Nel governo tensioni con Tria per il decreto sulle Banche e i rimborsi ai danneggiati.

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La legge di bilancio 2019 ha istituito un Fondo di indennizzo da 1,5 miliardi in tre anni per i danneggiati delle banche, delegando ad un decreto del Mef, da emanare teoricamente entro lo scorso gennaio, la definizione dei dettagli.

Il ritardo è stato finora dovuto proprio all’interlocuzione con la Commissione Ue, necessaria per rispettare nelle norme attuative le regole europee in materia. Ma la sentenza della Corte Europea ha spianato la strada a quasi tutti i possibili richiami, annichilendo i commissari piu’ intransigenti.

Eppure… ormai affondato il fiammifero al quale ci si era aggrappati, il MEF continua a frenare.

Salvini, il ministro di tutto, ha tuonato contro Tria: “Firmi il decreto o lo firmiamo noi!”

Sulla questione è intervenuto anche l’altro vicepremier Luigi Di Maio: “Qui non basta che il Mef firmi subito il decreto per rimborsare i risparmiatori truffati dalle banche – ha scritto sulla sua pagina Facebook – Qui bisogna anche fare chiarezza su come quelle povere famiglie sono state truffate. Il rimborso deve arrivare subito, questo non va messo nemmeno in discussione, ma bisogna lavorare anche ad altro”. Il riferimento è al via libera alla Commissione di inchiesta sui truffati dalle banche, su cui però il Presidente della Repubblica si appresta a mettere i suoi paletti.

Dopo la vergognosa esibizione pubblica della commissione precedente, che ha speso quasi ogni energia disponibile (e i nostri soldi) per cercare di stabilire se la Maria Elena Boschi avesse parlato o no con l’AD di Unicredit e cosa gli avesse chiesto (alla disperata ricerca di un conflitto di interesse da giocarsi alle successive elezioni), sostanzialmente fregandosene del sistema bancario italiano e delle sue criticità, il parlamento ha votato a febbraio, per una riedizione della stessa.

A capo vorrebbero un vero esperto di finanza, banche centrali e autorità di controllo indipendenti: il presentatore televisivo e subrette pentastellata Gian Luigi Paragone.

Mattarella frena. E anche Tria si è per ora rinchiuso nel suo carapace.

Il pensiero pare rivolto alla prossima finanziaria, su cui difficilmente si potranno fare operazioni creative, ma su cui incombono come un macigno la fantasiose interpretazione di quella precedente.

E’ evidentissimo che dietro al silenzio del MEF, intorno alla firma sul decreto per rifondere i danneggiati dalle banche, c’è molta preoccupazione, coscienti che il governo ha varato una serie di provvedimenti sproporzionati alle capacità redistributive del nostro paese. Risorse che mancano adesso all’incombere di una crisi globale.

Il Centro studi degli industriali vede una “Italia ferma” e azzera le previsioni per il Pil 2019 (già ribassate a ottobre al +0,9%). Pesano anche “una manovra di bilancio poco orientata alla crescita”, “l’aumento del premio di rischio che gli investitori chiedono” sui titoli pubblici italiani, “il progressivo crollo della fiducia delle imprese” rilevato “da marzo, dalle elezioni in poi”. E gli investimenti privati sono per la prima volta in calo (-2,5%, escluse costruzioni) dopo 4 anni di risalita.

Credo che non esista governo al mondo che non vorrebbe sostenere i lavoratori in età “matura” o intervenire sulle fasce piu’ povere della popolazione con un reddito di sostegno. Tutti provvedimenti bellissimi, provvedimenti che vanno in direzione di una profonda redistribuzione della ricchezza. C’è un solo problema: la ricchezza da redistribuire non c’è. Abbiamo redistribuito un debito che dovranno accollarsi le prossime generazione e il ministro Tria è ben cosciente di cosa ha firmato.

“Contrastare il rallentamento, puntare tutto sulla crescita”, ha scritto Tria, riportando quanto espresso intervenendo al Forum annuale di Boao (la Davos d’Asia), nell’isola meridionale cinese di Hainan. “Tutti temono l’arrivo di una crisi finanziaria che possa provocare una crisi economica globale per una sorta di riflesso condizionato dalla grande crisi del 2008. Il mio timore, invece, è opposto. Temo che dal rallentamento dell’economia, soprattutto se dovesse accentuarsi, possa nascere una crisi finanziaria globale”.

Adesso servirebbero provvedimenti utili a stimolare la crescita: una riduzione della pressione fiscale, una riduzione degli oneri indiretti della gestione burocratica, una forte decontribuzione degli investimenti in innovazione, un sostegno alla crescita occupazionale, interventi che facciano ripartire il paese, abbassando il debito sul Pil, ma il deficit/Pil è ormai al 2,5% (se non già oltre il 3%) e non bastano pochi investimenti pubblici: ce ne vorrebbero per almeno l’1% di Pil, cioè una ventina di miliardi, portando il deficit oltre il 4% del Pil e questo non è pensabile. E non per l’Europa (che alla fine ce se ne può anche sbattere) ma per le fibrillazioni sui mercati che ne deriverebbero e che nonostante tutto continuano a finanziare il terzo debito pubblico del pianeta.

L’alternativa, che giorno dopo giorno pare l’unica realistica, nonostante gli annunci, è rimuovere le clausole di salvaguardia che ci sono all’orizzonte facendole scattare. Aumentare l’Iva forse ci permetterebbe di finanziare gli investimenti pubblici e le spese pazze che ancora necessitano di una vera copertura. E la copertura è in realtà una coperta corta: quando la tira per coprire i piedi, si scopre le spalle e se è vero che Iva e accise hanno effetti recessivi, è vero che gli investimenti hanno un impatto più forte dell’Iva, perché vanno a sostenere direttamente, e non indirettamente, la produzione delle imprese.

Intanto, il decreto per rifondere i danneggiati dalle banche, per ora resta in attesa di una firma.