Il crollo occupazionale nell’aretino, rilevato dall’Istat, sia il vero problema al centro di qualsiasi azione di governo locale

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Sono cresciuto accanto ad un uomo – mio padre – che è stato a lungo sindaco di un paesello di provincia. Lo è stato per tutto l’immediato dopoguerra (fu nominato dal CNL) e sino al boom economico degli anni ’60.

Nei suoi ricordi di sindaco, nonostante fossero solo i racconti di un anziano, si avvertiva forte che per lui c’era stata una sola priorità: portare lavoro. La sua azione si era incentrata soprattutto su questo. Nella vita normale era anche un banchiere ed è probabile che su ciò abbia giocato, facendo il possibile per portare aziende nel comune che amministrava. Una passione al limite della fissazione.

Alla fine di quegli anni ruggenti, i posti di lavoro creati nel suo comune erano il doppio circa dei residenti. Vecchi e neonati compresi. Altri tempi, sicuramente!

Eppure un italiano molto famoso negli USA – Enrico Moretti – docente di materie economiche presso l’Università di Berkeley in California, apprezzato editorialista del “New York Times ” e del “Wall Street Journal, qualche anno fa ha scritto un saggio che ha suscitato l’interesse dell’intero paese, a cominciare dall’allora presidente Obama: “La nuova geografia del lavoro”. E’ stato definito uno dei migliori libri di economia mai scritti.

Se è vero che in Italia continuiamo a “parlarci addosso” e lasciamo che i “figli migliori ” vadano a contribuire allo sviluppo di altre nazioni, è altrettanto vero che in un mondo piccolissimo nulla ci impedisce di studiare.

“La nuova geografia del lavoro” (ed. Mondadori) è un saggio che tutti coloro hanno un minimo di responsabilità dovrebbero leggere (e comprendere). Scrive Moretti che il lavoro è strettamente connesso ai livelli di istruzione. Ma non solo. E’ fondamentale la capacità di un territorio di attrarre le realtà imprenditoriali migliori. Queste realtà imprenditoriali (spesso caratterizzate da forti contenuti innovativi e tecnologici) sono ” attrattori ” di forti competenze professionali.

Perchè – si chiede Moretti – aziende apparentemente concorrenti fra di loro trovano tutte sede nella Silicon Valley? Perchè Seattle dall’insediamento di Microsoft è stata attrattiva per innumerevoli start up? Expedia (tanto per rimanere nel nostro settore) compresa?

La risposta viene individuata nella capacità del territorio di essere “friendly” per le iniziative di settori connessi, similari ed attigui. Legali specializzati, infrastrutture già pronte e a costi accessibili, fornitori collaudati, costituiscono l’infrastruttura del territorio.

Ma cosa avviene in queste città “distretto”? Che accanto alla crescita di lavori “traded” come vengono definiti da Enrico Moretti nel suo saggio (lavori cioè soggetti a concorrenza internazionale e con necessità di continua innovazione) crescono anche lavori “non traded”, ovvero non soggetti ai processi della globalizzazione: camerieri, barbieri, sarti, baby sitters, agenti immobiliari, idraulici etc.

Secondo la teoria di Moretti per ogni posto di lavoro creato ad alto valore aggiunto (e solo questo) se ne creano altri in altri settori (l’indotto). Lavorare sulle eccellenze pertanto è trainante per il benessere di un territorio e della nazione. Sembrano apparentemente teorie neo liberiste di stampo Smithiano, in realtà nel trattato di Moretti vi è forte la dinamica “sociale” e del benessere collettivo.

Lo Stato dovrebbe, piu’ che spendere nell’assistenzialismo drenando risorse e frenando lo sviluppo, stimolare e dedicarsi alle politiche di investimento finalizzate al bene comune. Quante persone preferiscono accedere all’istituto della disoccupazione anziché inserirsi in altri contesti lavorativi? Non tutti, d’accordo, ma questo fenomeno è presente. Quanti percettori di ammortizzatori sociali alimentano il lavoro nero? Di questo tutti ne sono colpevoli, gli imprenditori quanto la forza lavoro; è evidente che in questa speciale classifica, la classe politica merita il podio.

Dovremmo, cambiare prospettiva, passare dalla tutela dei diritti alla tutela del lavoro.  E in un Paese che vanta il triste primato della disoccupazione giovanile è una necessità.

Per combattere la disoccupazione ci vogliono sforzi congiunti e soprattutto – ed è forse questo l’aspetto innovativo dell’opera di Moretti– vi è necessità di uscire dalle logiche capitalistiche che hanno contraddistinto le stagioni passate.

C’è bisogno di liberismo economico per far emergere le forze migliori nei vari campi dell’imprenditoria, delle arti, delle scienze, c’e’ bisogno di interventi pubblici (che secondo i vecchi schemi sarebbero in antitesi con il liberismo) nell’ambito dell’istruzione, della formazione, della creazione di opportunità.

Quello che non può fare la famiglia ed il nucleo sociale primario deve essere fatto quindi dal territorio, che come modello aggregativo deve permettere di valorizzare le risorse migliori e permettere una qualità della vita e di uso del territorio che ne permetta lo sviluppo dell’economia.

Per impostare le leve dello sviluppo occupazionale, vi è necessità di agevolazione nei processi di mobilità territoriale. Anche nel nostro Paese – dinamica presente anche negli Stati Uniti – ci sono regioni che hanno difficoltà nel reperire forza lavoro ed altre dove la disoccupazione è la norma: impostare programmi di attrazione per le migliori forze imprenditoriali, per mettere in funzione il motore dello sviluppo.

Diventa dunque una priorità connettere territori e persone con collegamenti materiali e immateriali, non considerando prioritari solo i grandi assi ferroviari e autostradali, ma creando una rete intermodale che garantisca pieno diritto alla mobilita’ ed eviti anche la marginalizzazione di aree con il conseguente spopolamento. Connettere i territori e le persone, non significa costruire solo collegamenti fisici (ma anche quelli sono fondamentali), ma garantire anche l’infrastrutturazione sociale e immateriale.

In questo la nostra città è drammaticamente e pericolosamente indietro.

Paolo Casalini