Restaurata opera di Parri di Spinello nella antica sala delle udienze nel palazzo di Fraternita

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Così lo storico dell’arte Andrea Staderini ci parla di lui: “PARRI Spinelli. – Nacque ad Arezzo intorno al 1387, figlio primogenito del famoso pittore Spinello di Luca, detto Spinello Aretino, e della prima moglie Antonia di Giovanni da Arezzo. L’anno di nascita si evince dalla dichiarazione al Catasto fiorentino del 1427 (Salmi, 1914) in cui è dichiarato quarantenne. Il suo nome di battesimo fu Guasparri, anche se già nei coevi documenti aretini è attestato l’abbreviativo Parri, consacrato infine da Giorgio Vasari (1550 e 1568), suo primo biografo”.

Figlio d’arte, Parri dovette avviarsi al mestiere di pittore compiendo il proprio apprendistato presso il padre, al fianco del quale lo attestano i primi documenti a lui relativi.

Questa è un’opera ben descritta e spiegata da Giorgio Vasari. Ed è sempre il Vasari che ci offre ampie spiegazioni sulle tecniche pittoriche usate dal figlio di Spinello Aretino

“Fece Parri le sue figure molto più svelte e lunghe, che niun pittore che fusse stato inanzi a lui; e dove gl’altri le fanno il più di dieci teste, egli le fece d’undici e talvolta di dodici; né perciò avevano disgrazia, come che fossero sottili e facessero sempre arco o in sul lato destro o in sul manco, perciò che, sì come pareva a lui, avevano, e lo diceva egli stesso, più bravura. Il panneggiare de’ panni fu sottilissimo e copioso ne’ lembi, i quali alle sue figure cascavano di sopra le braccia insino attorno ai piedi. Colorì benissimo a tempera, et in fresco perfettamente. E fu egli il primo che nel lavorare in fresco lasciasse il fare di verdaccio sotto le carni, per poi con rossetti di color di carne e chiari scuri, a uso d’acquerelli velarle, sì come aveva fatto Giotto e gl’altri vecchi pittori. Anzi usò Parri i colori sodi nel far le mestiche e le tinte, mettendogli con molta discrezione, dove gli parea che meglio stessono, cioè i chiari nel più alto luogo, i mezzani nelle bande, e nella fine de’ contorni gli scuri. Col qual modo di fare mostrò nell’opere più facilità e diede più lunga vita alle pitture in fresco; perché, messi i colori ai luoghi loro, con un pennello grossetto e molliccio li univa insieme e faceva l’opere con tanta pulitezza, che non si può disiderar meglio, et i coloriti suoi non hanno paragone”.

E sull’opera appena restaurata:

“Dipinse Parri nell’udienza vecchia della Fraternità di S. Maria della Misericordia una Nostra Donna che ha sotto il manto il popolo d’Arezzo, nel quale ritrasse di naturale quelli che allora governavano quel luogo pio, con abiti indosso secondo l’usanze di que’ tempi.

E fra essi uno chiamato Braccio, che oggi quando si parla di lui è chiamato Lazzaro ricco, il quale morì l’anno 1422, e lasciò tutte le sue ricchezze e facultà a quel luogo che le dispensa in servigio de’ poveri di Dio, essercitando le sante opere della misericordia con molta carità.

Da un lato mette in mezzo questa Madonna S. Gregorio papa, e dall’altro S. Donato vescovo e protettore del popolo aretino.

E perché furono in questa opera benissimo serviti da Parri coloro che allora reggevano quella Fraternità, gli feciono fare in una tavola a tempera una Nostra Donna col Figliuolo in braccio, alcuni Angeli che gl’aprono il manto sotto il quale è il detto popolo, e da basso S. Laurentino e Pergentino martiri.

La qual tavola si mette ogni anno fuori a dì due di giugno e vi si posa sopra poi che è stata portata dagli uomini di detta Compagnia solennemente a processione insino alla chiesa di detti Santi, una cassa d’argento lavorata da Forzore orefice, fratello di Parri, dentro la quale sono i corpi di detti Santi Laurentino e Pergentino; si mette fuori dico, e si fa il detto altare sotto una coperta di tende in sul canto della Croce dove è la detta chiesa, perché essendo ella piccola non potrebbe capire il popolo che a quella festa concorre.

La predella sopra la quale posa la detta tavola, contiene di figure piccole il martirio di que’ due Santi, tanto ben fatto che è certo per cosa piccola una maraviglia”.  

Il 27 aprile prossimo, in occasione della presentazione del libro “L’Arte di vivere l’arte”, il direttore degli uffizi, Eike Schmidt, visiterà assieme al prof. Claudio Strinati, il palazzo di Fraternita e le opere qui contenute.