Crac di Banca Etruria: quando i nodi vennero al pettine

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AREZZO BANCA ETRURIA SEDE STORICA

Il gup di Arezzo Giampiero Borraccia, nelle motivazioni della sentenza di condanna, descrive l’istituto come guidato da un comitato di potere, ma non riesce sostanzialmente a spiegare perché una società privata potesse essere gestita come se si trattasse di un ente pubblico, con le medesime liturgie e gli stessi difetti.

E allora diciamolo finalmente: perché il sistema capitario (una testa, un voto) a questo conduce.

Se chi ha governato una società privata, anzi una banca privata, fosse stato chiamato a gestire prima di tutto soldi suoi, a difendere il suo investimento (e magari per questo soggetto anche a scalate azionarie) secondo il principio che prima di tutto comanda chi mette “del suo”, ci sarebbe stato meno spazio per i finanziamenti allegri. Di folli che dilapidano patrimoni personali se ne trovano ugualmente, ma certo sono situazione piu’ rare e comunque almeno la soddisfazione di sapere che chi è causa del suo mal…

Nel momento in cui si può governare una banca possedendo anche una sola azione, con pochi spiccioli di capitale, ecco che si formano i comitati di potere, prima di tutto per perpetuare se stessi, alla ricerca di consenso tra le truppe “cammellate” chiamate ad esprimere il loro voto in sede di assemblea dei soci.

Se il governo Renzi non ha saputo difendere BE da se stessa, ha avuto il coraggio di mettere mano a queste viscide situazioni di cancrena, trasformando (per legge) le cooperative ormai divenute holding finanziarie fuori controllo, in società per azioni quotate, dopo anni e anni in cui governi di destra e di sinistra ci stavano provando inutilmente e con l’opposizione principale e agguerrita della Lega che al Nord in questi comitati ci ha sempre “sguazzato” e che per questo aveva sempre bloccato la riforma nei cassetti delle commissioni. Una legge che Berlusconi voleva e che era pronta da almeno undici anni. Basta leggere gli interventi di opposizione in aula. Undici anni che avrebbero potuto cambiare il corso della storia del nostro sistema bancario, cominciando da Pop. Vicenza.

Scrive il gup che questo comitato “riusciva a indirizzare le riunioni del cda, piaceri e finanziamenti agli amici degli amici, una ragnatela di potere che arrivava fin dentro le segrete stanze dei cardinali in Vaticano, mediazioni improprie di antichi compagni di partito democristiani, che rendevano possibili prestiti tutt’altro che cristallini, legami personali che scavalcavano le strutture dell’istituto nella concessione dei finanziamenti e un “trio” informale, composto di presidente, vicepresidente e direttore generale che avrebbe di fatto governato Banca Etruria, esautorando appunto il consiglio d’amministrazione”.

Nelle motivazioni della sentenza con cui lo scorso 31 gennaio ha condannato a cinque anni in rito abbreviato l’ex presidente Giuseppe Fornasari e l’ex direttore generale Luca Bronchi si legge: «Tale modalità risulta chiaramente dalla seconda relazione ispettiva della Banca d’Italia…che tale comitato ristretto riuscisse a indirizzare le riunioni del cda lo si desume dalla funzione apicale dei loro componenti (Fornasari, i due vice Giovanni Inghirami e Giorgio Guerini più il Dg Bronchi, ndr) e dal fatto che essi avevano in anticipo cognizione degli atti a supporto delle pratiche di finanziamento».

Chi conosce la storia della nostra ex banca, sa anche che da molto tempo le cose funzionavano così. Chi occupava il potere lo faceva in forza della ragnatela che si stendeva dalle stanze dei bottoni della politica nazionale, ai potentati locali, senza alcun riferimento particolare alla posizione ideologica, giocando sul filo di un equilibrio finanziario che prima di tutto doveva servire a mantenersi in sella.

L’equilibrio si è rotto quando la crisi del sistema ha investito come un’onda di marea anche le banche locali, facendo impennare le crisi, aumentando le insolvenze e mettendo a rischio il patrimonio stesso degli istituti.

Se giuridicamente i responsabili di tutto questo sono stati parzialmente individuati (e no, mi dispiace per i manettari, ma i Boschi non appartengono a questa categoria), solo la storia, quando sarà scevra dalla passione ideologica e dal tifo da stadio che la sostiene obnubilando le menti, potrà raccontarci infine la triste evoluzione della nostra banca e di coloro che lentamente ma inesorabilmente, la condussero in fondo al precipizio.