Banca Etruria: 300 milioni avrebbero fatto la differenza tra sopravvivere o morire?

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Processo Etruria: ”A quanto ammonta il deficit della società in liquidazione?” Santoni: «A circa 300 milioni».

Questa in soldi spicci, dovrebbe essere la differenza tra l’attivo e il passivo della liquidazione di Banca Etruria? Questa la cifra che sarebbe stata sufficiente per salvare Banca Etruria e che alla fine della fiera, ha permesso di vendere tutto il resto all’iperbolica cifra di 1 euro?

Peraltro una cifra che nasce da una ormai molto discussa sottovalutazione dei crediti a sofferenza, i primi venduti 4 giorni prima del default dallo stesso Santoni a società di Fonspa su cui si sono articolate tutte le valutazioni successive e giudicate una “svendita” dalla stessa BCE, per la gran gioia di coloro che li hanno acquistati.

Chissà se qualcuno farà in udienza qualche domanda sul tema.

Che una bella fetta di questa sofferenza sarebbe stata evitabile solo grazie ad una oculata gestione, è argomento del processo in corso. Già nel 2012 questa testata scriveva che era inammissibile che fossero gli stessi componenti del CDA a generare le perdite piu’ considerevoli, in un palese ed insostenibile conflitto di interessi.

Il combinato disposto di un CDA con troppi “mariuoli” (poi analizzeremo le singole posizioni) unito ad una sorveglianza allarmata dalla situazione, ma in definitiva incapace di porvi rimedio, anzi intenzionata solo a mettere sulla graticola i mariuoli stessi, si è trasformata nella pentola a pressione che tutti conosciamo.

Le dimissioni del presidente Fornarsari, con la semplice avanzata di un grado di tutta la retroguardia (che in parte già si sapeva collusa con la malagestione) fu considerata un insulto da Bankitalia.

Molti tra gli osservatori della vicenda, alla nomina di Rosi presidente e corte dei miracoli al seguito, avvertirono che si sarebbero preparati tempi nerissimi; eccetto il CDA che probabilmente ormai aveva perso il contatto col mondo reale, richiuso nella sua torre d’avorio. La vigilanza chiedeva con forza per sostenere la banca, una nomina di grande peso e garanzia, in discontinuità con la vecchia gestione. Il CDA rispose con la nomina a presidente del vice: fu l’inizio della fine!

Il colpo successivo arrivò con la trattativa “farsa” con Zonin (a cui solo Bankitalia dava credito, forse inconsapevole che anche la BPV aveva un piede nella fossa) e che non poteva che finire in commedia.

Infine il colpo finale: il successivo bilancio, mandato surrettiziamente in perdita per volontà della vigilanza grazie ad accantonamenti faraonici e che provocò l’ingresso, anzi l’irruzione nel bel mezzo del CDA, della cavalleria agli ordini di Santoni.

Il governo Renzi, assolutamente e colpevolmente all’oscuro (ma il MEF a che serve? Di cosa avrebbe dovuto occuparsi se non di questo?) di quale fosse la reale situazione, decise di avallare le scelte frettolosamente raffazzonate da una banca centrale che temeva l’entrata in vigore di un “bail in” che non ha mai funzionato, senza peraltro sapere nemmeno con chiarezza cosa avrebbe comportato.

Si temeva evidentemente, in via Nazionale, la Vestager piu’ del terremoto economico e politico che certe scelte avrebbero (ed hanno) provocato. Anche se – ma questa è solo una ipotesi suggestiva – sul terremoto politico, forse… qualcuno ci sperava. La sensazione finale è che l’infernale macchina messa in moto, alla fine sia sfuggita un po’ di mano!

D’altra parte, se il governo fosse intervenuto per salvare la banca, uno stuolo di nani si sarebbe alzato per gridare al furto ai danni dell’erario. Oggi i medesimi nani, hanno stanziato miliardi per coprire i danni provocati da quella improvvida scelta. Un corto circuito elettoralistico a spese dei contribuenti!

E’ la storia drammatica della risoluzione, nella domenica più lunga di Banca Etruria, il 22 novembre 2015.

Ebbene… non è proprio così: i 300 milioni citati da Santoni non rappresentano affatto il buco della banca, ma il buco che resta dopo l’ìntervento del FITD. Ma la domanda era posta immagino per “captatio malevolentiae”. Per aumentare cioè il carico di responsabilità sulla fraudolenza degli imputati .

Che non bisognasse assolutamente lasciarla nelle mani della vecchia gestione è l’unica cosa certa. Ciò che sta accadendo in MPS però (in proporzioni nemmeno paragonabili) mi ha convinto che il metodo che stanno utilizzando i liberisti USA dopo Leman sia quello giusto.

Il FITD ha reso noto (a marzo scorso) che il costo della risoluzione delle 4 banche è stato di 4 miliardi attraverso il Fondo di risoluzione, mentre gli interventi che erano già stati programmati dal Fitd stesso per salvarle (bocciato – o almeno così ci raccontarono – dalla Vestager), erano di circa 2 miliardi: 300 milioni per Carife, 1,2 miliardi per Banca Marche, 426 milioni per Etruria più un sostegno minore per Chieti. C’è stato quindi un divario di 2 miliardi aggiuntivi che le banche italiane hanno speso per far fronte ai maggiori oneri delle risoluzioni. I 300 milioni di Santoni sono da interpretare bene, ma di soldi dalla finestra ne abbiamo buttati tanti lo stesso. Quello che a Bankitalia e a Padoan è mancato, è stato il coraggio di sfidare la commissaria, che poi (col senno di poi) avrebbe perso davanti alla Corte di Giustizia.

Anche il vicepresidente Valdis Dombrovskis nell’immediatezza della sentenza, addossò le colpe a Palazzo Koch: “Deve essere chiarito che noi siamo sempre stati aperti all’intervento dei fondi di tutela dei depositi (Dgs) su base volontaria, come è successo per Tercas e Carige. Le quattro banche, poi risolte, sono state messe in risoluzione dopo una decisione di Bankitalia ma i depositi sono stati sempre protetti”.

Secondo il vicepresidente della Commissione Ue, l’intervento del Fitd è stato impedito da Banca d’Italia. Un intervento che, va ricordato, avrebbe evitato la risoluzione dei quattro istituti, con conseguente azzeramento di 120 mila azionisti, ma soprattutto di 12 mila obbligazionisti subordinati.

Il direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini triplica la dose (in un primo momento però sembravano proni alla tesi iniziale), “i maggiori oneri derivanti dall’impossibilità di utilizzare il fondo hanno comportato un esborso a carico delle altre banche di circa 12 miliardi di euro”.

Dombrovskis, addossa tutte le responsabilità di quelle scelte a Banca d’Italia. Se a fine marzo Vestager aveva detto che “quella che ha fatto scattare la risoluzione delle quattro banche, tra cui Etruria, è stata una decisione di Bankitalia”, il vice presidente nega che la decisione Ue su Tercas, abbia generato la “catena di eventi” che ha portato alla risoluzione delle quattro banche nel novembre 2015. Forse ci saranno stati dei problemi di comunicazione? Difficoltà di traduzione? Linguaggi interpretabili e assenza di chiarezza? Mancanza della volontà di alzare un telefono e parlarsi con franchezza? Chi lo sa…

La vulgata prevalente sulla stampa italiana (Sole 24 Ore in testa) ha subito preso le difese di Bankitalia, attribuendo la responsabilità dell’accaduto a Bruxelles.

Resta il fatto che Bankitalia non riuscì ad incidere efficacemente in quei difficili mesi della trattativa con la UE, mancando completamente nella capacità di fornire alla parte politica gli adeguati strumenti per ribaltare l’assurda convinzione della Vestager, che invece il Tribunale UE ha sconfessato con argomenti inequivocabili.

E’ stata pure avanzata la tesi che quelle banche erano ormai decotte e sarebbero crollate comunque, anche con l’intervento del FITD. Nessuno può saperlo. Si può però affermare invece che tenere sulla graticola una banca, per qualche mese (o anno), come è stato fatto con le 4 banche, con MPS o anche Carige, determina il rapido deterioramento del conto economico a causa della fuga dei depositanti, del conseguente calo dei ricavi e, in presenza di costi difficilmente comprimibili, del crollo dei margini. Si distrugge il bene più importante (non) iscritto all’attivo di una banca: la fiducia.

Ma questa ormai è una vicenda consegnata alla storia. Ciò che deve essere scritto è ancora il processo agli artefici di quegli eventi. Anche se molti responsabili non saranno mai processati. Il commissario di Bankitalia Santoni, come sempre quando si affronta un processo per bancarotta fraudolenta, divide le sofferenze: quelle derivanti da errori di valutazione e quelle che scaturiscono dalla volontà di appropriarsi dei beni della banca, magari per coprire voragini aperte altrove.

Tra le prime ci sono: lo Yacht di Civitavecchia, 25 milioni in fumo, la San Carlo Borromeo del guru Armando Verdiglione, il prestito a Vincenzo Consorte, con i soldi andati anche a Pierino Isoldi e alla Hevea.

Tra le seconde invece la maggiore sofferenza di Banca Etruria: quella al cementificio Sacci dell’ex consigliere Augusto Federici, con 49 milioni mai rientrati su 52, la High Facing del vicepresidente Giorgio Guerrini e la Città Sant’Angelo dell’ultimo presidente Lorenzo Rosi.

Sono 198 le posizioni di fido aperte in conflitto di interessi, per un totale di 180 milioni deliberati e 140 erogati, 80 dei quali mai rientrati.

Attendiamo giustizia, anche se ormai il danno non si potrà piu’ recuperare.

Paolo Casalini