Come vorrei che ad Arezzo si promuovesse l’arte. Arte, non mercanti; autori, non interessi.

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La attuale giunta di Arezzo ha avuto sin da subito l’opportunità di utilizzare la appena restaurata fortezza per esporre opere d’arte contemporanea.
Dopo Theimer, Riva, Aceves adesso è il turno di Mimmo (Domenco) Paladino, forse il nome più noto fra quelli appena citati. Certo più del suo predecessore in fortezza, Aceves, le cui opere nonostante gli annunci non sono mai finite in Piazza Grande.
In questi anni l’assetto complessivo della cultura al Comune è profondamente cambiato, non più in mano al Comune poiché passato alla fondazione Guido d’Arezzo, la cosiddetta fondazione cultura, conferendole immobili, strutture, risorse umane ed economiche. Certo non è aumentata la trasparenza, anzi: nel sito della fondazione non si trovano informazioni né sul costo delle iniziative nè sulle loro ricadute.
Inoltre quest’anno l’ingresso in fortezza non sarà più gratuito, sono richiesti € 5 che permettono l’accesso cumulativo ai siti della esposizione “La regola di Piero”. Considerato che la fortezza di Arezzo è divenuta uno dei principali asset turistici di Arezzo dopo il suo imponente restauro, l’applicazione del biglietto di ingresso ad una esposizione che lì si tiene permette di incassare centinaia di migliaia di euro che diversamente non arriverebbero al Comune dacchè l’ingresso alla fortezza deve rimanere libero. Quindi l’escamotage di farla divenire sede espositiva contravvenendo al lascito dei Fossombroni che cedettero prato e fortezza alla città, destinate a pubblica utilità: vincolo che doveva essere mantenuto dopo il restauro avvenuto con soldi pubblici e contributi di privati. Quindi non è possibile per gli aretini goderne  quest’anno, salvo pagamento per vedere una mostra di Paladino: che soddisfazione…
Sì perché ogni attività che un Comune vuol porre in essere richiede la scelta ossia essendo i denari limitati occorre agire con criterio economico anche in ambito culturale: meglio manifestazioni con  costo ridotto o manifestazioni importanti con ritorno di visitatori e visibilità? La bravura del responsabile influisce sull’efficacia della scelta. Costi elevati e ritorni dovevano applicarsi alla manifestazione icastica. Non saprei quale connotazione riferire alle mostre che si sono sinora tenute in fortezza, dovrei sperare la altra tipologia, ma in assenza di delucidazioni sul costo sospendo (avete già capito) il giudizio. Quando si parla di un artista che ha presentato le proprie opere ad un ritmo veramente tambureggiante, si corre il rischio che l’autore o la mostra siano inflazionati, sovraesposti, iperrappresentati quindi di modesto appeal. Perchè un tale sacrificio per gli aretini deve essere compensato, insomma vanno bene privazione e spese, ma che portino visitatori in città. Senza farsi fregare dal numero di biglietti venduti, non potendo separarsi chi è interessato alla nostra fortezza o al campano Paladino. Certo che il richiamo matematico è stato usato da Paladino numerose volte, solo recentemente da Milano a Venezia e a Bari.
Non trovo disdicevole l’utilizzo “commerciale” della fortezza, peraltro credo la fondazione costi più del metodo precedente anche se potrebbe permettere maggiori ricavi; mi rattrista non ci siano tutele per il pubblico godimento e ancor più la mancanza di trasparenza specialmente quando vengono promosse iniziative così corpose intorno all’arte contemporanea, regno dei mercanti d’arte. La mia riflessione odierna vuole puntare il dito proprio su talune stonature che amplificano le mie incertezze sulla guida della fondazione e sulle operazioni che compie. Ed è solo casuale coincidenza temporale di questa mia domanda con l’attuale pressione sulla amministrazione Ghinelli, il mio è solo stimolo al confronto.
Sarà questa una mostra che fa rifulgere il nome di Arezzo nell’ambito artistico oppure la solita minestrina riscaldata?

Mostra apprezzabile o utile ai mercanti?
Da ignorante artistico quale sono, pur non essendomi ignoto il nome di Paladino, ho cercato di approfondire la conoscenza sull’autore, sulle opere esposte e sul rapporto costo benefici che derivano alla città. Fra le opere esposte rifulge, cito il verboso comunicato stampa pubblicato a tutto spiano in ogni dove, l’opera intitolata “de mathematica” 2019 (vedi foto 1,2)  l’obelisco alto 20 metri ispirato alla tradizione dei Gigli di Nola, che in un ardito salto semantico celebrano la vocazione matematica dell’artista quattrocentesco e del Rinascimento italiano. Oltre 50 opere a partire dal 1983  “in grado di portare la Storia nell’arte di oggi”: come altro interpretare la presenza di questa struttura alta 20 metri, dal colore blu, ancorata a enormi blocchi di cemento armato, protetta da una decina di transenne modello lavori stradali piazzata indegnamente sul sagrato di San Francesco. Ma a chi cazzo gli è passato per la testa quella cosa, proprio lì?
Una opera così riconoscibile che persino il principe degli ignoranti come me nota la somiglianza con “la macchina simbolo della Festa dei Gigli, oggi patrimonio dell’Unesco, interamente colorata di blu e così come lo stesso rivestimento in legno, adornato da numeri intrecciati da uno a quattro” esposta a Lecce nel 2016 come “albero della cuccagna” (vedi foto 3,4). Ricordo che per l’autore “senza dubbio l’oggetto in questione non è autoreferenziale, è anzi popolare come già faceva Michelangelo quando realizzava le sue macchine da festa o i fuochi pirotecnici” (come sono ignorante, non avevo mai sentito dire che Michelangelo facesse macchine da festa o fuochi pirotecnici: mica avranno cappellato?). Opera definita pubblicamente “la grande bruttezza” dal critico Bonami in collegamenti Rai, li trovate qui . Anche a Nola i commenti sono polemici “Giglio Blu ad Arezzo: tra apprezzamenti e polemiche prende vita l’opera di Mimmo Paladino“. Perché a Nola -dove pur sbagliano clamorosamente i luoghi pierfrancescani- fanno tuttavia una altra interessante puntualizzazione: questo “summummelo” doveva stare davanti all’ingresso della galleria, non sul sagrato. Che qualcuno non lo abbia voluto davanti alle sue attività potrebbe anche essere ragionevole perché il suolo pubblico nella piazza lo togli a tutti oppure a nessuno. Ma certo non piazzi questa cosa circondata di transenne modello cantiere stradale sul sagrato di San Francesco: questo orpello è stato ritenuto piacevole dalla soprintendenza? Saremo ben oltre il “folcrore” nel quale poteva essere maestro il direttore della fondazione. Se così fosse direi che siamo proprio nel bruttino e spiacevole.
Di opere belle (mio gusto) ce ne sono tante qua e là, ma molte sono già state esposte in tutt’Italia e più volte: spero che l’esposizione sia priva di costi alla città. Oppure ci sia un modo scientifico, già attivato, per contare quanti accedono in fortezza per vedere solo Paladino.
Perché se si devono fare operazioni commerciali che deprivano la città, preferisco la fortezza aperta agli aretini senza opere al suo interno.
E soprattutto trasparenza completa sui costi, sui nomi delle persone che percepiscono denaro, dettaglio sulle visite. Perchè sarebbe opportuno che qualche consigliere (opposizione o maggioranza non conta) chiedesse lumi, un uso oculato dei denari si impone.