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Capitolo 1: solo “nane” nel futuro dell’aviosuperficie?:

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Splendidi esemplari di oci barelloni Splendidi esemplari di oci barelloni

Dopo ben oltre due anni dalla travolgente vittoria elettorale del 2015, approssimandosi infatti al giro di boa della consiliatura, si può iniziare a fare il punto sui progetti che videro Alessandro Ghinelli trionfatore indiscusso. Eccoci dunque al capitolo 1 dello stato di attuazione del programma.

 

Eravamo rimasti alle “nane” nel futuro della nostra aviosuperficie, deliziosi volatili che erano stati previsti dalla precedente amministrazione e che il nostro futuro sindaco avrebbe sconfessato, mettendo nel suo programma nero su bianco l’intenzione di adeguarla agli standard minimi, anche perché i soldi erano già pronti e soprattutto la spesa non avrebbe gravato sulle asfittiche casse comunali.

Ma come un ironico commentatore dell’epoca osservò, anche le nane devono essere mute, per non disturbare i sonni del comitato Tortaia. Rigorosamente mute per non infastidire troppo i nostri amministratori che prima, su un area non del comune spendono i nostri soldi per asfaltare la pista, poi lasciano il lavoro a metà e infine si oppongono affinchè il proprietario finisca il lavoro con i soldi suoi. Fino a che stufo di aspettare invano, non scopriremo che detto proprietario, i soldi li ha già spesi: altrove!

Mute e sempre mute per non disturbare i magheggi politici di chi vuole questa città sempre più isolata, per favorire altre città vicine, più piccole e meno produttive, ma con politici più vispi e più potenti dei nostri.

Mute per non far sapere che qualcuno, che non ragiona più, si è mangiato almeno 40 posti di lavoro per i nostri concittadini. E poi, anche se mute, siamo proprio sicuri che le nane rispettino tutti i crismi per superare la valutazione di impatto ambientale? E se avessero mangiato qualcosa di non biologico e facessero cacche inquinanti ? E quando volano che effetti provocano sull'ecosistema di riferimento ?

I burocrati del nostro comune, che raramente brillano in iniziativa ma sanno benissimo come incartare qualunque idea,  ebbero alcuni anni fa una brillante pensata: citare solo la prima parte dell’art.119 del piano strutturale, facendo finta di essersi dimenticati (pensare male è peccato ma spesso si indovina) che le indicazioni fossero decadute e omettendo completamente tutta la parte relativa allo studio di approfondimento e al rinvio con eventuale variante al Regolamento urbanistico, all’esito dello studio di settore.

Quel che non fecero i barbari fecero i Barberini!

Ghinelli un mese dopo il suo insediamento, comunicò urbi et orbi di aver riaperto le carte del progetto. Speriamo che oltre alla lettura del fasciolo, prima o poi abbiano seguito anche azioni concrete.

Però ammettiamolo: Molin Bianco è così tanto borghesotto e così poco proletario… qui non ci sono nerini che fanno la pipì al muro, o locali che vendono acqua sporca con 3 gradi alcolici, molto meglio dunque fare anche qui un bel parco della rimembranza, con le panchine, un casottino per le bibite dove migranti e disoccupati potranno almeno andare a prendere un po’ di sole e un birrino o qualcosa che gli assomigli. 

Il problema invece va visto nel suo insieme. Stiamo arretrando vertiginosamente su tutti i fronti. La crisi industriale si sta mangiando il nostro tessuto produttivo. Lo sviluppo dell’alta velocità si sta mangiando la centralità dei nostri trasporti. Le nostre aziende municipalizzate, sacrificate sull’altare del pareggio di bilancio delle consorelle, sono state affogate in quell’aborto geoeconomico che porta il nome di Area Vasta. Insomma tutto questo ha un nome difficile: si chiama ENTROPIA. Un fenomeno della fisica che significa morte lenta. Lentamente stiamo facendo morire per consunzione la nostra città, che carte alla mano, era più avanzata alla fine degli anni ’60 che oggi.

Chi paragona la striscia di asfalto di Molin Bianco, con l’aeroporto di Ampugnano (Siena), vera cattedrale megalomane nel deserto di una provincia disabitata, è però in malafede. Un argomento strumentalmente utilizzato fin dal principio, per mettere ogni possibile bastone fra le ruote di questo simbolo del “capitalismo de noantri”: hangar si, ma a condizione che siano smontabili, ovvero non fissati a terra, anzi meglio se si usano le tende da campeggio e senza manco i picchetti. Strutture di ristoro, idem con patatine. Asfalto il minimo possibile, meglio se c’è l’erba. Insomma se proprio areoporto deve essere, allora è bene che sia smontabile, meglio ancora se gonfiabile, come il canotto. Come se buttare a terra una costruzione prefabbricata, fosse opera da genio guastatori. 

Io una idea per salvare gli ideologizzati a qualunque costo ce l’avrei ripensando al canotto: perché non farci un invaso d’acqua stagnante, così da farci volare, insieme alle nane, anche gli idrovolanti? Immaginate che bello: Arezzo città delle nane (mute naturalmente)!   

 

 

 

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