L’Arezzo di Bruce Springsteen

0

Questa settimana Bruce Springsteen compirà settant’anni, e questa in fondo non è una notizia. Ma è forse l’occasione per ricordare cosa hanno rappresentato per noi ragazzi, ormai cresciuti, la sua carriera e le sue canzoni, l’epopea di un artista che sia di là dall’Atlantico, ma anche qui, dalle nostre parti, si è ritagliato un porto definitivo nell’Olimpo della musica. Per molti tutto è iniziato in quel giugno del 1988 quando finalmente il nostro idolo decise di sbarcare in Italia dopo il fastoso ed unico concerto di San Siro del 1985 in cui il tour, seguito al successo planetario di Born in the USA, era approdato finalmente in Italia e avrebbe decretato per sempre che il nostro paese sarebbe diventato in futuro la sua patria d’adozione. Prima di allora solo pochi fortunati avevano avuto l’ardire di vedere il Boss dal vivo, in quella trasferta avventurosa e indimenticabile che li aveva portati a Zurigo nell’aprile del 1981 per il primo concerto accessibile a noi italiani.

Per molti Springsteen apparve, almeno in quei primi anni, come il solito americano tutto carattere e arroganza che gridava al mondo che lui era nato in America, paese inimitabile ed irrangiungibile, patria di un popolo che credeva di essere il popolo eletto. Una sorta di Rambo della canzone. Nessuno si era immaginato che quello di Springsteen era tutt’altro che un inno alla forza reaganiana di una America sprezzante e sola al comando, ma bensì il grido di dolore di un popolo che aveva perso il proprio sogno e faticava a trovare una via d’uscita dopo l’incubo e la tragedia di una guerra, in Vietnam, che aveva distrutto definitivamente una intera generazione. In quegli anni, la scrittrice Fernanda Pivano scriveva che nella guerra in indocina l’America aveva avuto il solo risultato di uccidere migliaia di ragazzi, riuscendo a distruggere per sempre l’illusione di invincibilità di un intero paese. Forse nessuno ricorderà, a proposito dell’immenso successo dell’album “Born in the USA”, che lo stesso Springsteen confesserà molti anni dopo che durante l’interinabile tour del 1984-85 sprofondò in una crudele depressione che lo portò a pensare addirittura di farla finita, schiacciato e sopraffatto da un successo inaspettato e ingestibile.

La mia generazione è cresciuta con la musica anglosassone, complessa e perfezionista, che aveva avuto nei Pink Floyd, nei Genesis e in David Bowie i suoi incontrastati punti di riferimento. Ma poi arrivò lui, sempliciotto e bruttarello del New Jersey, introverso e malinconico, figlio di una certa Adele Zirilli che tradiva inevitabilmente le proprie origini italiane. Lui era qualcosa di diverso, pura passione e divertimento, con i suoi leggendari e interminabili concerti che duravano oltre 4 ore e che ormai più nessuno al mondo si azzardava neppure a pianificare o a pensare. Gli unici che duravano così tanto, a quei tempi, erano i Grateful Dead, ma erano però troppo legati alla cultura della generazione precedente, alla west Coast americana, cresciuta con Woodstock e nei viaggi psichedelici e che mai riuscirono ad approdare dalla nostre parti.  Springsteen era semplice, immediato, addirittura banale. Una volta Sting, probabilmente prima di diventare amico del nostro idolo, commentò con un pizzico di arroganza e disprezzo che i testi di Springsteen parlavano solo di auto e di corse in auto. Ma lui era aristocratico, non era il solito americano tutto attributi e niente testa. Inizio così in quell’estate afosa e infuocata il vero successo italiano di Springsteen coi concerti di Torino e le due date, 15 e 16 giugno 1988, a Roma allo stadio Flaminio. Per noi aretini arrivò dunque il riscatto, la nostra occasione per assistere a quell’evento. Qualcuno ricorderà le file davanti al negozio Vieri in Corso Italia per accaparrarsi i tagliandi del concerto, prezioni, introvabili, imperdibili. A quei tempi si faceva così. Si stava in fila per ore e si aspettava pazientemente il proprio turno. Niente internet, niente mezzi rapidi e tecnologici per riuscire ad accaparrarsi il sogno. Il Vieri diverrà per tanti anni la nostra speranza e il nostro incubo. Poi si partiva, all’alba o addirittura la sera prima, per riuscire ad attivare al luogo del concerto per primi. Dovevamo essere davanti al palco, davanti a tutti, ad una distanza che potesse consertirci di vederlo distintamente, di toccarlo e di urlargli in faccia la nostra gioia. Oltre 12 ore di attesa, sotto il sole, insieme a tanti aretini, veraci, chiacchieroni e che contribuivano a rallegrare quelle ore interminabili. Ricordo ancora il mio primo concerto, quel 16 giugno 1988, in cui i vecchi fans in fila insieme a noi, già storcevano il naso sostenendo che Springsteen non era più quello di un tempo. Ormai cantava di amore e il suo nuovo album “Tunnel of Love” non poteva certo competere con i precedenti capolavori, “Born to Run” e “The Darkeness of the edge of town” della fine degli anni settanta. Vuoi mettere gridare al mondo di essere dei vagabondi nati per correre rispetto a stucchevoli sviolinate di un cuore infranto. Ma il concerto risolveva tutti i dubbi. Le ore di attesa, la fatica, la stanchezza di tutte quelle ore in piedi, in mezzo ad una calca disordinata e immensa, venivano dimenticate in pochi attimi. Restavamo noi, davanti al nostro idolo, a gridare, cantare, saltare e a credere nel profondo dei nostri cuori che quella era la terra promessa.

Chi ha amato Springsteen ha continuato a seguirlo, a comprare i sui dischi a ricercare le registrazioni rare ed introvabili. A quei tempi esistevano i bootleg, i dischi pirata, registrazioni più o meno arruffate dei suoi concerti e che nulla avevano da invidiare con i dischi ufficiali. Della loro esistenza e della loro incredibile diffusione, lo stesso Springsteen non se ne lagnava mai, anzi. L’unico suo desiderio era che non venissero distribuite registrazioni di studio che lui aveva scartato perché non degne di essere destinate al suo amato pubblico. Conosco persone, anche ad Arezzo, che hanno visto Springsteen in oltre 100 concerti. Lo hanno seguito in lungo e in largo per il mondo. Mi raccontava una mia vicina di casa, fans assidua e immancabile dei concerti di Springsteen, che ormai è diventata amica del personale di supporto, dei tecnici audio e di molte delle persone che lavorano dietro le quinte per assicurare la riuscita di ogni spettacolo.

Molti diranno che ognuno ha avuto il suo idolo di gioventù. Che noi vecchierelli di mezza età critichiamo la gioventù allo stesso modo di come venivamo criticati e derisi ai nostri tempi. Probabilmente è tutto vero. I primi 45 giri che acquistai nel 1980 furono “Don’t stand so close to me” dei Police e “Tunnel of love” dei Dire Straits, ma ricordo che molti miei amici, in seconda media, avevano da ridire sui miei gusti un po’ troppo ordinari e faciloni, che nulla avevano a che fare con un certo “Dark side of the moon” dei Pink Floyd, album passato alla storia per essere rimasto nella classifica americana degli album più venduti per 741 settimane, dal 1973 al 1988.  Ascolta qualcosa di serio, mi invitavano, porgendomi con baldanza un disco dalla copertina tutta nera di una band australiana, tali ACDC. Eppure le mie compagne di classe del sesso nobile, si dividevano fra chi amava alla follia Michel Bosè oppure Pupo. Cose da non credere.

Forse quello che differenzia noi cinquantenni dalle giovani leve odierne, tutti smart phone e rapper italiani che si direbbero di consistenza e durata effimera, è che noi abbiamo assistito agli anni d’oro della musica. Noi abbiamo avuto il meglio, qualcosa di irripetibile che, come Bruce Springsteen, ancora calcano le scene con successo immutato anche alla soglia dei settant’anni. Abbiamo avuto Mick Jagger e Bob Dylan, per quanto già vecchierelli ai nostri tempi, ma sono ancora li. Immutati, indistruttibili, irripetibili. Nessuno li ha spostati di un centimetro dal loro palco e nessuno riuscirà a farli stare a casa fino all’ultimo loro respiro.

Continuerò a pensare a quella notte del 16 giugno 1988, allo stadio Flaminio di Roma, insieme ai miei amici, tutti giunti da Arezzo di prima mattina e tornati in nottata a casa certi di aver assistito a qualcosa di indelebile. Dunque, buon compleanno Bruce Springsteen e chissà,  come dice il nostro egregio Sindaco, se avremo un giorno un suo concerto nella nostra Arezzo. Basterà solo decidere se si tratterà di svago o di cultura!

Paolo Tagliaferri