Andrea Emiliani ci ha lasciato. Il ricordo di Vittorio Sgarbi e Claudio Strinati

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Uno dei grandi protagonisti della cultura italiana e della storia dell’arte, Vittorio Emiliani è morto ieri a Bologna; aveva 88 anni; il Professore, come tutti lo chiamavamo, non è riuscito a sconfiggere la malattia contro la quale stava combattendo

Non dimenticheremo la sua lezione di vita, il grande sconfinato amore per questa disciplina, la storia dell’arte, per la quale ha impegnato tutta la sua esistenza, come pure  la sua generosità, la affabilità, la curiosità con cui ci ascoltava e con cui ci spiegava, la capacità di insegnarci come leggere un testo d’arte così come un dipinto, come interpretarne i significati.

Conoscitore profondo dell’arte rinascimentale e barocca, Emiliani ha scritto monografie importanti e testi determinanti su artisti del rilievo di Raffaello, Carracci, Guido Reni, Barocci, Simone Cantarini, Giovan Francesco Guerrieri, curando anche al riguardo esposizioni e conferenze di approfondimento. Ma il suo apporto al mondo della cultura e della storia dell’arte è stato decisivo anche a livello d’insegnamento (all’Università di Bologna, alla Sapienza di Roma, al Politecnico di Torino, alla Fondazione Cini di Venezia) e nelle cariche rivestite all’Accademia Clementina di Bologna o come membro delle Accademie Raffaello di Urbino, Torricelli di Faenza, della San Luca di Roma. Tra le tante iniziative di pregio, mostre, saggi e monografie di artisti, gli va riconosciuta anche la grande lungimiranza della creazione dell’Istituto dei Beni Culturali, organismo regionale dell’Emilia Romagna, benemerito e di grande sostegno alla catalogazione delle collezioni storico artistiche locali.

“E’ stato – ci ha detto un  Vittorio Sgarbi piuttosto colpito- un personaggio  fondamentale nella storia culturale ed artistica di Bologna. E’ stato lui a rendere sistematico ed ordinato attraverso mostre e catalogazioni quanto si veniva apprendendo su Barocci e Guerrieri da Fossombrone, un artista quest’ultimo anzi, la cui scoperta e rivalutazione spetta tutta ad Emiliani. Si può dire che sia stato un Soprintendente completo, grazie al fatto di aver potuto contare su un campo d’azione molto ampio; portava infatti con sé la lezione di Arcangeli nel campo della ricerca e della tutela del patrimonio artistico e culturale, sapendo peraltro collegare ragione e pazienza. Suona a suo merito il fatto che arrivando all’incarico di Soprintendente poté giovarsi in modo intelligente e completo della sua dipendenza da  Longhi e da Arcangeli cui era legatissimo; da quest’ultimo, dalla poesia di Arcangeli ha tratto il suo metodo di lavoro, fondato sulla definizione di valori culturali, artistici, poetici. Dopo la scomparsa di entrambi fu lui ad ereditarne le idee e le tendenze ma con un’attenzione maggiore all’importanza del ruolo, cui era evidentemente meglio attrezzato; basti dire che anche grazie all’incontro con personalità del calibro di Sir Denis Mahon , che gli aprì il campo anche ad artisti come Guercino ed altri allora non sempre studiati ed apprezzati, poté trasformare con sistematicità una materia che era di pura dottrina e a proiettare Bologna a livello delle soprintendenze più importanti nel campo della tutela del patrimonio artistico. Fu grazie a lui che Bologna è stata considerata da allora alla stessa stregua e della stessa valenza di Roma, Firenze o Venezia. Credo di poter dire che è stato l’ultimo studioso delle soprintendenze”

Molto altro naturalmente si potrebbe aggiungere, innanzitutto che Emiliani pur con fatica non ha mai smesso di impegnarsi nello studio e nella ricerca; personalmente non possiamo non ricordare il contributo con cui volle partecipare al volume di Scritti in onore di Claudio Strinati, con cui aveva diviso le battaglie spese nella salvaguardia dei beni culturali, quando erano entrambi soprintendenti, lui a Bologna, l’altro a Roma, presenziando anche alla presentazione del libro.

Ed anche a Claudio Strinati abbiamo chiesto di dettarci un ricordo che ci pare estremamente significativo: “Mi chiedi di ricordare Andrea Emiliani, ti dico subito che ne ho un ricordo assolutamente amichevole; siamo stati davvero molto amici e -ci tengo a sottolinearlo- anche per quanto riguarda il lavoro; lui rappresentava una figura di soprintendente che per me è stata esemplare tanto che per certi aspetti ho perfino cercato di riproporla. Va chiarito come quella del soprintendente sia una figura anche un po’ particolare di funzionario pubblico ed Emiliani proveniva dalla scuola dei soprintendenti/studiosi, quando cioè la funzione amministrativa, al contrario di quanto avviene oggi, era al secondo posto della attività di un dirigente; si può dire –e credo di non esagerare- che il soprintendente fosse una sorta di para professore universitario, che però non doveva trasmettere sapere ad allievi, bensì tendere alla formazione di un sapere aperto a tutti, popolare, un po’ come fu, per rimanere a Bologna, Cesare Gnudi, capace di svolgere la funzione di tutela del patrimonio a scopo formativo verso il popolo.  Ed è sintomatico il fatto che allora le soprintendenze dipendessero non dal Ministero dei Beni Culturali, ma da quello della Pubblica Istruzione.  Che voglio dire quando affermo che il soprintendente era come una sorta di docente che esercitava per il popolo? Che svolgeva il suo lavoro in modo umanistico, curando i restauri, lavorando per le restituzioni, promuovendo ricerche, schedature, catalogazioni, ed in questo senso Gnudi e dopo di lui Emiliani sono state veramente figure tipiche. Può sembrare strano che nell’Italia di allora, dove le cariche di questo tipo passavano inevitabilmente a personale già introdotto e formato (ma sempre per concorso ovviamente!) ci fosse questo riscontro popolare della funzione, eppure proprio questa sorta di trasmissione –diciamo così- feudale dei ruoli, l’ammantava di un particolare allure. Mi fai pensare al mio rapporto con Emiliani che nacque proprio quando entrai nell’Amministrazione delle Belle Arti e mi trovavo a svolgere l’incarico a Genova; qui si trovava –ed effettivamente si trova ancora- un importante capolavoro di Federico Barocci, la Crocifissione, nella Cattedrale di San Lorenzo, e si stava allora progettando la grande mostra di Barocci a Bologna; così una mattina mi arrivò la telefonata di Cesare Gnudi e puoi immaginare quale sorpresa fu per me giovane ispettore ricevere la chiamata di quello che consideravo un maestro inarrivabile; mi sembrava impossibile, ma con la sua classica voce bonaria Gnudi mi chiedeva aiuto per la mostra e mi disse letteralmente ‘qui abbiamo il più grande studioso al mondo del Barocci (cioè Emiliani che a mala pena sapevo chi era) te lo passo’ e questo fatto che un grande come lui desse del tu ad uno appena arrivato come me fu una grossa sorpresa, ed anche Emiliani continuò sullo stesso tono, dicendomi che ci teneva molto al dipinto di Genova ; io non sapevo neppure ancora bene cosa fosse l’organizzazione di una mostra ma non mi tirai indietro; e da qui diventammo grandi amici e in seguito ho sempre seguito il suo lavoro. E’ stato grazie a lui se ho capito cosa vuol dire dirigere una soprintendenza. Tuttavia mi impressionava il fatto di come l’attività e il ruolo di soprintendente  in un certo senso si andasse trasformando da studioso puro a studioso strumentale, diciamo così, come mi accorgevo leggendo le pubblicazioni, impregnate più di gusto letterario che analitico e filologico. Ecco, devo dire che Emiliani questo tipo di scrittura lo ha sempre amato: testi fluviali, ricchi di letteratura, ma filologicamente marginali. Ed è qualcosa che in qualche modo ha riguardato anche me; infatti ricordo che quando scrissi un saggio su Ludovico Carracci, nel volume di scritti a lui dedicato in onore dei suoi 80 anni che presentammo a Bologna, gliene feci cenno, dicendogli che ero sempre stato molto ‘preso’ dalla sua affabulazione e che in parte almeno in quel saggio a lui dedicato riconoscevo anche a me stesso. L’ho incontrato l’ultima volta a Bologna qualche mese fa, stavolta alla presentazione del volume di scritti dedicati a me che tu stesso hai curato, dove compare un suo notevole saggio sul tema dell’eucarestia, e mi addolora molto la notizia della sua scomparsa. Se infine posso trovare un difetto alla sua figura di soprintendente, un difetto peraltro comune un po’ a tutte le ultime figure di soprintendenti ora in pensione, è aver considerato in qualche modo come una sorta di proprietà personale quel posto, così per Paolucci, così per Spinosa, così anche per me stesso anche se devo dire che non ho mai preteso di rappresentare tutto personalmente; è come se ci fosse stato un malinteso senso di appartenenza al ruolo, se si può dire,  un’ombra  ormai mi pare effettivamente tramontata”