La sovranità popolare non è una dittatura della maggioranza, né una forma di regime assoluto

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Da ormai un quarto di secolo abbiamo sentito sdoganare politicamente una massima antica ma anche un po’ funesta: “Gli italiani sono con me”.

Come se il consenso bastasse a giustificare qualsiasi cosa. In una democrazia non può essere così, perché questa sarebbe la fine stessa della democrazia: il suo sarcofago. Prima o poi arriverebbe il furbacchione che farebbe approvare al popolo (rigorosamente a maggioranza) la fine della sua stessa sovranità, che democraticamente passerebbe “coi pieni poteri” nelle mani dell’uomo della provvidenza. Di turno!

Quando in nome del popolo sovrano si individuano nemici da abbattere o peggio, si muovono i primi passi per introdurre limiti alla libertà (tra gli applausi sperticati delle masse) quando un leader dice “chi è eletto dal popolo risponde solo al popolo”, si sta preparando in realtà la fossa alla sovranità popolare.

L’idea per cui chi vince ha sempre ragione a prescindere e chi ha la maggioranza (per giunta manco dei votanti, men che meno degli elettori, a volte soltanto nei sondaggi) è l’interprete della volontà del popolo, è l’eredita di un populismo che inquina costantemente il dibattito pubblico.

È l’idea distorta e perversa delle regole democratiche, secondo cui il potere si fonderebbe solo ed esclusivamente sul consenso, mentre le altre articolazioni dello stato di diritto, sono artificiosamente inquadrate solo come tentativi di “sovvertire la volontà popolare” (il “si candidi” rivolto al governatore di Bankitalia, fa il paio con l’invito a candidarsi ad Alessandra Vella, la gip di Agrigento che ha disposto la scarcerazione di Carola Rackete,)

Si intende così portare la delegittimazione fino all’accusa di “golpe giudiziario o finanziario” o a chi tocca tocca, ogni volta che non si inchina al conducator.

Chi pratica questi metodi, non sta esaltando la sovranità popolare: la sta strumentalizzando per delegittimare gli altri poteri dello Stato.

Ma la democrazia non si fonda soltanto sul consenso elettorale. In un sistema democratico sono fondamentali sia la separazione dei poteri, quanto il concetto di assemblea.

Il popolo italiano è stato talmente abituato a concepire la democrazia solo come consenso, che non avverte piu’ la gravità di certe dichiarazioni, assurde sia sul piano logico, che istituzionale.

Dichiarazioni che i media riprendono pari pari fin nei titoli. E non solo i giornali schierati, (quelli nemmen buoni come carta igienica di emergenza) ma anche quelli titolati e nominalmente indipendenti, facendo così filtrare o perlomeno rendere plausibile l’idea distorta, che anche la decisione di un giudice è un atto politico pro o contro il governo, e non l’esercizio autonomo di un potere, che può legittimamente entrare in conflitto con la maggioranza. Da ciò la necessità politica di non veder riconoscere i limiti al delirio di onnipotenza, un delirio che non riconosce l’autonomia degli altri poteri dello stato, avvitato intorno ai rancorosi capricci di chi cerca di manipolare le motivazioni che stanno dietro alle decisioni altrui.

PC