Muore una donna…
Non avrei avuto la minima intenzione di scrivere sulla morte della donna alla stazione, un fatto di cronaca nera che poteva non lasciare del tutto indifferenti, ma di cui personalmente consideravo il silenzio la condizione più adatta alla riflessione che questa morte non poteva non suscitare.
Ho letto l’editoriale di Gianni Brunacci su Arezzo Notizie, a mio parere pacato e assolutamente degno di ricordare la disperazione di chi ha compiuto un gesto così drammatico e totale e quindi a seguire, ho letto i commenti in calce all’articolo. Confesso che ho provato un po’ di smarrimento. Anche perché dopo il primo, il secondo, il terzo… ho dovuto fare un passo indietro e tornare a rileggere l’articolo. Forse qualcosa doveva essermi sfuggito. La posizione politica di Brunacci è nota, è stato un candidato del PD, così come io lo sono stato per i radicali. Se pur da posizioni diverse entrambi non possiamo che definirci oggi uomini dell’opposizione, della critica anche aspra se serve. Ma ciò che mi ha più turbato, nel leggere il piccolo dibattito che è seguito alla breve riflessione, è l’avvertire il clima da curva sud che ormai ha pervaso la politica. Un clima da tifoseria arrabbiata e irrazionale, in cui dietro ad ogni frase si crede di poter leggere la malignità gratuita. Ma forse in questo paese non è più consentita la critica ? Chi lo dice che non si può criticare l’autorità qualunque essa sia ? Chi dice che non è consentito criticare la Chiesa ? Chi non vede i limiti del proprio fans club, non potrà aggiungere nulla di buono alla propria idea o alla propria fede politica. Chi crede ciecamente che il capo ha sempre ragione, è infallibile, intoccabile e indispensabile, e dopo di lui solo il diluvio, prepara il paese a storiche catastrofi. Negli anni 70, gli anni della mia adolescenza, lo scontro ideologico era acuto e intenso, si discuteva si di politica, ma di quella “alta”, del modo di intendere la società civile, della struttura dello stato, di rapporti internazionali, di equilibri strategici, ma sempre nell’ambito del pensiero. Oggi non è più così. Oggi non si punta all’idea dell’avversario politico, si punta direttamente alla persona. La povertà di idee è talmente profonda, che a questo livello non c’è gran che da dirsi. La fine dell’illusione del mondo comunista, ha demolito ogni alternativa di pensiero, limitando l’azione al piano sterile e puerile dell’invettiva personale. Se si muove una critica, non si pensa più che sia finalizzata al miglioramento della società civile, ma la si intende esclusivamente diretta a quello personale. La politica è diventata una fogna a cielo aperto, scrive Repubblica, e per quanto anche loro non sono esenti da responsabilità per questa trasformazione, ciò non toglie che tocca agli uomini saggi cercare di restituire al dibattito dignità e serenità. In una democrazia matura, il ruolo dell’opposizione è quello della critica anche dura, ed è essenziale a limitare i possibili errori di chi governa. E’ garanzia di libertà e stimolo alla crescita. Forse il problema della nostra democrazia è proprio nella maturità. Perché la correttezza del pensiero non può mai essere scambiata per l’idiozia dei sudditi. I cittadini pensano e contestano se serve, i sudditi obbediscono: la differenza, e che differenza, è tutta qui.
Non vi è una proposta politica, né un'idea di base che sia la stella polare dell'azione dei maggiori partiti di maggioranza e di opposizione. Suddivisi ed inquadrati in tifoserie, coordinate dai grandi mezzi di comunicazione, è nato uno squadrismo mediatico che fa pensare, (e fa anche paura) e costringe a rivedere giudizi e comportamenti. Perché dietro ogni “bravo” c’è sempre un don Rodrigo che ordina, che paga, che promette, che corrompe le coscienze.
Ormai il palazzo è insofferente alla democrazia: si crede supremo, inviolabile e intoccabile. Di un potere assoluto che non accetta l’idea di essere giudicato e controllato. Che vuole solo giudicare e controllare, Di un potere che utilizza il “popolo” per salvaguardare se stesso e i propri interessi. Di un potere senza idee, senza visione, senza ideali. Di un potere pieno di sé e vuoto di tutto.
Paolo Casalini


