Prima Pagina | Puntodivista | Dalle carte emergono verità fino ad ora solo immaginate

Dalle carte emergono verità fino ad ora solo immaginate

By
Dimensione carattere: Decrease font Enlarge font
Dalle carte emergono verità fino ad ora solo immaginate

Abbiamo ascoltato dalla viva voce del procuratore della repubblica di Arezzo, i rilievi mossi a Banca Etruria, a causa dalla mancata fusione con un istituto di elevato standing:  per l'appunto, la Banca Popolare di Vicenza.

Quella stessa Popolare di Vicenza che solo pochi mesi dopo questa mancata aggregazione, era già riuscita ad accumulare 100 denunce per i propri dirigenti in Toscana (aggiotaggio e ostacolo alle attività di vigilanza) e almeno 800 in Friuli.

L’operazione di aumento di capitale, spacciata per pre-OPA su Banca Etruria (lo si comprende bene solo oggi) era quella che invece aveva permesso alla banca vicentina di superare per un soffio gli stress test della BCE. Ma tutto grazie a quelle operazioni “baciate” che - come ci ha ricordato lo stesso procuratore Roberto Rossi - ad Arezzo non ci sono state. Funzionava così: “Tu mi compri un milione di azioni della banca, e io ti do un milione di prestito; tu non ci perdi perché io, al momento giusto, troverò il modo di collocare le azioni sul mercato, per esempio trovandoti un compratore. Io ti garantisco non solo il rientro dell' investimento, ma anche un guadagno...”. Il capitale sociale era in realtà solo virtuale, frutto di prestiti erogati dalla banca. 

Ascoltare oggi che il più importante rilievo mosso dall’organo di vigilanza, è la mancata aggregazione con Popolare Vicenza, alla cui lettera di interesse il CDA diede risposta interlocutoria l’11 giugno 2014, è la rappresentazione dello scostamento dalla situazione reale da parte della Banca d’Italia, che palesemente non aveva la piu’ pallida idea di ciò che stava proponendo con forza e pressioni. 

L’offerta fu formulata il 28 maggio 2014, il definitivo ritiro avvenne solo 19 giorni dopo, cioè il 17 giugno. Tempi strettissimi, in cui non si vende manco un auto usata, figuriamoci una banca. Una sequenza temporale che fa immaginare, col senno di poi, l’esistenza di un copione già scritto, in cui Bankitalia, fino a che gli ispettori della BCE non gli hanno fatto notare che il re era nudo, ha fatto tranquillamente solo la parte dell’utile idiota.

Emerge dai verbali dell’ultima fase dei contatti con Vicenza - verbali che oggi sono raccontati dalla Nazione - che il 14 giugno 2014, ed era un sabato, Rosi e il suo vice Alfredo Berni si incontrano con il presidente di Bpvi Gianni Zonin e il dg Samuele Sorato.

L’incontro nella villa di Zonin a Gaiole in Chianti.

Gli aretini propongono una prima fase con passaggio a Vicenza delle filiali del nord, compresa la controllata Lecchese, garantendo anche un diritto di prelazione sull’intera Bpel. Parrebbe cosa fatta, invece…

Il lunedì successivo nella sede di Bankitalia (presenti Zonin e Sorato per la Vicenza, Rosi, Berni e Pierluigi Boschi per l’Etruria. il direttore della vigilanza Carmelo Barbagallo e il suo vice Ciro Vacca per Bankitalia), Zonin rinnega la conversazione del sabato precedente e ribadisce l’ipotesi dell’opa unica. Via Nazionale insiste perché la fusione si faccia, ma i rapporti sembrano tesi e la teoria del copione già scritto, secondo me, assume qui le sue forme piu’ grottesche.

Per questo l’accusa mossa a BE è galattica e la difesa è infantile: “la scelta di non proporre ai soci l’unica offerta giuridicamente rilevante presentata dalla Popolare di Vicenza di un euro per azione, estesa al 90 per cento del pacchetto azionario. Ciò ha lasciato inevasa la richiesta della Vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato “standing” e non ha portato a tempestive ed efficaci iniziative per una soluzione alternativa". 

Bankitalia oggi si difende così: Noi NON vi rimproveriamo di non esservi fusi con la Vicenza, ma SOLO di non aver portato in assemblea l’unica offerta ricevuta”.

Quando si vuol giocare con le parole…

Ma dov’è l’avranno letta "l’offerta rilevante"? Nella letterina di saluti inviata da Zonin a Banca Etruria? Peraltro inviata senza manco l’assenso preventivo del CDA di quella banca? Nel mio paese (l'Italia) c'è stato un tempo in cui, quando si voleva fare un OPA, si partiva dichiarandola alla Consob e si mettevano le carte sul tavolo a Piazza Affari.

Il nostro organo di vigilanza rimprovera Banca Etruria di non essersi fusa con una banca sull’orlo del fallimento. Per fare cosa? Il botto piu' grosso? Senza provare un minimo senso del pudore o di vergogna per non aver saputo neppure immaginare quale fosse la situazione della banca veneta, fino a che non glielo ha "spiattellato" in faccia la BCE?

L’atto finale, il De Profundis di Banca Etruria, culminato nella gestione inutile di commissari che hanno sonnecchiato (male) per quasi tutto il 2015 e che alla fine hanno determinato il crollo del sistema, si concretizza nella ispezione breve, durata dal novembre 2014 e terminata nel febbraio 2015, a commissariamento già avvenuto. E’ a questo punto che si gioca la partita finale, gestita pienamente e totalmente dalla stessa Bankitalia.

Il CDA in questa fase, appare assolutamente non piu’ in grado di prendere alcuna decisione coerente: la linea viene stabilita altrove, mentre gli uomini che dovrebbero guidare la banca, sono ormai solo delle marionette nelle mani di chi da lontano tira i fili.

Possiamo, allo stato della conoscenza, dire che nessuno nell’ultimo CDA, ha avuto alcun giovamento dagli eventi. Né economico, né politico, né sociale. Possiamo rimproverarli certamente di non essere stati all’altezza del ruolo, di aver gestito la banca con debolezza, con ingenuità, con impreparazione, ma non di aver ottenuto benefici economici personali. Fatto salvo forse il DG, che ha cercato in sede di licenziamento, di spremere la situazione come un limone attraverso una trattativa contrattuale esasperata. Ma anche questa in definitiva è avvenuta alla luce del sole, con la supervisione di Bankitalia che premeva per il licenziamento e di valenti giureconsulti che davano pareri. Ma nonostante le giuste critiche, al posto suo chi non avrebbe cercato di fare lo stesso?

Ebbene la storia ci racconta che durante quest’ultima fatidica ispezione, gli uomini di Bankitalia hanno esercitato forti pressioni sul CDA affinchè effettuasse ulteriori rettifiche sui crediti e aumentasse gli accantonamenti conseguenti, portandoli ad un livello che nessuna altra banca in Italia aveva mai raggiunto prima d’ora, di fatto azzerandone totalmente il capitale sociale e ponendola in stato di insolvenza. 

Ce li ha raccontati, in un crescendo di commenti di sottofondo dei parlamentari presenti, lo stesso procuratore della repubblica durante l’audizione.

Se si pretendesse da tutto il sistema, il medesimo livello di accantonamenti, questo verrebbe travolto senza possibilità di scampo. Ma allora, domanda lecita, perchè lo si è preteso da Banca Etruria? 

Con questa operazione se ne è azzerato il patrimonio, consegnandola non tanto al commissario, che da tempo aveva già fatto le valige per venire ad Arezzo, ma al decreto del 22 novembre e alla sua messa in liquidazione. E proprio durante il CDA che registrava questo insolito bilancio, in cui si accettava di fatto l’azzeramento del patrimonio, che i commissari hanno fatto letteralmente irruzione nella banca, interrompendone la sua stessa approvazione.  

Se il CDA non si fosse piegato alle volontà di Bankitalia con tale operazione sui crediti in sofferenza (piu’ persone avevano avvisato per tempo di non farlo, di non cadere nel tranello e queste parole le ho sentite con le mie orecchie), il patrimonio non si sarebbe azzerato. Non ci sarebbe stato bisogno di inserirla nel decreto del 22 novembre e i contribuenti oggi risparmierebbero i forse 320 milioni di euro necessari a rimborsare gli obbligazionisti subordinati.

Io credo che tutta questa operazione diverrà materia di studio negli anni a venire, in tutte le discipline economico finanziarie. Ogni singola decisione, ogni parola spesa, ogni lettera scritta, sono certamente destinate a passare alla storia, come la sequenza di eventi che hanno generato la piu’ grossa crisi di fiducia nel sistema bancario della storia repubblicana (ed anche oltre).  Perché il danno creato è immenso. Le cifre in ballo sul fallimento di Banca Etruria, sono briciole al confronto dei costi che il sistema bancario italiano sarà costretto a sostenere a causa della crisi di fiducia che questa vicenda ha innescato. Improvvisamente milioni di risparmiatori hanno iniziato a guardare alla propria banca in modo non più passivo e fideistico, ma con moltiplicata diffidenza.

L’ABI osserva come il concetto di fedeltà alla banca sia mutato per i risparmiatori, mentre al contempo i depositi del sistema bancario hanno iniziato ad essere mobili come mai si era visto. Il  22 novembre 2015 ha aperto il vaso di Pandora, liberando improvvisamente tutti i mali del sistema bancario italiano fino al giorno prima quasi totalmente ignorati: sofferenze triple rispetto alla media europea, redditività bassissima, garanzie basate soprattutto sugli immobili con un mercato in forte contrazione (grazie IMU: scrissi in proposito che un farfalla in Cina poteva provocare un terremoto in Brasile), costi di struttura e del personale elevati, obbligazioni bancarie per oltre 400 miliardi di euro collocate ai risparmiatori con una forte presenza di subordinate, emissioni illiquide o fuori mercato.

La raccolta diretta di numerose banche “del territorio” ha visto una fuga come mai si era vista prima e solo i prossimi bilanci potranno fornire un quadro interessante del terremoto che sta scuotendo il settore.

Vi è certamente qualcosa di sensato in questo movimento di denaro verso sistemazioni considerate più sicure ma anche qualche cosa di irrazionale se questo fenomeno diventasse incontrollato. Se si decidesse di lasciar affondare le banche considerate piu’ rischiose, si innescherebbe un meccanismo di crisi sistemica in cui anche le banche sane potrebbero finire con l’essere contagiate da quelle malate o moribonde e trovarsi anch’esse a corto di capitale.

Quasi tutti i governi negli ultimi 25 anni, hanno dimostrato, fin dalle leggi bislacche di Giuliano Amato sulle fondazioni bancarie, una pessima capacità di gestione e visione (e sposare la posizione di Bankitalia non è stato una genialata) ma prendere atto che abbiamo un problema, forse è anche il primo passo per cominciare ad uscirne. 

  • Invialo ad un amico Invialo ad un amico
  • Versione stampabile Versione stampabile

Vota questo articolo

4.20