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10/12/2015 Arezzo, banca Popolare dell' Etruria

Cosa può spingere un amministratore a ad affidare a grandi studi legali, banche d’affari e società di consulenza, inutili consulenze pagate a peso d’oro? E’ facilmente intuibile: la ricerca di un compratore.

Nel recente filone di indagine aperto dalla Procura della Repubblica di Arezzo, si mette sotto inchiesta l’ultimo periodo di vita della defunta Banca Etruria. In particolare le consulenze affidate a soggetti che in cambio hanno redatto ridondanti relazioni per gran parte copiaincollate dalla rete. Dietro questo inutile lavorio, ci arriviamo per deduzione, si nascondeva la disperata ricerca di un compratore, proprio per evitare il collasso che invece è arrivato per decreto il 22 novembre 2015.

Nessuno ha il coraggio d’affermarlo pubblicamente, ma è scritto nell’ordine delle cose.

Già da almeno 2 anni prima del drammatico finale, Bankitalia scriveva nei suoi memorandum, che era necessario essere assorbiti da un istituto di “elevato stending”. Questa ricerca ad un certo momento deve essere diventata spasmodica. Si è provato di tutto: dai contatti maldestri ed ingenui con faccendieri che millantavano contatti galattici, ai grandi istituti di mediazione bancaria. Dagli studi legali ben introdotti nei salotti dell’alta finanza, alle società di consulenza e mediazione.  Non sapremo mai se fu la stessa banca centrale a consigliare certi avvicinamenti.

In alcuni casi, i signori del grande bluff esigevano di essere pagati anticipatamente (e qui sta il nodo del problema) per un servizio che ancora non era stato reso e per fare questo, si occultava il vero scopo della consulenza in decine di inutili pagine zeppe di altrettante inutili parole: le consulenze d’oro.

In questa drammatica vicenda è difficile non notare una certa ingenuità negli stessi amministratori. Così come è difficile non vedere rappresentato in questa parte del mondo degli affari, uno stormo di avvoltoi pronti a drenare gli ultimi istanti di vita delle loro prede, succhiando le poche risorse rimaste in cambio di contatti che in realtà non sono mai stati tanto inconcludenti: millantando forse, ma possiamo solo immaginarlo, la capacità di influire sulle decisioni altrui.

Enrico Cuccia, l’ultimo grande vecchio che per anni ha retto le sorti della finanza se n’è andato da tempo e chi ha raccolto l’eredità del suo personale salotto, non ha né il carisma, né le capacità di colui che ha reso grande Mediobanca. Le professionalità dimostrate dalla banca sotto la sua guida, le hanno consentito di guadagnare la posizione di guida nel settore dell’investment banking in Italia. Fu lui a dare alla banca il carattere di unica banca d’affari italiana. Fra le prime operazioni ci fu il salvataggio della Montecatini che terminerà con la costituzione della Montedison nel 1966, ma fu anche l’artefice dell’accordo della Fiat con la Libyan Arab Foreign Bank  nel 1977 e l’uscita nel 1986 della finanziaria libica dal capitale del gruppo automobilistico torinese. Così come è stata Mediobanca a curare il trasferimento della SNIA dalla Montedison alla FIAT nel 1980.

La morte di Enrico Cuccia, nel giugno 2000, ha invece fatto acuire le tensioni con i soci bancari per la competizione diretta sugli stessi mercati e per l’ostilità della banca centrale verso la direzione di Mediobanca. Ed infatti poco dopo la fine di Banca Etruria, ovvero nell’ottobre 2017 Pirelli apre le danze ed esce dal patto di sindacato, cedendo il suo 1,79% per 153 milioni di euro. Poco dopo, nel settembre 2018 esce anticipatamente dal patto Italmobiliare, la holding della famiglia Pesenti, svincolando lo 0,98%. Sempre nel settembre 2018 esce anticipatamente dal patto di sindacato anche il finanziere Vincent Bolloré, con il 7,86% (secondo azionista dopo Unicredit). Questi abbandoni hanno fatto decadere l’intero patto parasociale a partire dal 1º gennaio 2019 decretando la fine di una lunga storia durata 60 anni e basata sull’accordo tra i soci maggiori.

Ma tutto questo gli amministratori di Banca Etruria non lo sapevano ancora. Speravano invece di poter trovare in via Filodrammatici una soluzione finale, che non è arrivata. E’ arrivato solo il conto da pagare!

Credo che sbaglieremmo di poco, se attraverso questa ottica, interpretassimo la nomina di Pierluigi Boschi nel CDA.  In quegli anni si è cercato in ogni modo di portare i problemi della banca all’attenzione della politica per cercare una soluzione che non si riusciva ad intravedere: la figlia, astro nascente del nuovo corso renziano, poteva essere immaginata come il grimaldello per forzare i portoni della finanza, che non ne volevano sapere di salvare Banca Etruria.

Posso solo immaginare le pressioni che la ministra ha subito perchè “facesse qualcosa” nei confronti del management di Unicredit. Lo ha fatto in maniera quanto mai blanda, velata e forse un po’ maldestra: “Posso sapere se avete deciso qualcosa con Banca Etruria?” – “Non siamo intereressati!” Questo, piu’ o meno, il racconto di De Bortoli.

Ha pagato politicamente un prezzo altissimo per questa domanda.

Manovre che, è possibile intuire, non sono piaciute alla guida di Bankitalia, che in quei giorni tormentati di novembre, ha fatto presentare il conto allo stesso governo, che ha abboccato mangiando esca, amo e persino il galleggiante! Agnello sacrificale evidentemente Banca Etruria e le sue sorelle nella cattiva sorte.

A fare le spese giudiziarie di quest’ultimo filone di indagine, nuovamente chi si è prestato al ricatto della malagestione che incombeva. Difficilmente si arriverà a toccare i santuari, o presunti tali, della finanza italiana, su cui il giudizio di Beppe Grillo incombe sempre con acuta ironia: “finanzieri con le pezze al culo”…