Triste, trepido per i miei concittadini ed il mio territorio, ma lancio un j’accuse.

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Entrambi risultano secondari alla politica cittadina.

Ho preparato una serie di considerazioni intorno al “raro festival” prendendo come spunto la rappresentazione teatrale cui ho assistito, ma queste divengono ovviamente secondarie rispetto a quanto è accaduto nelle ultime ore per la pioggia.
Mentre risuonano le sirene dei mezzi di soccorso, il mio pensiero va alle perdite umane, a quelle economiche, alle difficoltà del nostro contesto sociale: ringrazio chi è impegnato ad alleviare o risolvere situazioni di pericolo, fosse personale preposto o la comunità legata dalla molto (fortunatamente) diffusa solidarietà.
Perché anche se questo episodio atmosferico ha caratteristiche di straordinarietà, le conseguenze sono sicuramente amplificate da una tentazione ricorrente nelle stanze della politica: l’uso delle risorse anche ad Arezzo negli ultimi quarant’anni ha privilegiato personalismi sopra il raggiungimento del livello di salvaguardia dei bisogni comuni.
E troppo spesso lo strumento della cultura è stato il cavallo di Troia per distrarre risorse dalle necessità comuni.
La mia memoria a riguardo parte da quando in Piazza Grande comparve quella mastodontica struttura in legno, la cosiddetta Torre Rossa, dal costo di centinaia di milioni (parlo di lire, eravamo degli anni 80), che dopo un paio d’anni scomparve dall’orizzonte cittadino. Qualcuno ricorderà i famosi uccelli (credo dovessero essere gabbiani) impiccati ai pali cittadini ai tempi della giunta Lucherini, spesa effettuata dall’odierno presidente di Estra. Decine di migliaia di euro. Milioni di euro dalle tasche della cittadinanza per permettere ai proprietari del teatro Petrarca di completare i necessari lavori, un impegno trentennale deciso dal sindaco Fanfani con un supporto elitario le cui ricadute mi risultano nulle  (non ci fanno neanche più il concorso polifonico). Centinaia e centinaia di migliaia di euro per “icastica”, che dopo 3 edizioni si è dissolta. Adesso il “raro festival”, budget di quasi 2.000.000 di euro solo per il 2019.
Ma come quarant’anni fa i tombini sono sporchi e non raccolgono la pioggia, anche se quella che è venuta giù domenica non era facile da ingoiare: ma che era allerta giallo lo sapevano anche i sassi.
Quindi una politica locale che non è riuscita ad esprimere una visione collegiale fra le varie anime cittadine in un percorso che dapprima si preoccupasse delle necessità e magari reperisse una cifra ragionevole da spalmare nell’arco di decenni quale politica culturale e di attrazione per il territorio.
Si è costruito senza pietà a Pescaiola o al Pantano o al Bagnoro (toponimi dal significato chiarissimo), permesso un consorzio di bonifica fortemente contestato. Nel frattempo la manutenzione al Comune di Arezzo si è dissolta.
Ma lo sanno i cittadini di Arezzo che il direttore della fondazione Guido d’Arezzo, l’ente che Ghinelli e la sua maggioranza (che non può cadere dalle nuvole) hanno voluto e votato,
ha uno stipendio di alcune migliaia d’euro superiore al comandante della polizia municipale (da Comune dati retribuzioni 2017)?
Più quattrini per quella creatura del Ghinelli che decide come spendere quasi 2.000.000€ in pochi mesi che al comandante di un corpo fondamentale per la sicurezza della città, che coordina un centinaio di dipendenti comunali, che deve districarsi fra norme di carattere nazionale e necessità locali, e ricordo che i ricavi del servizio dei vigili urbani sono basilari per la sopravvivenza del Comune di Arezzo. Avranno i consiglieri visto il curriculum del direttore dove l’unica attività di carattere culturale che costui abbia coordinato nel corso della sua vita è quella di archivista responsabile del museo della contrada della chiocciola a Siena? Non scherzo.
I consiglieri si ricordassero che Ghinelli ha fatto campagna elettorale su sicurezza e polizia municipale: però gli piace la musica e le priorità scivolano indietro.
Meno personalismi, più collegialità; meno passerelle, più impegno per la città. E l’ombra di gasopoli.
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