Entrano in vigore le norme Bonisoli; una “controriforma” utile forse per “ficcare il primo dito grillino nell’occhio di Zingaretti” ?

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Considerato il super attivismo del ministro Alberto Bonisoli, c’è da credere che non si riferisse a lui il leader della Lega Salvini, allorquando nell’afosa giornata dell’8 di agosto ha voluto stracciare il cosiddetto “Contratto” con i 5 Stelle perché, a suo dire, il Governo era impantanato dai No che non producevano più alcuna attività. Non ci interessa, almeno in questa sede, parlare di quanto imbarazzante sia quello che è accaduto e sta ancora accadendo da questo punto di vista, dal momento che lo spettacolo è sotto gli occhi di tutti.

Quello che ci interessa sottolineare invece è il fatto che il ministro dei Beni Culturali per l’appunto sia stato tutt’altro che inattivo, tanto è vero che nel giro di pochi giorni tra un decreto e l’altro ha di fatto affossato l’intero impianto della Legge Franceschini. A questa legge, alle sue problematicità e alle sue carenze, a come in ogni caso avesse aperto una pagina nuova, per quanto emendabile e migliorabile, nel settore della gestione dei Beni Culturali, sono stati dedicati dagli organi di stampa commenti, articoli, interviste a prestigiosi ex Soprintendenti, a importanti uomini di cultura e ad alcuni tra i più impegnati ed attenti Direttori di Musei entrati in carica grazie ad essa. Tutti  chi per un verso chi per l’altro ne lamentavano la mancanza di una effettiva autonomia gestionale e finanziaria e sollecitavano l’urgenza di un programma di vera sburocratizzazione che permettesse ai nuovi e vecchi dirigenti di promuovere iniziative che consentissero loro di ovviare alla mancanza di personale e alle numerose altre incombenze strutturali cui si trovavano quotidianamente di fronte.

Con le norme Bonisoli, entrate definitivamente in vigore il 22 agosto scorso (15 giorni dopo la pubblicazione in G.U. avvenuta lo scorso 7 agosto), accade invece esattamente il contrario ed al posto di una maggiore autonomia si passa ora ad una logica dirigistica che rischia di rimandare le cose indietro di decine di anni. Tutto ciò evidentemente con un unico scopo: smantellare la Riforma Franceschini, con provvedimenti che aboliscono l’autonomia amministrativa dei cosiddetti “supermusei” e stabiliscono al contempo la realizzazione di 10 Direzioni Territoriali ripartite in questo modo: Piemonte e Liguria, Lombardia e Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Abruzzo e Molise, Campania, Puglia e Basilicata, Calabria e Sardegna.

Questa misura, di fatto il primo decreto di attuazione della riorganizzazione interna del Ministero, era stata approvata il 19 giugno dal Consiglio dei Ministri, e poi varata mentre già da qualche giorno, come abbiamo detto, era stata staccata la spina al “governo del cambiamento”. Qualcuno ha insinuato che il varo sia avvenuto alla chetichella, forse per le forti perplessità, seguite da vere e proprie proteste, che erano sorte a seguito di provvedimenti ritenuti del tutto inspiegabili, come ad esempio la soppressione del regime di autonomia gestionale e finanziaria -già peraltro assolutamente inadeguata come dicevamo- di cui godevano il museo etrusco di Villa Giulia e il Parco dell’Appia antica a Roma (che passa al Mibac, con il Mausoleo di Cecilia Metella, l’acquedotto dei Quintili ecc), e la Galleria dell’Accademia a Firenze (che finisce accorpata, insieme al Museo di San Marco, alle Gallerie degli Uffizi), rispettivamente diretti dai “superdirettori” Valentino Nizzo, Simone Quilici e Cecile Holdberg (quest’ultima signorilmente licenziata via mail senza neppure un grazie, giusto un paio di giorni fa), per non parlare del trasferimento a Brera della gestione del Cenacolo di Leonardo in Santa Maria delle Grazie.

Su “Artribune” Massimiliano Zane ha parlato di “ennesimo pasticcio di una politica senza idee” di “perdita dell’identità locale” e di “statalizzazione novecentesca”, tutti esiti forse inevitabili di una legge che in definitiva promuove un maggiore controllo all’interno di una logica di maggiore centralizzazione e minore speditezza operativa. Più o meno quello che si configura per i prestiti e le esportazioni delle opere d’arte: ad autorizzarli sarà la direzione generale “Archeologia, belle arti e paesaggio”, non più i direttori delle singole istituzioni museali. Cambia infine nome la Direzione “Arte e architettura contemporanee e periferie urbane”, sostituito da “Creatività contemporanea e rigenerazione urbana”, all’interno del quale confluiranno anche i settori moda e design.

Le numerose proteste hanno spinto il ministro Bonisoli ad un estremo tentativo di chiarimento con la recentissima nota del 23 agosto in cui conferma “l’autonomia speciale dei più importanti istituti statali. Il vertice della struttura rimane il Direttore del Museo, di norma scelto tramite procedura internazionale” e sostiene che “i limiti di spesa non mutano. I musei autonomi possono continuare a indire gare d’appalto e stipulare contratti”, mentre in realtà la sostanza non cambia dal momento che la legge limita comunque l’operatività anche dei musei autonomi superstiti, soprattutto in materia di bilanci ed appalti (al di sopra di una certa soglia di spesa). Ed anzi come ha scritto Chiara Dino sul “Corriere della Sera” i Direttori “potranno si predisporre una previsione e un consuntivo di entrate e di uscite ma si tratterà di documenti che saranno approvati dalla Direzione Generale Musei a Roma, sentito il parere della Direzione generale bilancio e dopo l’acquisizione del parere del Collegio dei revisori dei Conti”.

Molti, come dicevamo, hanno espresso prese di posizioni fortemente critiche sui provvedimenti ministeriali che hanno cancellato pezzo per pezzo la Riforma Franceschini, anche tra quanti a suo tempo l’avevano criticata; pochi però hanno cercato di spiegarne le vere motivazioni inserendole nel contesto in cui la cancellazione è venuta maturando. Su “la Repubblica” Sergio Rizzo (autore di vari articoli sulla vicenda) che ha parlato esplicitamente di “controriforma”, fornisce una chiave di lettura decisamente politica, secondo la quale obiettivo dell’attuale ministro sarebbe quello di “alimentare sul fronte dei Beni Culturali la distanza tra Pd e 5Stelle”. Cui prodest, verrebbe da dire ? A chi giova che, mentre inizia il confronto tra Di Maio e Zingaretti, Bonisoli abbia voluto “ficcare il primo dito grillino nell’occhio di Zingaretti” ? per dirla ancora con le parole dell’autorevole commentatore? 

Una risposta la si può forse intuire leggendo quanto notava Marianna Rizzini sul “Foglio” del 31 luglio, appena una settimana prima della sparata di Salvini, in un articolo sotto certi aspetti preveggente dal titolo Non c’è pace nei dintorni del Mibac. “Non passa settimana che qualcosa o qualcuno, attorno al ministro dei Beni culturali nel governo gialloverde, Alberto Bonisoli, e ai suoi collaboratori e consiglieri e ispiratori ufficiali o ufficiosi (vedi lo storico dell’arte Tomaso Montanari), non allarmi qualcun altro nel mondo dell’arte e della cultura”. Il riferimento a Tomaso Montanari, che com’è noto è il Presidente del Comitato tecnico scientifico per le Belle Arti del Mibac,  non era certo casuale; proprio lui infatti in quei giorni di fine luglio aveva attaccato duramente Zingaretti, quale autore di un blitz “a favore dei palazzinari” per aver varato, in veste di presidente della Regione Lazio “un Piano paesaggistico territoriale regionale svincolato da ogni controllo del ministero per i Beni culturali…”. “Per fortuna – continuava Montanari- il direttore generale delle Belle Arti, Archeologia e Paesaggio Gino Famiglietti […] si è accorto della mina innescata, e ha scritto una lettera ufficiale al ministro Bonisoli”.

La conclusione di questa vicenda in una sorta di shakespeariano “molto rumore per nulla” ci porta però riflettere sulla avvenuta triangolazione Montanari, Bonisoli, Famiglietti, l’ex direttore delle Belle Arti, Archeologia e Paesaggio, il quale, da tutti conosciuto come “un integralista della tutela pubblica” sarebbe anche nel cerchio magico –diciamo così- di quanti appaiono fra “gli ispiratori dello smantellamento della Riforma Franceschini” (citiamo ancora Sergio Rizzo).

Per cercare di chiudere il discorso, occorre tornare a quanto –diversi mesi fa- il ministro Bonisoli dichiarò in un’intervista all’agenzia AgCult a proposito di autonomia delle istituzioni musali e del ruolo dello Stato riferendosi alla riforma FranceschiniQuando ho visto la riforma, ho avuto l’impressione che ci fosse quasi un punto di vista ideologico: quasi a dire ‘lo Stato più di tanto non può fare quindi mettiamo un po’ di distanza tra lo Stato ed alcune istituzioni”.  E come superare il supposto ideologismo? Il neo ministro era stato ancora più chiaro  “è lo Stato che deve trovare modalità per far funzionare al meglio queste istituzioni, ma il loro ruolo e il loro posizionamento devono essere all’interno del perimetro statale. I musei possono anche rimanere autonomi: tuttavia, una delle valutazioni che faremo è ‘quali musei’ e ‘che cosa significa’ essere autonomi”.

A questo punto perfino la Lega, da sempre a corto di capacità elaborativa in materia di cultura e beni culturali, seppur programmaticamente anti Franceschini, non poteva però non criticare provvedimenti che comunque mettevano a repentaglio le caratteristiche identitarie territoriali, reagendo ad atti come l’abolizione dell’autonomia del Castello di Miramare di Trieste, per dirne una, peraltro proprio mentre i suoi governatori in Lombardia e Veneto sono impegnati per le autonomie differenziate (cui vorrebbero inserire anche la gestione dei propri Beni Culturali). Ma ad un certo punto succede che Salvini stacchi la corrente al governo, cosicché ora “senza più la spina nel fianco della Lega, incarnata al ministero dalla sottosegretaria Lucia Bergonzoni … Bonisoli e i suoi si sono scatenati”.

Il paradosso è che questo accada in funzione non anti Lega ma anti Franceschini, ergo anti Zingaretti, da parte di chi evidentemente soffia sul fuoco dei contrasti tra Pd e 5S aggravando i già tanti sospetti e i tanti distinguo.

Vedremo come finirà, ma se leggiamo le valutazioni di molti analisti non stentiamo a ritenere che la normativa varata da Bonisoli sarà tra le prime cose che un eventuale governo Pd 5/Stelle non si periterà di cancellare; nè crediamo che possa essere questa una causa di divisione tra le molte che si pronosticano per il nuovo governo, sempre ammesso che nasca.