Gli otto capolavori italiani trafugati da Hitler : una tempesta in un bicchier d’acqua

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“Sono otto opere d’arte di inestimabile valore trafugate dall’Italia nel 1943 sui treni speciali del luogotenente di Hitler, il maresciallo Herman Goering, e finiti in Serbia dopo che per decenni se ne erano perse le tracce. Ora la procura della Repubblica di Bologna ne ha disposto il sequestro e ne chiede la restituzione, in attesa che il ministero degli Esteri rompa gli indugi e faccia sentire la sua pressione diplomatica sul governo di Belgrado”. (Sole24ore)

Con questa enfasi, oggi l’apertura di quasi tutti i quotidiani italiani, sulla scia dei servizi mandati in onda dai TG nazionali (anche mediatiaticamente abbiamo bisogno di nemici da vendere ai lettori).

Abbiamo sentito il parere di alcuni massimi esperti in materia. Questa la nota esplicativa di Francesco Petrucci, (direttore del museo del barocco romano di Ariccia) e con il parere sulla questione dell’avvocato Fabrizio Lemme, esperto di Diritto del Patrimonio Culturale, massima autorità italiana sulla legislazione dei beni culturali: la storia di un giallo che non esiste!

Secondo loro dunque… gli 8 dipinti (di modesto valore) devono rimanere a Belgrado.

Il titolo della celebre tragicommedia di William Shakespeare, Molto rumore per nulla, ben si adatterebbe al contenzioso in corso tra Italia e Serbia per la restituzione di otto dipinti conservati presso il National Museum di Belgrado, date le conseguenze negative che potrebbe comportare nei rapporti internazionali con la giovane nazione balcanica, basate fondamentalmente sull’eccessiva enfatizzazione della loro importanza.

Pur essendo dipinti di buon livello, nessuno di essi ha infatti le caratteristiche per essere considerato imprescindibile per il patrimonio nazionale italiano, anzi, se se ne dovesse chiedere oggi il permesso di esportazione, credo che non ci sarebbe alcun ufficio periferico del Ministero dei Beni Culturali che lo negherebbe.

Tali quadri, a leggere i giornali, sarebbero stati infatti esportati illecitamente, senza cioè autorizzazione ministeriale, dopo essere stati acquistati da Hermann Goering presso Alessandro Contini Bonacossi a Firenze nel 1941-42. Posso constatare a riguardo che secondo la più autorevole fonte biografica sugli italiani famosi, nello specifico del celebre antiquario, tali opere sarebbero state “cedute dalle autorità militari alleate al governo iugoslavo” e “si trovano oggi al Museo di Belgrado” (Dizionario Biografico degli Italiani, n. 28, 1983).

Tuttavia la storia, a leggere dai giornali, sembra più intricata, ma non è questo l’argomento di cui si vuole trattare in questa sede, che non verte neppure sulle problematiche giuridiche interessanti la vicenda.

Ho comunque interpellato al riguardo il Prof. Fabrizio Lemme, esperto di Diritto del Patrimonio Culturale (materia che insegna a livello universitario dal 1991), massima autorità italiana sulla legislazione dei beni culturali, e questi ha precisato quanto segue:

“Le opere rivendicate dallo Stato Italiano non erano di appartenenza museale ma circolavano sul mercato antiquario, ove furono acquistate da Herman Goering presso il mercante Alessandro Contini Bonacossi. Questo rende la situazione totalmente differente dal reclamo di un dipinto (una natura morta di Jan Van Huysum) sottratto dal Museo degli Uffizi, da qualificare, in quanto tale, appartenente al Demanio Pubblico dello Stato Italiano (art. 822 c.c.) e quindi da esso rivendicabile senza limiti di tempo e senza possibilità di usucapione da parte di possessori di buona o mala fede. Pertanto, le due ipotesi non sono minimamente assimilabili; esistono degli strumenti normativi internazionali che consentono l’azione di recupero di beni culturali illecitamente esportati: la Convenzione dell’Aja del 14 maggio 1954, ratificata dall’Italia con L. 279/58, in materia di protezione di patrimonio culturale in caso di conflitto bellico; la Convenzione Unesco del 14 novembre 1970, ratificata dall’Italia con la L. 30 ottobre 1975, n. 873; il regolamento CE n. 3911/92 (in quanto regolamento, “self executing”); la Direttiva CE n. 93/7, resa applicabile in Italia con L. 88/98; la Convenzione Unidroit del 24 giugno 1995, ratificata dall’Italia con  L. 7 giugno 1999, n. 213. Peraltro, tutti questi strumenti del Diritto Internazionale, in difetto di specifica previsione contraria, operano solo in riferimento a fatti che si siano prodotti successivamente alla loro entrata in vigore, come stabilito dall’art. 11/1 delle cd. Preleggi.

Gli otto dipinti in questione sono tornati alla ribalta quando furono esposti tra il 2004 e il 2005 nella Pinacoteca Nazionale di Bologna e nel Castello Svevo di Bari, in occasione della mostra Da Carpaccio a Canaletto. Tesori d’arte italiana dal Museo Nazionale di Belgrado, a cura di Tatjana Bošnjak e Rosa D’Amico, risultato di un lungo lavoro di catalogazione delle opere del museo serbo.

Dopo oltre un decennio da quell’evento, alla fine del 2017, la Procura della Repubblica di Bologna ne ha disposto il sequestro chiedendo la restituzione all’Italia, a seguito di un iter burocratico iniziato nel 2014.

La questione è stata enfatizzata dalla stampa italiana con titoli altisonanti, sulla scia del sensazionalismo ormai in voga nel nostro paese, tipo A Belgrado 8 capolavori italiani scippati dal vice di Hitler” e “I quadri del nazista Goering, la guerra legale dei pm italiani” (Il Fatto Quotidiano, 7 novembre 2017) o “La Serbia tiene in ostaggio otto capolavori italiani trafugati da Hitler” (Il Sole 24 ore, 5 dicembre 2017). Sembra sia stato richiesto anche il rinvio a giudizio di chi curò la mostra di Bologna e Bari (!), sicuramente all’epoca in perfetta buonafede, altrimenti non li avrebbe certo richiesti per portarli in Italia ed esporli!

Recentemente, in occasione dell’inaugurazione della mostra curata dal sottoscritto: Bernini’s School and the Roman Baroque. Masterpieces from Chigi Palace in Ariccia, aperta presso il National Museum di Belgrado (7 marzo – 26 maggio 2019), organizzata da Glocal Project in collaborazione con l’Ambasciata Italiana e l’Istituto Italiano di Cultura (quarta tappa di un evento che ha toccato i musei nazionali di varie capitali dell’est: Sofia, Tbilisi, Yerevan), ho avuto modo di prendere visione di quelle opere, esposte tra le raccolte del museo riaperto al pubblico nel giugno 2018, dopo quindici anni di chiusura per restauri.

Un bellissimo museo, avente sede in uno degli edifici più prestigiosi della città, ben allestito e organizzato, molto visitato dalle scuole e dalla popolazione balcanica, che potrà consentire il rilancio culturale di Belgrado e una sua valorizzazione turistica, dopo i danni materiali e morali della guerra, cui è seguito il suo recupero urbanistico e architettonico in corso positivamente da alcuni anni.

I presunti otto supremi “capolavori” o “prigionieri di guerra” (Angelino Alfano), in realtà sono opere di incerta attribuzione e di media qualità, non certo quei quadri “dal valore inestimabile” riportati dalla stampa nostrana.

Ma analizziamo di che cosa si tratta, anche in relazione alle loro etichette attributive nel recente allestimento museale e al catalogo dei quadri italiani del museo stesso (Pittura italiana dal XIV al XVIII secolo dal Museo Nazionale di Belgrado, a cura di R. D’Amico, T. Bošnjak, D. Preradović, Beograd 2004).

La coppia di tavole con San Sebastiano e San Rocco è ritenuta dalla critica opera di bottega o scuola di Vittore Carpaccio, compresa la monografia di Peter Humfrey (Carpaccio. Catalogo completo dei dipinti, “I gigli dell’arte. Archivi di arte antica e moderna”, Firenze, 1991, p. 151, n. 54), e con tale riferimento figura nel catalogo del museo (Pittura italiana…, 2004, pp. 66-67, nn. 21, 22).

Il trittico raffigurante Madonna in trono col Bambino, considerato tradizionalmente di scuola senese, è stato accostato da Mojmír Svatopluk Frinta alla produzione di Paolo di Giovanni Fei, ma senza alcuna certezza attributiva (Pittura italiana…, 2004, pp. 79-80, n. 34).

Invece l’attribuzione a Spinello Aretino della Madonna col Bambino (immagine di copetina) è in linea di massima accolta dalla critica, pur evidenziando accostamenti ai modi di Lorenzo Monaco, Lippo di Dalmasio o Antonio Veneziano (Pittura italiana…, 2004, pp. 115-116, n. 67).

Il grande tondo attribuito a Tintoretto, Madonna col Bambino e un senatore sebbene Rodolfo Pallucchini lo ritenesse autografo, era stato riferito da Bernard Berenson e Pierluigi De Vecchi a collaborazione con la bottega (Pittura italiana…, 2004, pp. 123-124, n. 74). La visione ravvicinata mostra alcuni impacci disegnativi e pedanti grafismi, che sembrano rendere l’ascrizione esecutiva alla bottega più attendibile, magari dietro un’idea del maestro.

La Madonna col Bambino di medesima provenienza Contini Bonacossi non è pubblicata come opera di Paolo Veneziano, ma come “ambito”, anzi il catalogo del museo riporta che “Oggi generalmente si ritiene la tavola di Belgrado opera di un pittore veneziano, molto vicino all’autore del dipinto di Washington, che potrebbe essere identificato con lo stesso Marco veneziano”, quindi nemmeno Paolo! (Pittura italiana…, 2004, pp. 128-129, n. 78).

L’Adorazione di Gesù Bambino che viene citata nel contezioso come “Scuola ferrarese del Quattrocento” già ritenuta di scuola toscana quattrocentesca, è addirittura schedata come “Pittore lombardo, secolo XV-XVI” (Pittura italiana…, 2004, pp. 150-151, n. 99).

Il Ritratto di Cristina di Danimarca riferito nel contendere a Tiziano, sulla base della documentazione storica Contini Bonacossi, è schedato nel catalogo serbo come “Pittore lombardo, secolo XVI, con suggestioni da Tiziano” (Pittura italiana…, 2004, p. 152, n. 100). Pur essendo a mio avviso opera veneziana di stretto ambito tizianesco, forse di bottega, non raggiunge certamente la qualità dell’autografia.

Questo è tutto quello che possiamo constatare dalla semplice lettura del catalogo del museo e dalla visione delle opere nella loro sede naturale, a distanza di quasi ottant’anni dalla famigerata vendita.

In conclusione, a mio parere, quei dipinti se tornassero in Italia finirebbero nei depositi di qualche museo, come tante nostre opere, molte, quelle sì, veri capolavori.

Basti pensare soltanto ai quadri dei depositi di Capodimonte recentemente esposti in una lodevole mostra, con strepitose pale di Luca Giordano che farebbero invidia a qualsiasi museo al mondo, o alle molte ragguardevoli tele da anni nei depositi della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma, senza parlare di opere invisibili di musei italiani, quali quelle della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Trieste, chiusa dal 2005-2006.

Non sarebbe il caso di fare un atto di magnanimità, rinunciando al controverso contenzioso per il presunto illecito possesso da parte della Serbia, che invece espone alla pubblica visione quelle opere in una sezione del museo della capitale, che peraltro dà ampio spazio all’arte italiana?

Esse hanno un’importanza non secondaria nel museo di Belgrado, avente spiccate caratteristiche didattiche ed educative per la presenza di opere di differenti epoche e scuole, fiamminga, olandese, francese, jugoslava, serba e italiana, mentre non ne avrebbe alcuna nei nostri musei, pronti invece a ricoverarle sine die nei loro capienti depositi.

Sarebbe un gesto di amicizia per un paese che ha sofferto molto, che ci ammira particolarmente per la nostra passata trascorsa storia culturale e che punta ad un rilancio turistico e di rinnovate relazioni con l’Italia e l’Europa”.

Francesco Petrucci, Ariccia, (Roma)17 marzo 2019