La prefettura di Arezzo ha trasmesso al Viminale la richiesta per l’adesione al progetto “Strade sicure”

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Da quando prese il via nell’agosto 2008, l’Operazione Strade Sicure è passata da 3mila a oltre 7 mila militari dell’Esercito impiegati sulle strade, per pattugliare piazze e stazioni della metropolitana, aeroporti e luoghi sensibili, le aree terremotate dalla minaccia degli sciacalli, ma soprattutto per fare presenza nei centri urbani affiancando o sostituendo le forze dell’ordine, ma che ha visto anche situazioni imbarazzanti per non dire penose, con i militari utilizzati persino per raccogliere la spazzatura a Napoli (dove vengono stipendiati 2mila netturbini) e Palermo, per spalare la neve a Milano o per prevenire i roghi e lo scarico di sostanze nocive in Campania.

La presenza dei militari per fronteggiare l’emergenza terrorismo dilaga oggi in tutta Europa a conferma di come il nostro continente sia ormai “prima linea” nel confronto con i jihadisti. Molti Paesi schierano militari armati di fucili d’assalto, per presidiare luoghi pubblici, possibili obiettivi o pattugliare le strade. In Francia l’Operation Sentinelle che impiega oltre 10 mila militari, è ormai istituzionalizzata come l’italiana Strade Sicure, in Belgio i soldati sono scesi nelle strade dopo gli attentati a Bruxelles mentre il nuovo Libro Bianco della Difesa prevede anche in Germania l’impiego dei militari in operazioni di ordine pubblico.

La Legge 125 /2008 che istituì l’operazione Strade Sicure attribuendo ai militari lo status di “agenti di pubblica sicurezza” prevedeva l’impiego di forze militari “per specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità, ove risulti opportuno un accresciuto controllo del territorio”.

I militari nella realtà, sono stati considerati pubblici dipendenti “liberi da impegni” e quindi proficuamente utilizzabili come simil-poliziotti, anche se hanno gli stessi vincoli all’uso della forza di un poliziotto o di un carabiniere, anche se impugnano armi da guerra, mentre proprio l’uso eccessivo e sbagliato di questi uomini, ne azzera ogni effetto di deterrenza.

I vertici delle forze armate son ben felici di queste scelte: garantiscono visibilità, piacciono ai politici da cui dipendono le loro carriere (e anche il “dopo carriera”) e portano un po’ di fondi aggiuntivi nei bilanci delle asfittiche forze armate.

La verità è che i soldati costano meno dei poliziotti ma la loro presenza, ben visibile ai cittadini, infonde un senso di maggiore sicurezza: i soldati nelle strade fanno credere che le istituzioni stiano risolvendo i problemi, soprattutto dopo aver cavalcato il senso di insicurezza per fare incetta di voti. Infiammare gli animi esasperando i problemi, è un metodo di lotta politica certamente proficuo nel breve termine, ma pericoloso in prospettiva. Queste ondate di insofferenza si autogenerano, e inutile nasconderlo, sono facilmente interpretabili con la banalità. Per dire o scrivere “fuori i negri di merda o i rumeni o gli albanesi dall’Italia” ci vogliono pochi secondi, è un messaggio facile, a misura di spot pubblicitario, tutti lo capiscono e dà soddisfazione a chi si sente defraudato e soprattutto a chi soffre la convivenza. Perchè l’insofferenza verso le alternative tribali è antica quanto il mondo, anzi di più: è ancestrale. Si può ricondurre all’uso delle clave e dei bastoni, è facilmente solleticabile e immediatamente risvegliabile, e può sfociare nella xenofobia più esasperata. Ma ancora più pericoloso è lasciare che altri pensino al posto nostro, ci forniscano delle frasi ad effetto in grado di trascinarci verso una coscienza acritica.

In effetti a Saione è possibile immergersi in una eccezionale mescolanza di culture: se ne vedono di tutti i colori, senti tante lingue, annusi tanti odori e se vuoi, ne gusti tutti i sapori.

Molti negozi italiani, in procinto di chiusura, sono stati rilevati da commercianti stranieri: che, riportando in vita queste attività, hanno continuato a dare vita al quartiere, cambiandone, e forse arricchendone, l’atmosfera, ma che spesso e probabilmente a ragione, viene descritto come il ghetto, la casbah, il Bronx o la banlieue ciitadina più disastrata.

Voglio ricordare un fatto accaduto nel 2010 nella celebrata via Padova a Milano, considerata la banlieu del Nord. All’epoca, sulla linea 56 – l’autobus-babele che percorre quasi tutta la strada – un diciannovenne egiziano e un trentenne dominicano, residenti altrove, avevano litigato perché uno aveva pestato i piedi all’altro. Erano scesi alla prima fermata, e il dominicano aveva ucciso con una coltellata l’egiziano. Il cadavere era rimasto riverso sul marciapiede per ore, provocando lo sconcerto e la rabbia di un gruppo di magrebini. La protesta era stata chiamata rivolta, e paragonata a quelle delle banlieues parigine: nonostante qui “i problemi di ordine pubblico” nascessero da altre motivazioni, fossero durati solo poche ore e avessero coinvolto un breve tratto di strada.

La risposta politica, anche se l’omicida e la vittima non abitavano nella via ma erano solo passeggeri in transito, era stata quella di decretare il coprifuoco nel quartiere: la chiusura anticipata dei negozi aveva svuotato le strade poco dopo il tramonto, rendendole realmente pericolose, mentre la zona veniva messa sotto assedio, questa volta non dai manifestanti stranieri ma dalle forze dell’ordine italiane. I militari rastrellarono il quartiere, per ripulirlo: come se i rifiuti da raccogliere fossero quelli umani.

Intanto la via assumeva un aspetto alla Blade Runner (anche se non pioveva sempre, per fortuna): non era ancora morta, ma certo non stava molto bene. E a curarla c’erano, e in questi anni ci sono stati, solo gli abitanti, i commercianti e le innumerevoli associazioni di zona: da cui tra l’altro è nato lo slogan, diventato un comitato e una festa, “Via Padova è meglio di Milano”. Perché in effetti lo è, o perlomeno potrebbe esserlo: se solo non si mettesse un cerotto a coprire un’infezione, che così facendo invece di guarire peggiora.

In un paese che dispone di 330 mila agenti di polizia tra Carabinieri, Polizia di Stato, Guardie Penitenziarie, Forestali, Provinciali e Municipali (uno ogni 163 abitanti), utilizzare 7.500 militari per mostrare il lato muscolare della forza, rappresenta il fallimento della gestione dell’ordine pubblico da parte di istituzioni incapaci di mettere in galera i criminali e di impedire che le nostre città diventino bivacco, campo di battaglia e scorribande di disperati che non hanno ormai nulla da perdere, forse nemmeno la libertà.

L’Italia schiera oggi 5 mila militari all’estero e il doppio in Italia o nelle acque antistanti la Libia per compiti di sicurezza interna. Abbiamo troppi militari oppure pochi poliziotti? Forse ne abbiamo a sufficienza di entrambi ma una cosa è certa: li impieghiamo male.

I militari dovrebbero difendere i confini dalle minacce, mentre le forze di sicurezza dovrebbero presidiare il territorio e poter contare su una Giustizia che metta in galera coloro che vengono arrestati dopo aver compiuto reati.

Quelli veri!