La riforma dell’Art.71 della costituzione. Durissimo intervento dell’On d’Ettore

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La Camera dei deputati, nella sostanziale disattenzione e indifferenza, per non dire menefreghismo dei media e dei cittadini, sta discutendo una modifica costituzionale in materia di iniziativa legislativa popolare.

L’intenzione di questa riforma sarebbe ottima: quella di avvicinare il popolo alle istituzioni. Il rischio invece, attraverso quella eterogenesi dei fini che molti giuristi stanno ventilando, è ottenere l’effetto opposto.

 “Il provvedimento è finalizzato a potenziare e rendere più effettivi nel nostro ordinamento gli strumenti della democrazia diretta e partecipativa, nonché ad assicurare trasparenza ed efficienza alle nostre istituzioni, così da gratificare innanzitutto la crescente domanda di partecipazione dei cittadini alla vita della nostra Repubblica e ricostruire il legame di fiducia tra i cittadini e, tra tutte, la più alta istituzione rappresentativa.”

A parte la bolsa retorica, la riforma conferirà a cinquecentomila elettori il diritto di presentare alla Camera e/o al Senato una proposta di legge ordinaria. E fin qui nulla di nuovo sotto il sole: oggi lo possono fare cinquantamila elettori, vanno benissimo anche cinquecentomila.

Poi però cominciano le sciocchezze sintattico/giuridiche: “Se le Camere non approvano la proposta popolare entro diciotto mesi dalla presentazione, è indetto un referendum per deliberarne l’approvazione. Ma perché? Se le camere non approvano la legge sarà sottoposta a referendum. E basta! Il periodo così espresso nel testo, appare già un controsenso giuridico. Un uso di termini impropri, che renderebbero confuse e interpretabili le norme costituzionali.

Ma vediamo i particolari. La proposta non sarà ammessa “se non provvede ai mezzi per far fronte ai nuovi o maggiori oneri che essa importi” Ecco già pronta la guerra tra gruppi e gruppuscoli per spartirsi la torta del bilancio pubblico prendendo per la propria lobby e togliendo alle altre. E meno male che si è deciso di reintrodurre un quorum minimo, senza il quale la proposta avrebbe potuto essere approvata anche da minoranze infime, che così avrebbero prevalso sulla maggioranza parlamentare, permettendo infine di votare leggi che potrebbero riguardare la fiscalità o il diritto penale senza la necessaria competenza: il caos nel paese.

Ma come spiega anche Carlo Nordio nell’intervista a Radio Radicale, nel momento in cui si ammette la possibilità di sottoporre a referendum anche le materie fiscali, non solo si stupra la volontà precisa dei padri costituenti, ma si getta il paese nel caos normativo.

Intervista a Carlo Nordio

Il seguito però è esplosivo: “Se le Camere approvano la proposta in un testo diverso da quello presentato e i promotori non rinunziano, il referendum è indetto su entrambi i testi. In tal caso l’elettore che si esprime a favore di ambedue ha facoltà di indicare il testo che preferisce. Se entrambi i testi sono approvati, è promulgato quello che ha ottenuto complessivamente [complessivamente, sic!] più voti”.

Questa è la premessa per stabilire un processo legislativo che può essere oggetto di trattative da parte di lobby organizzate nei confronti del Parlamento, fino a piegarne la volontà.

Conficcare nella ruota della democrazia parlamentare il bastone della democrazia sedicente plebiscitaria, non rafforza la prima né realizza la seconda. Introdurre un istituto che rende permanente, in potenza e in atto, il conflitto tra rappresentanti parlamentari, comitati presentatori, cittadini elettori, nel mentre il Parlamento siede nella pienezza dei poteri derivanti ad esso dalla sovranità popolare, sovverte il sistema del libero governo rappresentativo e della democrazia parlamentare.