Le troppe coincidenze sulla triste fine di Banca Etruria

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Dunque Banca Etruria poteva essere salvata, insieme agli investimenti dei piccoli risparmiatori. La Corte europea ha dato ragione all’Italia nel ricorso presentato contro la decisione della Commissione Europea del 2015 nel caso delle Casse di Teramo (Tercas).

BE poteva essere salvata, anche forse e prima di tutto da se stessa. Perchè c’è una verità che deve restare chiara: quella era una banca bollita a cui non si doveva certamente permettere di infettare il sistema.

Salvata si, ma per essere rinnovata e non certo per permetterle di continuare a fare le porcherie gestionali dei soliti noti, che l’hanno portata prima al coma e poi al funerale. E non mi riferisco certo agli ultimi anni di amministrazione: quelli saranno solo fumo negli occhi per media e magistrati, ma anche per far suonare la grancassa ai politicanti locali.

E’ di ieri la conferma da parte della Cassazione, della sanzione a Pier Luigi Boschi ed altri membri del cda. Una sentenza che tra le righe dice che l’uomo (e non solo lui) non era adatto a quell’incarico, che non era in grado di vigilare e non l’ha fatto.

Facciamo un passo indietro.

Nel novembre del 2015, il governo Renzi è alle prese con la crisi di quelle che ormai sono diventate le famose quattro banche: dal primo gennaio 2016 entra in vigore il cosiddetto bail in e per questo è necessario fare in fretta.

La soluzione piu’ concreta e realizzabile è il ricorso al Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Quello che per l’appunto era intervenuto su banca Tercas.

Due commissari europei, la danese  Margrethe Vestager, commissaria alla concorrenza e il britannico Jonathan Hill, commissario alla stabilità finanziaria, non sono d’accordo.

Il 19 di novembre 2015 inviano anche una lettera minacciosa al governo italiano: «nel caso venga usato un meccanismo di garanzia dei depositi e questo meccanismo venga riconosciuto come aiuto di Stato, la risoluzione delle banche scatta autonomamente in base alla direttiva Brrd».

I due spiegano che il meccanismo di garanzia dei depositi rischia di essere riconosciuto come aiuto di Stato e avvisano che anche i correntisti sopra i centomila euro e obbligazionisti primari, rischierebbero di perdere tutto. Per rafforzare questa tesi, si fanno forti di una giurisprudenza della Corte europea, che solo oggi scopriamo che non solo non esiste, ma che anzi dice esattamente il contrario.

Qualche giorno dopo il fatidico 22 novembre 2015, Salvatore Rossi direttore generale di Bankitalia – un galantuomo che ha preferito rassegnare oggi le dimissioni – può raccontare così che l’intervento tramite il fondo interbancario di garanzia, non è stato possibile perché «di fatto ci è stato impedito. Ci hanno detto che se l’avessimo fatto l’Italia avrebbe dovuto subire una procedura di infrazione per aiuti di Stato. Nonostante il fondo sia privato e pagato da privati quali sono le banche italiane».

Quella giurisprudenza è stata invocata a sproposito e oggi urla dalle pagine della sentenza: «La Commissione non disponeva d’indizi sufficienti per una siffatta affermazione. Al contrario, esistono nel fascicolo numerosi elementi che indicano che il Fitd ha agito in modo autonomo al momento dell’adozione dell’intervento a favore di Tercas».

In realtà, è bene essere chiari fino in fondo: il fondo interbancario tanto citato, aveva riserve per lo più vuote e solo nominali e l’operazione di rifinanziamento, sarebbe toccata ai grandi istituti italiani Intesa e Unicredit, che ne avrebbero fatto volentieri a meno. Nessuno aveva considerato il fatto che l’insolvenza delle quattro banche, seguita alla decisione della Commissione europea, avrebbe avuto un effetto devastante non solo sulla nostra economia, ma anche sulla perdita di credibilità di tutto il sistema bancario davanti agli investitori internazionali. I costi sistemici di questi default, sono ancora difficilmente quantificabili, ma i debiti della banche fallite potrebbero essere solo spiccioli in paragone.

Per quanto riguarda Intesa, val la pena ricordare che si è potuta “ingollare in un boccone” Popolare Vicenza alla modica cifra di euro 1 (uno), mentre Unicredit, dopo aver rifiutato le pressioni – molto blande in verità – della M.E. Boschi che spingeva per un intervento diretto, ha piazzato il suo direttore generale Roberto Nicastro alla guida delle new bank che sono nate dalla risoluzione del quartetto disastrato.

E’ notizia di questi giorni invece, la nomina di Roberto Nicastro come vicepresidente di Ubi Banca che avverrà formalmente il prossimo 12 aprile. Proprio Roberto Nicastro, l’ex direttore generale di Unicredit.

Come osserva stamani il FQ, all’indomani della nomina Nicastro fece campagna acquisti tra tutti gli ex top manager di Unicredit (Roberto Bertola sistemato in Etruria e Felice Delle Femine a capo di CariChieti). Giusto il tempo di svendere Etruria, Carichieti e Cassa Marche a Ubi (sempre per un euro) e tutti hanno trovato altra diversa sistemazione.

Nicastro, per pura combinazione, è diventato vice presidente di Ubi Banca!

Difficile invece stabilire a quale gioco abbia giocato l’amministratore di Unicredit, Federico Ghizzoni, che si precipitò a riferire a De Bortoli a proposito dei contatti cercati dal ministro Boschi per cercare di Salvare Banca Etruria.

Immaginare retroscena di politica spicciola, ci farebbe apparire anche a noi dei poveri ingenui.

Ironia della sorte, Ghizzoni è poi diventato presidente di Rothschild Italia, ovvero uno dei big del settore al quale finirono una parte delle consulenze da 13 milioni di euro erogate da Banca Etruria tra il 2008 e il 2013, e che vengono contestate dalla nostra procura.

Nel frattempo la piu’ stupida e inutile commissione parlamentare di inchiesta della storia repubblicana, quella sulle banche presieduta da Casini, ha perso ore ed ore di inutile lavoro e di soldi pubblici, per parlare solo di sciocchezze. La verità è che i parlamentari che ne facevano parte, piu’ che pensare a tutelare il sistema bancario ed i risparmiatori, pensavano esclusivamente alle elezioni successive.

Sul finire del 2015, la finanza italiana si stava indubbiamente muovendo e Bankitalia pareva non intenzionata proprio a mettergli i bastoni fra le ruote.  Una battaglia sotterranea che ha coinvolto l’Italia, la Commissione europea, il mondo bancario e nel mezzo migliaia di piccoli investitori massacrati.

In tutta questa brutta storia il punto determinante è che il governo Renzi, di concerto con il suo ministro dell’economia, non ha avuto il coraggio di andare fino in fondo e sfidare i due commissari europei e men che meno Bankitalia. Certo col senno di poi siamo bravi tutti, perché se avesse perso sarebbero stati “cavoli amari”.

Quanti di loro – commissari europei compresi – siano stati nella cabina di regia di questa operazione o solo utili idioti in mano di chi manovra i fili, non è ancora dato sapere, ma prima o poi le nebbie che hanno avvolto questa triste pagina di storia cominceranno a dipanarsi.

In questa vicenda si può ben dire che è mancato il supporto e la tutela di Bankitalia, di cui ricordiamo che Unicredit e Intesa sono i principali – anche se inutili – azionisti, che parrebbe aver giocato una partita diversa su tavoli diversi. Nonostante tutto vien da rimpiangere i salotti ovattati in cui smuovevano a loro agio personaggi come Enrico Cuccia, Guido Carli e il Divo Giulio. Una prima repubblica certamente piena di ombre, ma pur senza le ingenuità dei capponi di Renzo e non mi pare proprio che in questo ci siano stati progressi. Che Dio ce la mandi buona se dovessero presentarsi ancora situazioni del genere.

Il governo di Renzi, della Boschi e di Padoan, ha dimostrato una sostanziale debolezza, giovani pinguini ingenui ed inesperti che han preteso di tuffarsi in un oceano infestato di squali e da cui sono stati divorati, lasciando che fosse divorato anche chi si aspettava invece di essere tutelato.

La clamorosa sentenza della Corte europea, se sbugiarda due commissari europei troppo colpevolmente zelanti, che hanno con il loro zelo peloso contribuito ad alimentare sentimenti di sfiducia e avversione verso l’unione, carica di responsabilità governo e soprattutto tecnici – il primo cambiato ma i secondi no – dimostratisi del tutto impreparati a gestire una situazione che tutto sommato essi stessi avevano creato.

E’ il momento che la Banca d’Italia rinnovi le regole barocche e formali che regolano la Vigilanza bancaria e magari anche gli uomini che se ne sono fino ad oggi occupati, magari affrontando finalmente il nodo del coordinamento con la Consob.

Paolo Casalini