Provocazioni sulla Giostra del Saracino e altri eventi: siano di tutta la città

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A qualche giorno dalla 139ª Giostra provo ad aprire una discussione sul futuro della Giostra e altro: non soltanto perché divengano assets della città, ma anche per immaginare un diverso modo di programmare e gestire eventi / attività che stanno a cuore all’intera città e che ne utilizzano le risorse.

5.000 spettatori, circa € 120.000 d’incasso, tutto a posto per qualcuno; per me l’occasione per provocare i lettori perché credo che anche la Giostra possa veramente crescere e non ciondolare come accade attualmente.

Una competizione coinvolgente rovinata dal comportamento antisportivo (meglio, anti-cavalleresco) di troppi: va bene così -come mi ha obiettato un autorevole referente dell’ambiente- oppure non va abbastanza bene -come io giudico l’evoluzione della manifestazione?

Molte volte ho sentito dire che la Giostra -insieme a Fiera antiquaria e Fiera dell’oro- rappresenta uno dei principali appuntamenti della nostra città:  mi auspico tuttavia che tutti si siano resi conto che la sfilata organizzata in Piazza Grande dal negozio Sugar ha avuto ricaduta mediatica di gran lunga superiore alle giostre degli ultimi 10 anni messe insieme. Sul futuro degli altri 2 eventi stendo un velo pietoso.

Perché la Giostra -per me- è ferma al “vorrei ma non posso”. Ho suscitato un vespaio (épater le bourgeois) stigmatizzando la scelta dell’amministrazione di far realizzare la lancia d’oro ad artisti che -nella mia opinione- non hanno saputo rendere lo spirito della Giostra e della città; ho chiesto se va bene che la Giostra di Arezzo intraprenda un percorso simile al Palio di Siena. Non per me.

Infatti la lancia d’oro deve evidenziare personaggi o eventi della nostra storia, mantenendo continuità “tranquilla” essendo destinata ad essere un numero nell’albo d’oro dei quartieri (quella di Paladino sarà la 39° di S Spirito, i miei complimenti anche per aver ceduto il trofeo della provaccia), non ha ragione d’essere portata in pegno in banca come accade -pare- per i drappi del Palio di Siena. A Siena -per quanto so- il Palio si vince grazie al cavallo (estratto a sorteggio), al fantino (sotto contratto come quelli della Giostra), ai soldi sonanti con i quali si compra la disponibilità e l’aiuto di altre contrade.

Ad Arezzo vince il fantino insieme al suo compagno, è competizione individuale e non gara con 10 contendenti insieme.

Ho troppo rispetto dei contradaioli e della manifestazione che ne permea l’intera vita per andare a scimmiottare tradizioni paliesche, evento che ha raggiunto stabilità da qualche centinaio d’anni; che ha ogni diritto di essere chiamato rievocazione storica mentre per definire tale la Giostra di Arezzo (ricordo, recuperata nel 1931 dal fascismo a seguito del fortuito ritrovamento di qualche documento da parte di un giornalista che cercava una ricetta) finiamo per dimenticare che essa è sì inserita nell’albo delle rievocazioni storiche toscane, ma insieme al Sarapino (imitando ironicamente la celebre ” Giostra del Saracino” – cito dal sito del comune Civitella della Chiana- pare essere attivo dagli anni ’50 ove il cavallo è sostituito da Ape Piaggio).

Tradizione giostresca così poco radicata nell’aretino che tutti se n’erano dimenticati: tradizione storica che non si dà pena nell’utilizzare fari elettrici (per l’edizione notturna), fotocellule per misurare la velocità della corsa, presenza femminile nella giuria e nella magistratura (non siamo giunti alla parità di genere oggi, figuriamoci centinaia di anni fa), l’antidoping, dove la gara di giugno vanta modeste 30 (circa) edizioni.

E parto proprio dalla grande presenza di ragazze nel popolo dei quartieri e fra coloro che assistono per chiedere: vogliamo continuare a tenerle fuori della piazza? Vengano ammesse tra i figuranti!

Vogliamo assistere alle intemperanze dei quartieristi o alla percezione di qualche cavaliere di aver subito un danno? Mettiamo la VAR, ci sono persone che si dedicano per mesi a questa manifestazione, quartieri che stanziano cifre importanti per il loro bilancio, non è possibile accettare che qualcuno pensi che Piazza Grande sia la curva di uno stadio o subire l’impossibilità di verificare e sanzionare comportamenti scorretti o antisportivi.

Perché se vogliamo che la Giostra cresca ad attrarre un pubblico anche di forestieri dobbiamo mettere in risalto l’aspetto scenografico, anche modificandolo, e quello della competizione: i battibecchi sono incomprensibili ai non addetti ai lavori e rappresentano un ostacolo alla notorietà.

I tempi della Giostra, dove la competizione si perfeziona in pochi minuti, sono adeguati? Potrebbe essere giusto correre più carriere o ridurre tempi della coreografia dando contemporaneamente maggior rilievo, durata e suspense alla competizione?

Offrire maggiore sicurezza a uomini e cavalli anche modificando il posizionamento dei figuranti è richiesta amena?

Nell’ultima Giostra ad un certo punto ho visto sulla lizza una dozzina di vigili urbani, due carabinieri in tenuta antisommossa, un aretino (estraneo alle forze dell’ordine): tutti  vestiti come tali, oltre altri “casual“: è tradizionale sia l’intervento delle forze dell’ordine che la presenza di “turisti” sulla lizza? Son finiti i “lucchi”?

Potrebbero comitati o gruppi ristretti rielaborare il concetto stesso di Saracino oltre a regolamenti e norme tecniche; anche nei quartieri dove per estrazione a rotazione tutti i consiglieri potrebbero vestire i panni del rettore. E a far sì che i quartieri non debbano sostenersi con le cene propiziatorie (che disagio arrecano ai residenti oltre che preoccupare per l’uso improprio degli alcolici -a proposito, complimenti al Felici), ma riescano a produrre continuità di momenti sociali contando su maggior sostegno economico da parte del Comune? Perchè il coinvolgimento dei senesi vorrei copiarlo!

Vogliamo ritenere questa manifestazione una operazione culturale o intrattenimento? Di sicuro il mio punto di vista è diverso da quello del sindaco Ghinelli, non capisco come mai non sia affidata alle sole cure della Fondazione turismo (che ci azzecca la Fondazione cultura?), esistendo comunque un assessorato alla Giostra per tutto il resto.

È questa riflessione che porta a un punto già da me sollecitato in passato: certe iniziative o eventi devono svilupparsi in collegialità e non per il sentire del singolo amministratore. Qualche anno fa spendevamo su icastica, adesso sul raro festival: domani spenderemo sulla arte circense?

Arezzo è cittadina da 100.000 abitanti: è così difficile mettersi d’accordo e costruire un percorso condiviso a prescindere dall’orientamento politico di una amministrazione?

In tutto il mondo, colui che noi chiamiamo Guido Monaco viene chiamato Guido d’Arezzo: il prestigio che deriva alla nostra città sia messo a frutto, ancora di più con continuità e senza avere il proprio metro di giudizio su cosa è in e cosa è out.

Potremmo ottenere che l’archivio Vasari vada a costituire punto d’attrazione per i turisti invece che essere chiuso in una stanza? Per non parlare di Chimera e Minerva.

E riusciremo a sottrarre le manifestazioni aretine a coloro che ne fanno uso politico, trampolino per le istituzioni locali?