Il commercio, ad Arezzo e oltre. Negozio di vicinato versus la Rete.

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Hanno aperto ad Arezzo in questi giorni 5 botteghe nella zona di Saione (via Piave, Arno, Montegrappa) come parte dell’iniziativa “wake up” sostenuta dalla Regione Toscana a finanziare alcuni mesi di avvio attività in zone che vengano ritenute bisognose di avere nuova linfa commerciale. La Confcommercio locale ha dato molto risalto alla applicazione aretina di questo sostegno, ritenendo Saione particolarmente sofferente. A me pare sbilanciata la ripartizione di iniziative fra centro e fuori, ma se i commercianti son contenti così non dovrei farne un caso. Salvo che poi si incentivi singoli o piccoli gruppi con denari pubblici.
Non credo molto agli incentivi ad personam, mi farebbe molto più piacere vedere una reale semplificazione per tutte le attività imprenditoriali.
Ma naturalmente faccio i miei migliori auguri alle aperture, siano nuove attività o trasferimenti, obiettivo di questa riflessione sono le difficoltà del commercio nell’epoca di Amazon.
Il negozio di vicinato è una ricchezza: socialità, esperienza, presenza. Anche altri sono i benefici, ma vengono -a giudicare dall’andamento del settore del commercio tradizionale- sacrificati dalla ampiezza della proposta, ai prezzi più bassi, dalla disponibilità a qualunque ora, dalle protezioni verso il consumatore, dalla facilità della consegna e così proseguendo, della Rete.
Quindi tanti commercianti vengono schiacciati da una invisibile concorrenza e dal molto palpabile peso amministrativo. Con il risultato che le botteghe chiudono e le strade si spopolano.
Non ho risposta per uscire dal dilemma che i tempi moderni ci pongono, come consumatore per più di un motivo opero principalmente tramite internet, ma avendo avuto bottega nella notte dei tempi mi sento un pò colpevole. Tuttavia evito -anche qui anche per altri motivi- di andare per negozi a valutare qualità o taglia o caratteristiche di un prodotto per poi alla chetichella fare l’acquisto telematico.
Sulla stampa nazionale arriva notizia che un negozio di Modena ha esposto cartello che recita grosso modo “vuoi provare le scarpe? Costa € 10”.
Scandalo, una associazione dei consumatori ha stigmatizzato questa scelta del commerciante lamentando anche come il cartello non specificasse se questa norma si applicava a tutti (?!); diversa la posizione di associazione di categoria locale che rimanda a dialettica fra esercente e cliente.
Io credo che il commerciante abbia tutte le ragioni di fare una scelta di questo tipo: sarà lui a valutare se chi vuole provare le scarpe lo fa perché indeciso oppure per scegliere il numero da ordinare ad Amazon. E saranno i suoi clienti (ossia il famoso mercato e la sua legge domanda e offerta) a decidere: nella mia visione di destra, la visione marxista di quella associazione di consumatori fa ridere i polli.
Perché poi quando il negozio di vicinato chiude saranno proprio i membri di quella associazione di consumatori a lamentarsi che quella strada è diventata buia.
Mi viene da pensare agli utili mostruosi di aziende come Amazon, ottenuti strizzando piccoli produttori e distributori. Alle deformazioni della catena distributiva che toglie a taluni per dare a altri, RobinHood alla rovescia. Qui, da marxista di destra, dico che le tasse devono essere pagate dai giganti del web, non soffrirebbero che di qualche % in più, neanche se ne accorgerebbero. Operazione di giustizia sociale da applicare anche a numerose multinazionali con sede in nazioni con fiscalità di favore.

PS. a proposito di commercianti: applaudo -non ero presente, ma non dubito che il risultato sia raggiunto- alla iniziativa in Piazza Grande del negozio Sugar; si sarà pure fatto pubblicità (la famosa anima del commercio..), ma aver coinvolto e dato visibilità ad una attività meritevole che quella a fianco di donne in battaglia col fottutissimo cancro mi spinge all’applauso. Anche la città ne trae giovamento, più che dai mercatini del cibo. Sorvolo sul comportamento di alcuni miei concittadini e spero che i contributi siano stati adeguati….