Natale. Quando il verbo si fece carne

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A Natale, o meglio nella tradizione di questa festa (ormai siamo avvezzi a sentirci ricordare la parola tradizione), c’è un desiderio diffuso di bontà.

Speriamo che i cattivisti, almeno per qualche giorno e dopo tanto aver brigato per realizzare un presepe in ogni dove, si lascino tentare anche da questa ultima provocazione.

La Natività è una storia di povertà, di esilio, di accoglienza rifiutata, in cui un bimbo appena nato, respinto da tutti – costretto a nascere in una baracca o in una grotta a seconda della narrazione – è riconosciuto solo da altri “ultimi” della Terra: i pecorai. Il presepe rappresenta anche tutto questo, se solo per un istante smettessimo di considerarlo una raccolta di belle statuine. La Natività ci continua ad insegnare l’accoglienza di colui che si è fatto povero, quasi miserabile, per entrare nel mondo tra gli ultimi nel mondo.

“Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”, dice il prologo del Vangelo di Giovanni. Sarà forse per questo che insieme al presepe addobbiamo le nostre case e le nostre città con le luci di Natale?

La Chiesa scelse questo giorno non a caso. Nella storia umana questo è sempre stato un giorno di festa: il giorno in cui il Sole ricomincia a riguadagnare tempo sulla notte.

Ed anche se ormai il concetto è catturato dal vortice del consumo, è per questo che a Natale si usare fare un dono.

Il dono richiama sempre la responsabilità, la relazione fra persone. Il mistero dell’incarnazione entra nella logica del dono natalizio, quella di un Dio che si dona nel Figlio e che ha l’epilogo nel dono totale: si fa uomo e dona anche la sua vita di uomo.

La nostra risposta è farci carico di ciò che il canto degli angeli annuncia: “Sulla terra pace agli uomini che Dio ama”. Il dono della pace ci chiama alla responsabilità di costruirla, non per un dovere che viene dall’alto, ma per un coinvolgimento nella logica del dono ricevuto.

A tutti, ma proprio a tutti, un Natale di pace.