Franco Marinoni, direttore Confcommercio Toscana, su apertura nuovi locali ad Arezzo

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“Trovo pericoloso, dal punto di vista culturale prima ancora che ideologico, che pochi privati cittadini, con competenza e ruolo più o meno accertati, pretendano di dettare la linea all’Amministrazione Comunale in materia di autorizzazioni alle attività commerciali. Scegliendo chi può e chi non può aprire un esercizio e dove debba farlo. Non è sana questa contrapposizione tra residenti e aziende, alimentata troppo frequentemente tra la legittima attività d’impresa (e chi la esercita osservando la legge) e i “comitati di residenti”, che nascono in maniera spontanea coagulandosi su micro-interessi spesso troppo particolari. La città, infatti, è di tutti: Per lo meno di tutti coloro che rispettano la legge. A chi non lo fa, “botte da orbi” (metaforicamente), ma a chi lo fa e produce ricchezza, occupazione e socialità, non possiamo che lasciare porte aperte. Non dimentichiamo che vivere in città significa integrarsi in un sistema dove, ci piaccia o meno, convivono diverse funzioni, destinate a pubblici diversi: dalla scuola alla rete commerciale, dai parcheggi ai teatri, agli uffici pubblici, ai giardini e così via. Su ogni cosa deve regnare sovrano il principio del rispetto: della legge e delle più elementari norme di civile convivenza.  Ma nessuno può sindacare sulla validità o meno di certe funzioni, pur se non le trova utili o interessanti per se stesso. I pubblici esercizi sono luoghi di incontro, dialogo e divertimento. Svolgono quindi una funzione sociale importante, che nei lunghi mesi segnati dalle limitazioni anti Covid tanti di noi hanno rimpianto con nostalgia. Quelli aretini, poi, non sono locali affollati da orde barbare di turisti incivili: sono aperti da noi e per noi, da e per i nostri figli, da e per gli amici dei nostri figli. E allora, se ci ostiniamo a non volerli vicino a casa nostra, secondo il principio opportunistico del “not in my backyard”, senza pretendere di aprire un dibattito a sfondo sociologico dovremmo avere il coraggio di capire perché e cosa ci disturba nei luoghi della “movida”. E magari correre ai ripari, perché i gesti di inciviltà che ci spaventano (vedi la questione di piazza della Badia) sono compiuti da persone che ci sono vicine e conosciamo benissimo… Chi, poi, senza farsi troppe domande, semplicemente preferisse per sé la quiete e i sovrumani silenzi di leopardiana memoria, può sempre trasferirsi in campagna”.