Giorno della memoria, riflessioni e pretesto per l’attualità.

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La lettura del quotidiano Repubblica on-line mi ha portato a conoscere un paio di episodi recentissimi che la dicono lunga su quanto occorra fare sul razzismo e le sue derive.
Io non sono per niente sicuro di essere un campione del non-razzismo storico e attuale, lo ammetto: mentre non ho dubbi che la riduzione di diritti civili e costituzionali, la deportazione, la reclusione, l’eliminazione fisica di intere popolazioni per motivi di credo religioso o caratteri etnici è cosa da respingere senza se e senza ma, condannandola e contrastandola, la mia posizione antisionista sullo stato di Israele e del suo imperialismo mi può far additare come razzista. E certo alcuni caratteri delle mie convinzioni circa le attuali tematiche di emigrazione / immigrazione hanno sfumature che possono farmi portare il dito contro. Eppur con tutte le contraddizioni che mi attanagliano, devo però dire che chi lo fa è spesso ipocrita oltre che ignorante (incolto e maleducato).
Ma torno agli episodi; il 1º lo trovate come “Chi non è di Ravenna si tolga occhiali e scarpe: non verrà più a scuola“, il 2º sotto “Pensava che fossi ebrea e mi ha sputato in faccia“.
La scelta di insegnanti di simulare, in maniera soft, l’intervento di una autorità a dividere una comunità su preesistenti basi etnico -geografiche è illuminante soprattutto per la mancanza di reazione rispetto alla “porcata” portata avanti dalla “autorità”. Perché è -nel suo piccolo- la ripetizione di quanto è accaduto circa 80 anni fa in Italia: una comunità, allora l’intero (o quasi) popolo italiano, accettò in maniera amorfa le leggi razziali contro parte della sua popolazione che comprendeva fra l’altro reduci e decorati di una comunità integrata. 
Tragicomico il secondo episodio, dove un cerebroleso svastica-tatuato ha sputato addosso ad una gentile basandosi esclusivamente sulle apparenze, aveva una borsetta di un viaggio in Palestina.
Il razzismo con le sue tendenze al massacro è stato espresso in ogni parte del mondo ed in ogni tempo: al grido di “Dio lo vuole” i papi hanno dato il via alle crociate, i re di Spagna e Portogallo lo hanno applicato in Sudamerica, i cattolici stati del sud nordamericano non volevano rinunciare alla schiavitù mentre il protestante nord asfaltatava i nativi americani pellerossa, molti giapponesi ritengono tuttora i cinesi inferiori e meritevoli dell’annientamento, sino ad arrivare ai magnaccia albanesi che non fanno trombare le loro puttane ai romeni, scegliete voi e aggiungete i tanti esempi che ho trascurato. 
L’impossessamento di risorse (terra, acqua, ricchezze) ha sempre avuto una sfaccettatura razzistica.
L’antipatia può avere una sfaccettatura razzistica come la generalizzazione. È così innato questo sentimento nei confronti di certi gruppi sociali (mi vengono in mente gli zingari) che lo si trova anche fra quelli che predicano contro il razzismo. In Italia il sentimento che albergava nelle città del Nord sottoposte alla invasione di terroni aveva gli stessi ingredienti, proprio quello che trovavate nel Belgio verso i minatori italiani o in Svizzera verso la manodopera italiana, pur se qualificata.
È per questo che invito chi punta il dito contro gli altri a farsi un serio esame di coscienza. 

Ma ciò non toglie che fra l’antipatia ed il razzismo deve esistere vera separazione, affinché la individuazione -per esempio di carenze normative- e la comprensione delle cause storiche quali giustificazione illimitata divengano chiare. La mancanza di controllo del territorio e repressione giudiziaria (sostituite anzi da totale lassismo) finiscono per essere carburante per il razzismo e le sue espressioni come l’odierna schiavitù: questa coinvolge i migranti economici che da Roma in giù vengono sfruttati per arricchire tutta la catena di malviventi, di certe imprese economiche e permetterci di pagare i pomodori € 0,50 al chilo meno che se il lavoro fosse fatto fare agli italiani, sempre che lo volessero fare. E poi si bruciano miliardi col gioco.
Si torna quindi al concetto di ipocrisia: molti sono gli italiani che vorrebbero che questi poveri diavoli lavorassero come schiavi, ma non si facessero vedere, non volessero una casa, non rompessero i coglioni insomma.
E per questo invito a giudicare molto severamente quelli che sventolano svastiche e amenità simili: solo nella nostra provincia 70 anni fa i loro predecessori hanno sterminato brutalmente centinaia di civili innocenti, perché erano esseri inferiori. 
Ariani de ‘sto cazzo, brucino all’infinito nel fuoco dell’inferno insieme ai loro seguaci razzisti.
E tornando a parlare di migrazioni ricordiamoci come gli italiani sono stati per decenni, anzi per secoli, migranti attratti dal mito e dalla ricchezza di altri luoghi; persone che si allontanavano dalla miseria sperando in un futuro migliore. Non possiamo buttarci tutto alle spalle, dobbiamo certo combattere i trafficanti e domandare dove le decine di milioni di euro di contributi che il nostro Stato insieme a altri versa in Africa, ma separiamo le nostre carenze in termini di controllo (quali cittadini che si esprimono democraticamente attraverso il voto la colpa è anche nostra) e le carenze materiali da cui molte di queste persone scappano. E se poi scappassero da guerre e persecuzioni ogni nostro atteggiamento di superficialità è peccato maligno in una società cristiana.
Pur rimanendo estremamente perplesso sul ruolo di salvataggio di quei battelli ONG che non raccolgono naufraghi bensì passeggeri, richiamati da telefoni satellitari magari agganciati a servizi telefonici francesi, brinzelloni da considerare minori non accompagnati, sul giro di affari intorno ai centri di alloggio, sul numero dei morti dichiarato, una cosa mi è chiara: le persone in mare si salvano, si sbarcano e si rimandano a casa se non godono di evidenti benefici (o si internano in attesa della indagine). Se hanno diritto alla nostra tutela, la comunità si fruga in tasca e offre un futuro, meglio se pagato sequestrando le ricchezze delle malavita o smettendo di buttare via il denaro pubblico; se Germania, Francia, Olanda si nascondono dietro un dito vanno mandate a cacare pubblicamente, ripetutamente tutti i giorni, in tutti gli appuntamenti.
In questo la sinistra italiana ha sbagliato per decenni, inchinandosi pur di essere accettata e “riconosciuta” da taluni paesi, e molti italiani sono per questo ora sotto Salvini e DiMaio.
Che valgono pochino, lo dice il loro passato (i 49milioni della Lega piuttosto che il curriculum dei grillini): che inculata c’hanno regalato quelli del Pd.