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Il coraggio di fare strike

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Il coraggio di fare strike

Per risolvere i problemi di una città occorrono a volte soluzioni coraggiose, innovative, proiettate nel futuro e soprattutto che affrontino tutti i problemi in forma globale, considerandoli nel loro insieme.

 

 

 

Le ultime polemiche stracittadine, sulla area ex Lebole, e pure su quella ormai ex Unoaerre, ci hanno dato la dimensione di una città che cerca soluzioni dentro agli spazi angusti della mediazione politica, della conservazione dello status quo, per cercare di accontentare tutti il più possibile, attraverso la collaudata formula del cerchiobottismo. Ci ritroviamo spesso così a cercare di salvaguardare il centro storico dalla sonnolenza e della desertificazione mentre contemporaneamente desideriamo salvarne il patrimonio storico e culturale, stornandone il traffico commerciale. Stiamo per creare un  boulevard cittadino, dimenticandosi che Napoleone III per realizzare i boulevard rase al suolo e ristrutturò mezza Parigi. La città ha bisogno disperato di una viale di attraversamento automobilistico, che unisca l’Est con l’Ovest, in entrambe le direzioni. A tale funzione fino ad ora aveva assolto il doppio asse via Roma (Ovest – Est) e Viale Michelangelo (Est – Ovest). Ma è evidente ai più che la situazione è prossima alla saturazione. I lavori in partenza sul primo dei due assi, preoccupano assai, come giustamente osservava stamani “La Nazione” in cronaca, si rischia di andare verso il collasso, anche nei trasporti pubblici. Il motivo è che si continua ad intervenire a macchia di leopardo, una piazza qua, una strada là, uno svincolo qua e là: manca una visione globale della mobilità cittadina.

Se osserviamo con attenzione una carta di Arezzo, possiamo vedere che sacrificando alcune aree verdi, sarebbe possibile realizzare tracciati alternativi, in grado di smaltire elevati volumi di traffico in breve tempo. L’idea è già stata proposta anche in passato. Sto parlando del perimetro meridionale esterno delle vecchie mura medicee, laddove in epoche di trasporti a cavallo si realizzarono i famosi giardinetti della stazione. Io sono nato e ho vissuto gran parte della mia vita in viale Michelangelo. Ho vissuto la mia infanzia ai giardinetti, li conosco pietra per pietra, zolla per zolla. Oggi posso affermare con franchezza che non porterei mai mio figlio a giocare lì. La concentrazione di gas tossici, è elevatissima, le auto imbottigliate tra la stazione e il parcheggio Eden, via Spinello, li rendono insalubri e maleodoranti. Chi ha le finestre che si affacciano sulla area, come il sottoscritto, sa bene che lasciarle aperte a lungo significa trovare le tende di casa velate di grigio e nero. E le tende assicuro, non sono certo il problema. Ripensare l’area in termini di viabilità veloce, spostandola al centro della zona libera, allargando gli assi al massimo della possibilità, significherebbe uno scorrimento veloce in entrambi i sensi marcia, abbasserebbe il livello dei gas tossici, allenterebbe la morsa del traffico sul centro della città, permetterebbe una connessione veloce di tutta l’area a partire dal ponte della Parata, fino alla rotonda di via del Rossellino e quindi l’autostrada. A chi si strappa le vesti gridando allo scandalo, consiglierei di passeggiarci un po’ in quei giardinetti (il nome è caro agli aretini). Pochi pedoni li attraversano di passo svelto e nessuno vi si ferma per più di due minuti.  E non ci raccontiamo la storia del vincolo architettonico, altrimenti dovremmo cominciare a vincolare ciminiere industriali e capannoni (compresi quelli della Lebole e della Unoaerre), che hanno fatto la storia dello sviluppo economico della città.

La cultura dei giardinetti, non è la cultura del verde pubblico, che ha senso solo quando il verde è uno spazio vivibile di dimensione adeguata. Negli ultimi anni, anche con la precedente giunta, ho visto aiuolone crescere e moltiplicarsi un po’ dovunque. Aiuole assolutamente inutili e pragmaticamente sbagliate. Se quegli spazi fossero stati destinati alla sosta, avremmo meno auto in circolazione, e certamente un’ aria più respirabile.

 Da alcuni anni una equivoca e sconclusionata attenzione all’ambiente, ha vincolato, se non a volte strangolato, le soluzioni più coraggiose, mettendo lo stesso ambiente a maggior rischio di quanto non si sarebbe potuto ottenere da soluzione più radicali.

 

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